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Tutte le mosse (e le ansie) di Biden fra energie pulite e petrolio

Agenda Climatica Biden

Negli Stati Uniti Joe Biden sta lanciando segnali contrastanti sulla transizione ecologica: vuole promuovere le energie pulite, ma è preoccupato per gli aumenti del prezzo del petrolio. L’articolo del Financial Times

Tutti parlano del tempo, si dice, ma nessuno fa niente. Joe Biden si è presentato come la tanto attesa deviazione dalla tendenza democratica di parlare del riscaldamento globale ma in concreto di non fare nulla. Biden avrebbe finalmente intrapreso un’azione significativa. In pratica sta inviando segnali radicalmente contrastanti. Martedì Jen Psaki, il portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che Biden stava “esaminando ogni mezzo che abbiamo per abbassare i prezzi del gas [benzina]”, compresa la pressione sull’Opec per aumentare la sua produzione di petrolio. Due settimane prima, il presidente americano aveva descritto il riscaldamento globale come “codice rosso – la nazione e il mondo sono in pericolo“. Queste dichiarazioni si annullano a vicenda. Dichiara il Financial Times.

Quale di esse intenda veramente Biden è la domanda da 64 milioni di dollari. La risposta – che è d’accordo con entrambe – è esasperatamente ambivalente. L’ansia di Biden per il prezzo del petrolio è semplice. A oltre 80 dollari al barile, il petrolio è ad un massimo pluriennale. Questo alimenta gli alti prezzi alla pompa, che contribuiscono all’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti, e cancella gran parte della crescita dei salari di cui la classe media americana dovrebbe godere. Questo, a sua volta, potrebbe mettere in pericolo le possibilità dei democratici di mantenere il Congresso nelle elezioni di midterm del prossimo anno, il che affonderebbe tutta l’agenda di Biden, compresi i suoi piani per combattere il surriscaldamento globale.

Un simile trade off mette Biden in particolare – e la politica statunitense in generale – in un dilemma ricorrente. Il tossicodipendente che implora un po’ più di dose per aiutarlo nella riabilitazione, raramente riesce ad arrivare alla clinica. Non c’è dubbio che Biden voglia fare la cosa giusta. Ma continua a trovare ragioni per rimandare la resa dei conti. Il miglior esempio è il suo rifiuto di una carbon tax. Biden si è impegnato in campagna elettorale a non aumentare le tasse sugli americani che guadagnano meno di 400.000 dollari l’anno. Se quella promessa fosse limitata al reddito, coprirebbe più del 99% degli americani – un’ampia esclusione dato il costo delle ambizioni di Biden.

Ma l’ha interpretato in modo molto più estensivo – per includere qualsiasi tipo di tassa, il che escluderebbe che gli americani paghino accise più alte per riempire i loro serbatoi di benzina. Rinunciare a un prezzo del carbonio più alto priva Biden di entrate ovvie per finanziare i grandi investimenti nei suoi due disegni di legge “costruire meglio”. Sta anche rinunciando allo strumento di gran lunga più efficace per tagliare le emissioni – l’incentivo del prezzo di mercato. I repubblicani odiano la carbon tax perché rifiutano tutte le tasse e perché non prendono sul serio il riscaldamento globale. La sinistra diffida di una carbon tax perché si affida al mercato. Anche perché temono che causerebbe un contraccolpo.

Di conseguenza, la legislazione di Biden è piena di quel tipo di micro-regolamentazione che avrebbe reso orgoglioso il Gosplan dell’Unione Sovietica. I dettagli – sgravi fiscali per l’energia pulita, spese per una rete di stazioni di ricarica per veicoli elettrici, obiettivi di energia pulita per le società di servizi – contano meno del metodo. È come se il drogato insistesse nel provare l’omeopatia prima di sottoporsi ad altre cure.

Biden sta scommettendo sui regolamenti piuttosto che sugli incentivi. La storia politica degli Stati Uniti ci dice che questa non è la miglior via. Ma anche se queste misure passassero, il che è molto dibattuto, non porterebbero gli Stati Uniti vicino al raggiungimento dell’obiettivo del presidente di dimezzare le emissioni (dai livelli del 2005) entro la fine di questo decennio. “Nella migliore delle ipotesi, porterebbero l’America a circa un terzo della strada”, ha dichiarato un negoziatore senior del clima.

Da dove verrebbe il resto? La risposta implica due ipotesi eroiche. La prima è sperare che l’America raggiunga finalmente un punto in cui la maggioranza concede un prezzo al carbonio. Il momento più vicino sarebbe dopo una rielezione di Biden nel 2024. Ma è una scommessa. L’America è l’unica grande democrazia dove uno dei due grandi partiti si rifiuta di ammettere il riscaldamento globale causato dall’uomo. Se fosse Biden contro Donald Trump, il candidato democratico del 2024 avrebbe difficoltà a combattere un avversario che bolla una carbon tax come socialismo. Non importa che sia la soluzione del libero mercato.

Il secondo è che la tecnologia riempirà gli spazi vuoti. La frase magica “emissioni nette zero” si basa sulla scommessa implicita che l’umanità troverà presto una svolta tecnologica. Il modo migliore per incentivare questo risultato sarebbe quello di rendere il carbonio più costoso. Va da sé che sollecitare l’Arabia Saudita ad alzare il volume è un passo nella direzione sbagliata.

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