Mentre gli Stati Uniti dicono di voler controllare “a tempo indeterminato” le vendite di petrolio del Venezuela, di gestirne i proventi e di aprire il settore alle società americane, le aziende cinesi attive nel paese non sanno bene come muoversi.
LE COMPAGNIE PETROLIFERE CINESI CHIEDONO AIUTO A PECHINO
Diverse compagnie petrolifere statali cinesi, come Cnpc e Sinopec, hanno infatti chiesto a Pechino di assisterle nella protezione dei loro investimenti in Venezuela, che rischiano di venire danneggiati dall’intervento statunitense.
Di per sé, che le imprese cinesi operino in coordinamento con le autorità politiche non è strano; quello che colpisce di queste richieste di sostegno è piuttosto il loro carattere emergenziale: come scrive Bloomberg, che ha dato la notizia, le major cinesi sono state “colte alla sprovvista dal raid di Washington e dalla rapida escalation degli sforzi per l’istituzione di una sfera di influenza statunitense nelle Americhe”.
RISCHI DI LUNGO TERMINE
Le preoccupazioni, poi, non sono solo per l’impatto immediato delle mosse degli Stati Uniti – che mercoledì, tra le altre cose, hanno annunciato un accordo per l’esportazione di 30-50 milioni di barili di greggio venezuelano, una parte dei quali erano destinati alla Cina -, quanto per le conseguenze di lungo termine. Che succederebbe, cioè, se l’intervento americano conducesse all’azzeramento della presenza cinese nell’industria petrolifera del Venezuela?
I RAPPORTI ECONOMICI ED ENERGETICI TRA LA CINA E IL VENEZUELA
Pur valendo meno dell’1 per cento dell’offerta globale, il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo, oltre tremila miliardi di barili, più grandi anche di quelle dell’Arabia Saudita. La Cina è la principale acquirente del greggio venezuelano – oltre che la prima importatrice di petrolio al mondo, in generale – e lo utilizza come mezzo di ripagamento del debito multimiliardario che Caracas ha nei suoi confronti.
Pechino ha iniziato a finanziare impianti e progetti petroliferi venezuelani nel 2007, quando il paese era guidato dal presidente Hugo Chavez, autore di una svolta nazionalizzatrice proseguita da Nicolas Maduro. Al 2015 risulta che la Cina abbia concesso al Venezuela, attraverso le proprie banche statali, prestiti per 60 miliardi di dollari legati ad attività petrolifere. Le aziende cinesi hanno investito in siti di estrazione di idrocarburi e in stabilimenti di raffinazione, anche se negli ultimi anni si sono fatte maggiormente caute per via del collasso economico del paese.
IL PROBLEMA DELLA CINA CON LE IMPORTAZIONI DI PETROLIO
Nel 2025 il Venezuela ha rappresentato la provenienza di solo il 4 per cento delle importazioni petrolifere della Cina. Si stima però che oltre il 30 per cento del greggio importato da Pechino arrivi da nazioni sottoposte a sanzioni dagli Stati Uniti e dal resto dell’Occidente. Se perciò l’America dovesse decidere di intervenire militarmente in Iran e rovesciare il regime di Ali Khamenei, la Cina correrebbe un rischio notevole perché la sua rivale finirebbe per controllare una grossa fetta del suo approvvigionamento energetica: le importazioni sono cruciali per la sicurezza cinese perché permettono di soddisfare il 70 per cento della sua domanda petrolifera.
Nel 2024 la Russia è valsa il 19,6 per cento delle importazioni di greggio della Cina, più di ogni altro fornitore. Seguono, nella classifica, l’Arabia Saudita (14 per cento) e la Malaysia (13 per cento), che potrebbe essere un paese di passaggio per il contrabbando dei barili iraniani e venezuelani: l’anno scorso, infatti, la Cina ha importato 1,4 milioni di barili dalla Malaysia, un volume ben al di sopra della produzione petrolifera nazionale.






