Dopo quella tedesca, anche l’industria italiana ha espresso le sue lamentele per l’Ets, il sistema dell’Unione europea per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica. In Germania, l’azienda chimica Basf lo ha definito “obsoleto” nonché dannoso per la competitività delle aziende nel Vecchio continente. In Italia, similmente, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha chiesto alle autorità europee di “sospendere temporaneamente” l’applicazione del meccanismo sul settore manifatturiero, sulla produzione termoelettrica dal gas naturale, sul trasporto marittimo, sugli edifici e sulla mobilità.
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COS’È L’ETS E COME FUNZIONA, IN BREVE
Riassumendo molto, l’Ets istituisce a livello europeo un mercato per la compravendita dei “permessi” di emissione di CO2. Ogni anno, infatti, alle aziende vengono assegnate delle quote di emissione in una quantità che si riduce progressivamente nel tempo: le aziende più inquinanti dovranno perciò acquistare altri permessi se vorranno continuare a emettere CO2 senza incorrere in sanzioni; le aziende più “pulite”, al contrario, hanno la possibilità di vendere le proprie quote inutilizzate.
Lo scopo dell’Ets è rendere sconveniente l’utilizzo di combustibili fossili e favorire la diffusione di fonti e tecnologie low-carbon. L’impatto economico del meccanismo è avvertito soprattutto dalle aziende energivore (cioè che consumano grandi quantità di energia nei loro processi) e hard-to-abate (cioè difficili da decarbonizzare perché i loro processi non sono facilmente elettrificabili).
Nel 2027 entrerà in vigore l’Ets2, che si applicherà ai settori che non rientrano nel meccanismo attuale: istituirà cioè un prezzo della CO2 per gli edifici (i riscaldamenti a gas, in sostanza), per i trasporti (la benzina e il gasolio) e per i piccoli produttori manifatturieri.
LE PAROLE DEL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA SULL’ETS
Secondo Orsini, l’Ets si è trasformato “da strumento di decarbonizzazione a veicolo di speculazione finanziaria”, che “non genera i benefici di decarbonizzazione cui aspira, mentre di fatto grava sulla capacità competitiva dell’industria europea”: in effetti, la maggior parte delle emissioni globali non è coperto da sistemi simili. Pertanto, se l’Unione europea non interverrà e non riformerà le sue politiche climatiche, settori strategici come l’acciaio, la chimica e la ceramica “rischiano di essere espulsi dai mercati internazionali”, mentre le famiglie e le imprese di ridotte dimensioni si ritroveranno a pagare prezzi dell’energia ancora più alti.
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IL DISACCOPPIAMENTO DEI PREZZI DELL’ENERGIA
Il presidente di Confindustria ha chiesto poi di rivedere il meccanismo per la formazione dei prezzi dell’energia, che “fa pagare tanto non solo l’energia a gas ma anche (ed è micidiale) le fonti rinnovabili e dell’idroelettrico. Praticamente chi consuma energia buona o cattiva la paga nello stesso modo, non incentivando comportamenti virtuosi”.
Confindustria insiste molto sul cosiddetto “disaccoppiamento” dei prezzi dell’elettricità da quelli del gas naturale, ma non è chiaro come questo dovrebbe realizzarsi nel concreto.
A livello europeo, infatti, il prezzo dell’elettricità non viene determinato dalla fonte utilizzata per generarla – come le rinnovabili o il gas, appunto – bensì dall’ultima centrale ad avere accesso alla rete ogni ora. Questo ordine di accesso è basato sul costo marginale: ha la priorità, cioè, l’energia prodotta con i costi marginali più bassi. Gli impianti eolici e fotovoltaici hanno costi marginali praticamente nulli, visto che il vento e il sole sono gratis; una centrale a gas, invece, ha un costo marginale molto più elevato, che è dato dal prezzo del combustibile fossile.
Nel concreto, in Europa l’ultima centrale per ordine di accesso alla rete è quasi sempre una centrale a gas, che con la sua produzione stabile è in grado di soddisfare la domanda in qualunque ora.
QUANTO COSTA L’ENERGIA IN ITALIA PER LE IMPRESE
Confindustria denuncia da tempo il divario tra i prezzi dell’energia in Italia e quelli in altri paesi europei, che si ripercuote sulla competitività delle imprese nazionali, in particolare di quelle che ne consumano grandi quantità. La questione era stata denunciata lo scorso settembre, con una modalità certamente d’impatto, dal gruppo siderurgico Arvedi: dal 1 gennaio al 31 agosto 2025 il prezzo medio dell’elettricità in Italia è stato di circa 85 euro al megawattora, contro i 44 €/MWh della Germania, i 25 €/MWh della Francia e i 60 €/MWh della Spagna.
Lo squilibrio tra i prezzi energetici italiani e quelli del resto d’Europa è dovuto sia alla tassazione, che in Italia è particolarmente elevata, sia alla composizione del nostro mix elettrico, che è molto dipendente dal gas e più in generale dalle importazioni.
Se si riducesse la quota del gas nel mix di generazione elettrica – sostituendolo con le rinnovabili o, in prospettiva, con il nucleare -, le centrali alimentate con questo combustibile rappresenterebbero la fonte marginale per un minore numero di ore durante la giornata.






