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Forza della Siberia 2, la Cina vuole il gas russo a prezzi stracciati

La Russia punta sul gasdotto Forza della Siberia 2 per sostituire il mercato europeo con quello cinese. Ma la Cina vuole pagare i prezzi scontatissimi che il Cremlino riserva ai cittadini russi. Il tubo non s'ha da fare?

Le già complicate trattative tra la Russia e la Cina sul gasdotto Forza della Siberia 2 (o Power of Siberia 2) si sono nuovamente fermate: nessuna delle parti si è formalmente ritirata dal progetto, che è stato approvato in principio lo scorso settembre, ma non sono ancora stati definiti i dettagli né tantomeno una data di inizio dei lavori. Mosca e Pechino non riescono a trovare un accordo sul prezzo del gas naturale: i russi vorrebbero venderlo a 250 dollari per mille metri cubi (circa 21 euro al megawattora), ma i cinesi vorrebbero pagarlo solo 50 dollari per mille metri cubi (poco più di 4 €/MWh), cioè il prezzo sussidiato che il Cremlino applica ai cittadini russi.

Per fare un paragone, il prezzo del gas in Europa si aggira sui 50 €/MWh.

PERCHÉ LA QUESTIONE DEL PREZZO È FONDAMENTALE

La questione del prezzo è fondamentale perché la Russia vorrebbe, idealmente, sostituire il mercato europeo del gas – il più redditizio, prima che i rapporti precipitassero con l’invasione dell’Ucraina – con quello cinese. Sembra improbabile, però, che la Cina possa garantirle gli stessi profitti perché, sebbene la capacità di Forza della Siberia 2 sia grossomodo uguale a quella del Nord Stream 1 (ovvero la principale tubatura russa verso l’Europa, sabotata nel 2022 e oggi fuori servizio), Pechino è determinata a ottenere prezzi vantaggiosissimi.

In generale, la Cina sta negoziando con durezza su Forza della Siberia 2 anche perché intende strappare alla Russia quante più concessioni possibili, in modo da evitare di sviluppare una dipendenza energetica nei suoi confronti: un gasdotto è infatti un’infrastruttura vincolante, a differenza di un terminale di rigassificazione che può ricevere carichi di varia provenienza.

COSA SAPPIAMO DI POWER OF SIBERIA 2

Stando alla società energetica statale russa Gazprom, che sta portando avanti il progetto, Forza della Siberia 2 è una tubatura che collegherà la Russia alla Cina attraverso la Mongolia, con una capacità di trasporto di cinquanta miliardi di metri cubi di gas all’anno. L’infrastruttura commercializzerà le riserve dello Yamal, un territorio nella Siberia occidentale, le stesse che giungevano in Europa prima della crisi.

LA RIVELAZIONE DEL WALL STREET JOURNAL

Il quotidiano statunitense The Wall Street Journal ha scritto che i funzionari cinesi hanno avvisato gli omologhi russi che, alle condizioni attuali, un accordo su Forza della Siberia 2 è impossibile. La comunicazione sarebbe precedente alla visita del presidente russo Vladimir Putin a Pechino, lo scorso maggio.

LA CINA NEGOZIA DA UNA POSIZIONE DI FORZA

Secondo le stime riportate da Asia Times, attualmente la Cina importa gas russo attraverso Forza della Siberia 1 a un prezzo di 240-280 dollari per mille metri cubi. Pechino, però, non è dipendente da Mosca per l’energia: può rifornirsi di gas anche dall’Asia centrale grazie a un sistema di tubi con il Turkmenistan, l’Uzbekistan, il Kazakistan e il Tagikistan (dalla capacità combinata di 85 miliardi di metri cubi all’anno); può comprare gas liquefatto dal Qatar, dalla Malesia ed eventualmente anche da nazioni “avversarie” come l’Australia e gli Stati Uniti; può contare su una produzione nazionale in crescita, che l’anno scorso ha superato i 260 miliardi di metri cubi.

– Leggi anche: La Cina vuole gasarsi di più con il Gnl dell’Artico russo

La Russia, invece, ha bisogno della Cina e di Forza della Siberia 2 perché deve trovare uno sbocco ai giacimenti dello Yamal e perché prossimamente – entro la fine del 2027 – non potrà più esportare gas nell’Unione europea, sia in forma di Gnl che via tubo.

LA QUESTIONE MONGOLIA

Al di là dei prezzi, non c’è certezza assoluta nemmeno sul tragitto di Forza della Siberia 2. La Russia ha fatto parecchie pressioni affinché il tubo passasse per la Mongolia, per ragioni di costo inferiore, mentre la Cina preferiva un collegamento diretto per questioni di sicurezza: nel 2023 Ulan Bator ha firmato un accordo sui “cieli aperti” (sull’osservazione del trasporto aereo, semplificando) con gli Stati Uniti e questo ha innervosito Pechino, che teme un possibile blocco della porzione mongola del gasdotto.

Alla fine, la Cina ha ceduto alla richiesta della Russia – così perlomeno è emerso dall’accordo di principio di settembre -, ma solo in cambio di uno sconto notevole sui prezzi del gas. Sui prezzi di vendita, però, non è stata trovata un’intesa.

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