Energia

Che cosa succederà al petrolio in Libia? Report

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Libia

Le mosse di Haftar in Libia appoggiate da Emirati Arabi Uniti e Russia con i riflessi sul petrolio nell’analisi dell’Ispi. L’articolo di Marco Orioles

Come procede la crisi libica? Maluccio, a giudicare dai segnali più recenti. Il primo dei quali, a dire il vero, rappresenterebbe uno sviluppo positivo.

Ci si riferisce alla risoluzione che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato la settimana scorsa con 14 voti favorevoli su 15 e la sola astensione della Russia. Un testo che, redatto dal Regno Unito, chiede alle parti che si stanno scontrando nella nostra ex colonia di “impegnarsi per un cessate-il-fuoco duraturo” in linea con quanto deciso alla Conferenza di Berlino del mese scorso, ma ribadisce anche la necessità di rispettare un embargo sulle armi che tutti a più riprese hanno violato.

Peccato che, come ha rilevato l’Ispi nel focus a firma Alessia De Luca pubblicato pochi giorni dopo, anche questa mozione paia destinata a rimanere lettera morta. Sull’embargo, almeno, la speranza che stavolta sia rispettato sul serio appare azzoppata dall’assenza di meccanismi sanzionatori in caso di violazioni. “In altre parole”, scrive De Luca, “non è cambiato nulla. Tutti proclamano le proprie buone intenzioni, ben sapendo che in caso di trasgressione non saranno adottate contromisure”.

Come se non bastasse, poche ore dopo l’approvazione della risoluzione, in Libia il generale Khalifa Haftar – ovverosia l’uomo che più di tutti rema contro il processo di pace gestito dalla comunità internazionale – ha bloccato per rappresaglia i voli Onu diretti all’aeroporto di Tripoli sostenendo di “non poter garantire la sicurezza dei voli” in una struttura che viene “utilizzat(a) dalle forze turche come propria base”.

È in questo contesto che incandescente è dir poco che si è consumata la doppia missione libica del nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, recatosi prima a Tripoli al cospetto del premier del Governo di Accordo Nazionale Fayez al-Sarraj e del suo ministro degli Interni Fathi Bashaga, e successivamente a Bengasi alla corte di Haftar.

Una visita che conferma, dunque, la (sottile) linea italiana volta a mantenere un equilibrio tra le parti in conflitto o, per meglio dire, a ricucire con Haftar dopo anni di sostegno indefesso delle ragioni del suo rivale Sarraj.

Nel presentarsi a Tripoli, Di Maio aveva una priorità: il superamento delle criticità del memorandum d’intesa italo-libico del 2017 sul contrasto alla tratta degli esseri umani che ne hanno impedito sinora il rinnovo.

Per incoraggiare lo sblocco della trattativa con Tripoli, il n. 1 della Farnesina non si è presentato a mani vuote, bensì con l’impegno di stanziare 20 milioni di euro a beneficio delle municipalità libiche e, soprattutto, di rilanciare il progetto dell’autostrada litoranea concordato più di dieci anni or sono da Gheddafi e Silvio Berlusconi e rimasto inerte sino ad oggi.

Ma a dispetto dei buoni propositi, resta più di una perplessità sull’effettiva capacità del Gna di tenere fede agli accordi. A tal proposito, De Luca rileva che se da un lato la bozza del nuovo memorandum contiene aspetti positivi come l’impegno a rilasciare “donne e bambini” e a chiudere in modo “progressivo” (anche se non immediato) i centri di detenzione dei migranti, dall’altro lato resta l’ombra della mancata ratifica da parte della Libia della convenzione di Ginevra sui rifugiati, che sarebbe la miglior garanzia del rispetto dei loro diritti.

Nel conto vanno inoltre aggiunte le severe critiche sollevate dalle agenzie umanitarie che operano in Libia, sul piede di guerra per non essere state consultate per la stesura del documento. E il monito di Human Rights Watch, che ha chiesto che Roma interrompa ogni forma di collaborazione con le autorità e la Guardia Costiera Libica fino a quando il paese “non si impegnerà per un piano chiaro capace di garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti”.

Se il bilancio della missione tripolina del nostro ministro è dunque in chiaroscuro, anche quello della successiva visita a Bengasi non brilla. Al di là del ribadire ad Haftar la posizione del nostro Paese (“La strada da seguire deve essere inevitabilmente quella del dialogo e della diplomazia”) e di condannare le ingerenze delle altre potenze nel conflitto, sul punto più delicato di tutti – il petrolio – Di Maio è tornato a casa a mani vuote.

Nemmeno l’acume diplomatico del titolare della Farnesina, infatti, ha potuto convincere il riluttante Haftar a rinunciare all’arma più potente di tutte: il ricatto petrolifero. Ricordiamo che il mese scorso, nello stesso momento in cui a Berlino le potenze grandi, medie e piccole coinvolte a vario livello in Libia si incontravano per discutere del cessate il fuoco, il Maresciallo decideva di bloccare i terminal petroliferi determinando un crollo verticale della produzione, precipitata a 183 mila barili al giorno dagli iniziali 1,2 milioni, con una perdita economica per le casse libiche pari a 1,3 miliardi di euro.

Le speranze dell’ex capo politico M5S di recuperare il greggio perduto, del resto, erano  scarse sin dal principio alla luce di un fattore esogeno che è stato ben colto dal co-direttore del Mena Centre dell’Ispi, Eugenio Dacrema: il Coronavirus.

“È verosimile”, scrive infatti Dacrema a margine del focus della collega De Luca, “che il crollo del prezzo del barile, causato dagli effetti del Coronavirus in Cina, non incoraggi gli sponsor del generale – tutti paesi rentier del Golfo più la Russia – a sbloccare l’estrazione, che comporterebbe l’arrivo sul mercato di quasi un milione di barili al giorno”.

La conclusione cui giunge Dacrema è a questo punto ovvia ed è che Haftar, grazie al controllo dei pozzi, continua a detenere un effettivo potere di “veto su qualsiasi accordo di cessate-il-fuoco o eventuale accordo politico”.

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