Da oggi, mercoledì 1 luglio, entra in vigore il nuovo sistema di dazi e quote di importazione di acciaio elaborato dalla Commissione europea per proteggere l’industria siderurgica comunitaria dalla concorrenza estera. Bruxelles ha infatti ridotto del 47 per cento la quantità di acciaio che sarà possibile importare liberamente nell’Unione, portandola da 39 milioni di tonnellate a 18,3 milioni; parallelamente, ha alzato al 50 per cento i dazi sui volumi eccedenti, che si applicano a ventisei categorie di prodotti siderurgici.
COME FUNZIONA IL NUOVO SISTEMA DI QUOTE PER L’ACCIAIO
La metà delle quote di libera importazione è stata riservata ai paesi con i quali l’Unione europea ha stipulato degli accordi di libero scambio (i cosiddetti Fta partners, da free trade agreement); l’altra metà invece sarà aperta a tutti i paesi, che siano Fta partners o no. La Commissione, tuttavia, ha specificato che alcuni paesi riceveranno delle quote di importazione specifiche, basate sui volumi storici del loro commercio siderurgico con l’Unione. Per esempio, la quota del Regno Unito è stata ridotta a 1 milione di tonnellate, da 1,7 milioni.
Nel 2025 l’acciaio importato nell’Unione europea proveniva principalmente dalla Turchia, dalla Corea del sud, dall’Indonesia, dalla Cina, dall’India, dall’Ucraina e da Taiwan. Il Financial Times scrive che l’80 per cento delle importazioni siderurgiche europee provengono da Fta partners, e che i paesi che hanno accettato il nuovo regime europeo otterranno in media il 66 per cento delle loro quote storiche di esportazione. I paesi che invece non possiedono un accordo di libero scambio o di altro tipo con l’Unione, come la Cina, otterranno in media solo il 31 per cento della loro quota storica.
IL PROBLEMA DELLA SOVRACCAPACITÀ
Bruxelles ha spiegato che le nuove regole servono a proteggere l’industria siderurgica europea dalla cosiddetta “sovrapproduzione” internazionale, cioè l’eccesso di offerta di acciaio a livello globale rispetto alla domanda, che sta facendo scendere i prezzi di vendita della lega e abbattendo la redditività delle acciaierie nel Vecchio continente.
In particolare, gli stabilimenti europei non riescono a competere con i prezzi dell’acciaio cinese – Pechino è la maggiore esportatrice siderurgica al mondo e sussidia i produttori – perché hanno costi di produzione molto più alti, legati anche alle spese per l’energia e per il rispetto delle normative sulle emissioni inquinanti. Dal 2008 l’industria siderurgica europea ha perso oltre centomila posti di lavoro, con settemila licenziamenti solo l’anno scorso.
“La sovraccapacità produttiva a livello mondiale nel settore siderurgico rimane un grave problema […] e continua a distorcere i mercati internazionali”, ha dichiarato la Commissione, aggiungendo che il nuovo sistema di dazi e quote permetterà di “ripristinare la concorrenza leale”.
Secondo l’Ocse, entro il 2027 l’eccesso di capacità produttiva di acciaio a livello globale supererà i 720 milioni di tonnellate.
IL TRACCIAMENTO ANTI-CINESE
La misura elaborata dalla Commissione prevede anche una sorta di meccanismo di tracciabilità pensato per contrastare le triangolazioni commerciali della Cina: Bruxelles, cioè, vuole evitare che Pechino aggiri i dazi e le quote facendo passare il suo acciaio per un paese terzo, anziché esportarlo direttamente nell’Unione.
Sempre ai fini della tracciabilità, le aziende siderurgiche saranno inoltre tenute a fornire informazioni sui paesi in cui è avvenuta la fusione e la colata dell’acciaio importato.
COSA PENSA L’INDUSTRIA SIDERURGICA EUROPEA
A detta di Bruxelles, le nuove regole permetteranno di portare la capacità di utilizzo delle acciaierie europee dal 65 per cento (il valore medio attuale) all’80 per cento. Secondo l’associazione di categoria Eurofer, però, non si riuscirà ad andare oltre il 73-75 per cento della capacità senza un intervento sugli anelli a valle (downstream, in gergo) della filiera siderurgica, come la laminazione e la produzione di lamiere per il settore automobilistico.




