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Come i Grandi si fanno la guerra su terre rare e Artico

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Artico
Trump ha espresso interesse per la Groenlandia per controllare le zone artiche, dove con lo scioglimento dei ghiacci si libereranno giacimenti inesplorati e si apriranno nuove rotte commerciali. L’approfondimento di Francesco Bertolino

Dopo aver piantato la bandiera americana sul ghiaccio artico nell’aprile del 1909, il sedicente conquistatore del Polo Nord, Robert Edwin Peary, inviò un cablogramma all’allora presidente degli Stati Uniti, William Howard Taft: «Ho l’onore di mettere il Polo Nord a sua disposizione». La risposta della Casa Bianca all’esploratore: «Grazie per la sua generosa offerta. Non so esattamente cosa potrei farmene».

Oltre un secolo dopo, la conquista del Polo Nord è affare che interessa eccome l’inquilino dello Studio Ovale, come dimostra l’offerta insistente, ma respinta, di Donald Trump di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. L’Artico si trova infatti all’intersezione delle due maggiori sfide globali nei decenni a venire: il riemergere della rivalità fra le superpotenze e il cambiamento climatico. Ogni decennio passato dal 1979, calcola la Nasa, la superficie ghiacciata del Mare Artico si è ridotta del 12,8%: un disastro ambientale annunciato che sta trasformando il Polo Nord in un’area strategica dal punto vista economico e militare. Da un lato, infatti, un Artico più navigabile scopre una nuova frontiera da presidiare per Russia, Stati Uniti e rispettivi alleati. Dall’altro, rotte artiche percorribili promettono di rendere più rapidi e convenienti gli scambi commerciali via nave su cui già oggi viaggiano il 90% delle merci globali. Sullo scacchiere polare hanno così iniziato a muovere tutte le superpotenze mondiali a cominciare dalla Russia, Stato artico per eccellenza con un terzo del territorio a nord del circolo polare, fino ad arrivare alla Cina, che nel 2018 si è autoproclamata «Stato quasi artico» nonostante disti al minimo 1.500 chilometri dal circolo polare.

In questa partita gli Stati Uniti sono in ritardo e così la proposta, apparentemente assurda, di Trump di comprare la Groenlandia rappresenta un tentativo, molto concreto, di recuperare terreno nella corsa al Polo, conquistando un avamposto strategico e ricco di risorse. Lungo le coste dell’isola corre per esempio un lungo tratto del mitico Passaggio a nord-ovest, il collegamento più rapido fra Oceano Atlantico e Pacifico. Più breve di 4.000 chilometri rispetto a quella passante per Panama. Controllare la Groenlandia significa quindi controllare il futuro possibile traffico su questa rotta. La Groenlandia cela inoltre risorse minerarie in grande quantità, incluse le ambite terre rare, indispensabili per le più moderne tecnologie e il cui valore è stimato in oltre mille miliardi di dollari. Questi giacimenti restano difficili da sfruttare per via del ghiaccio che copre tuttora l’80% dell’isola, ma potrebbero diventare accessibili con il cambiamento climatico.

Quello che per gli scienziati di tutto il mondo rappresenta una sciagura epocale, per l’amministrazione Trump (da sempre scettica sul riscaldamento globale) diventa un’occasione altrettanto epocale. «L’Artico è all’avanguardia per opportunità e abbondanza», ha dichiarato il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nel corso dell’ultima riunione del Consiglio Artico di maggio, l’organizzazione che riunisce gli otto Paesi artici e include otto Paesi osservatori, fra cui Cina e Italia. «Ospita il 13% dei giacimenti di petrolio inesplorati, il 30% di quelli di gas», ha aggiunto, «e gran quantità di uranio, terre rare, oro e milioni di chilometri quadrati di risorse non sfruttate, ricchissime zone di pesca». Senza contare che, ha concluso Pompeo, «riduzioni costanti nel ghiaccio marino stanno aprendo nuovi passaggi e nuove opportunità per il commercio: questo potrebbe abbattere il tempo di percorrenza tra Asia e Occidente di venti giorni».

La ritrovata attrazione degli Stati Uniti per il Polo Nord è testimoniata anche dal recente aggiornamento della strategia artica del dipartimento della Difesa americano che individua «la competizione con Cina e Russia come la principale sfida di lungo termine alla sicurezza e alla prosperità degli Stati Uniti». Tutte queste ragioni spiegano, insomma, l’ostinato interesse di Trump per la Groenlandia, un’isola con un pil di soli 2,2 miliardi di dollari e la cui economia dipende in larga parte dai 500 milioni di sussidi annuali danesi. I contendenti alla supremazia artica però non mancano, a cominciare dalla Cina. Negli ultimi 15 anni Pechino ha investito 90 miliardi in progetti artici che hanno coinvolto anche la Groenlandia dove aziende cinesi hanno ottenuto oltre cinquanta permessi per l’esplorazione mineraria. L’anno scorso, poi, il Dragone ha pubblicato il suo primo documento sulla politica artica che collega al Polo il colossale progetto infrastrutturale Belt & Road e tratteggia una possibile via della Seta polare per collegare i porti cinesi a quelli nordeuropei evitando il canale di Suez e accorciando del 40% i tempi di percorrenza con risparmi milionari di carburante e, paradossalmente, con un dimezzamento stimato delle emissioni di CO2.

Per aprire questa rotta, tuttavia, Pechino avrà bisogno dell’assenso di Mosca con cui i rapporti diplomatici vanno rinsaldandosi. Per ampi tratti, infatti, la via della Seta polare si sovrappone alla rotta marittima settentrionale che corre lungo la costa siberiana ed è sotto il controllo russo. La conquista dell’Artico è un chiodo fisso di Vladimir Putin e a oggi la Russia pare nelle migliori condizioni per portarla a termine: destina un decimo degli investimenti annuali totali alle zone artiche che generano il 20% del pil e producono il 75% del petrolio russo e il 95% del gas. Inoltre, Mosca ha appena varato la prima centrale nucleare galleggiante e dispone della più ampia flotta di rompighiaccio al mondo, indispensabili per qualsiasi spedizione artica, scientifica, commerciale o militare. Per fare un confronto, ad aprile gli Usa hanno ordinato la prima rompighiaccio da oltre 20 anni, che sarà pronta nel 2024, mentre a ottobre dell’anno scorso una portaerei americana ha varcato il circolo polare artico per la prima volta dal 1991. Preoccupato di perdere il Grande Gioco artico, Trump sembra ora voler scuotere quella che il Center for Strategic and International Studies, think tank di Washington, ha definito «la stagnazione della politica artica» americana. L’offerta per la Groenlandia rientra nella strategia della Casa Bianca per conquistare agli Usa un posto al Polo.

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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