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Come e perché Putin cerca di eccitare i prezzi di gas e petrolio

Lazio

Tutte le spericolate mosse di Putin che cerca di influenzare i mercati e i prezzi dell’energia. Il punto di Gianfranco Polillo

 

Ci vorrà qualche giorno per capire. Se Putin, con il suo duro discorso di fronte ai leader dell’Assemblea federale, era intenzionato ad interferire con l’andamento dei mercati. Contrastare, in altre parole, lo scivolamento del prezzo del petrolio e delle altre materie prime. La TASS ha rilanciato il discorso dello zar alle 19.16 quando ormai i mercati avevano chiuso. Con una perdita consistente.

Il Brent a 99,7 dollari al barile, meno 5,3 per cento rispetto alla chiusura del giorno precedente. Il WTI a 98,28, meno 3,3 per cento. Se fosse così, un tentativo a gamba tesa per condizionarne le future evoluzioni. Si spiegherebbe allora la durezza dei toni e la dichiarazione di una guerra senza quartiere contro l’Occidente. Parole pesanti, addirittura truculenti: “in Ucraina non abbiamo ancora cominciato a fare sul serio”. Oppure, rivolto contro i Paesi che appoggiano Zelensky: “Vogliono sconfiggerci sul campo? Che ci provino”. Insomma: una vera e propria dichiarazione di guerra totale.

Un bluff sul piano militare, dati i reali rapporti di forza? Considerato che la stessa Cina non ha alcun interesse ad un confronto globale con l’Occidente, che resta comunque il suo principale partner commerciale ed il più grande mercato di sbocco delle sue esportazioni. Difficile dirlo, più certo invece il tentativo di porre un argine alla caduta del prezzo del petrolio, da cui la Russia è completamente dipendente. Ed il cui andamento condizione l’intera vita economica del Paese, a partire dal cambio del rublo. Comunque sia, l’effetto è stato immediato. Alla riapertura, dopo quel discorso, un piccolo rimbalzo ha fatto recuperare, seppure in parte, le perdite del giorno precedente.

Vedremo quel che succederà nei prossimi giorni. L’unica certezza, al momento, è l’estrema volatilità. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la fase ascensionale della crescita del prezzo del petrolio petrolio si è interrotta, dando luogo ad un “movimento laterale” di oscillazione compreso tra un massimo di circa 130 dollari (Brent) ed un minimo di 99,7: il prezzo toccato ieri. In precedenza, (dalla fine di aprile 2020) il prezzo era cresciuto da circa 20 dollari al barile al suo massimo degli inizi di marzo: 129,6. Da allora quel lento seppur contrastato declino.

Ad ulteriore conferma di quanto già detto, occorrono poi considerare le manovre rivolte a contenere l’offerta di greggio. Dato che la Russia é tra i principali esportatori. Solo qualche giorno fa è stato chiuso, su ordine della magistratura russa, uno dei più grandi oleodotti del mondo. Il Caspian pipeline consortium (CPC) collega la Russia con il Kazakistan ed ha una capacità di trasporto pari a 1,2 milioni di barili giornalieri. La motivazione sfiora il ridicolo: pericolo di inquinamento. Quando a solo qualche chilometro di distanza – l’oleodotto arriva fino al Mar nero – le distruzioni belliche dell’orso siberiano stanno producendo disastri.

Il fine è sempre lo stesso: fare tutto il possibile per mantenere alto il prezzo dell’energia, ricorrendo ad ogni possibile mezzo, comprese le fake news di un prezzo del petrolio destinato a crescere fino a 380 dollari al barile. I motivi sono evidenti. Si tratta di rendere più pesante per l’Occidente il prezzo delle sanzioni. Se i costi energetici salgono, alimentando l’inflazione, il consenso a favore dei singoli governi nazionali – si veda il caso inglese – è destinato a scemare, ridando forza a quei movimenti populisti, che sono poi la quinta colonna di Putin all’interno dei singoli Paesi occidentali.

Sennonché a seguito di queste manovre, non aumenta solo l’inflazione, ma, al tempo stesso, si materializza il fantasma di una possibile recessione. Cosa che allarma i mercati, costringendoli ad anticipare le manovre ribassiate contro tutte le materie prime. Per non rimanere con il cerino acceso in mano. Ed ecco allora il prezzo del grano che scende di quasi il 30 per cento, il rame, l’alluminio e lo zinco di un quarto. E via dicendo. Colpa o merito, anche, delle principali Banche centrali (FED e BCE in testa) che con l’inizio delle manovre di tapering hanno drenato liquidità dai mercati, prosciugando, almeno in parte, lo stagno della grande speculazione.

In quale direzione continuerà ad oscillare il pendolo del prezzo del petrolio? Da un lato una congiuntura internazionale che volge al peggio e che, di conseguenza, tende a deprimere le quotazioni. Dall’altro le manovre di Putin che cerca disperatamente di tirarle per i capelli, come il barone di Munchausen, non solo per i motivi politici precedentemente indicati. Ma per avere a disposizione quel valore aggiunto, prezzi alti in Occidente, necessario per concedere sconti consistenti ai nuovi clienti privilegiati, come la Cina e l’India. Resta comunque la grande incognita degli altri Paesi produttori, al momento rimasti in attesa. Preferiranno un atterraggio morbido o violento dell’attuale congiuntura? Nel primo caso ostacoleranno i piani dello Zar di Mosca, nel secondo lo favoriranno. Il gioco è in pieno svolgimento. Anche se forse il momento di massimo vantaggio per Putin sta terminando.

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