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Perché si continua a scommettere su petrolio e gas in Africa

Africa Cobalto

Come procede la transizione energetica in Africa. Il punto di Giuseppe Gagliano

 

L’Africa, che abbonda di oro nero e oro blu, continua ad attrarre attività di esplorazione e investimento. Questo fenomeno rischia di oscurare la necessaria transizione ecologica? La risposta a questo cruciale interrogativo e tutt’altro che banale e pleonastica. Vediamo di illustrarne brevemente le ragioni.

In primo luogo, nonostante il cambiamento climatico e l’imperativo di realizzare una transizione energetica, sia gli investitori stranieri che i paesi produttori continuano a scommettere sugli idrocarburi in Africa. Una manna che non sta per esaurirsi, in quanto la domanda di combustibili fossili (dall’80% all’85% del consumo primario) resta una tendenza importante nei mercati, nonostante la COP26.

In secondo luogo, le enormi ricchezze presenti in Africa si possono chiaramente dimostrare con dati recenti.

La più grande scoperta di gas dell’Africa nel 2019 – e la seconda più grande al mondo – è stata effettuata da BP al largo della Mauritania e del Senegal. Total ha anche scoperto due blocchi di petrolio al largo del Sud Africa nel 2019 e nel 2020 e altri importanti giacimenti offshore sono stati trovati nel 2021 in Angola, Costa d’Avorio ed Egitto. Le cifre parlano da sole: tra il 2013 e il 2019 i paesi del G20 hanno investito 123 miliardi di dollari di denaro pubblico in progetti di energia fossile in Africa e Medio Oriente, contro solo 27 miliardi di energia pulita, secondo Oil Change International.

La fortuna di questi combustibili resta promettente, nonostante le battute d’arresto, dovute agli attacchi islamisti, incontrati dal progetto del gas di Cabo Delgado in Mozambico. Ma a parte questa situazione di grave instabilità resta il fatto per esempio che reagito, nel 2020,è il tredicesimo più grande produttore di gas al mondo e il secondo più grande dell’Africa. L’Egitto è diventato un esportatore netto di gas nel gennaio 2019 ed è stato lanciato un massiccio programma per far funzionare la flotta di veicoli del paese a gas naturale, che inquina meno della benzina.

Per quanto riguarda la Libia, Tripoli sta cercando di diversificare il proprio mix energetico, aumentando la quota di energie rinnovabili da zero oggi al 22% nel 2030, con poca visibilità sulle possibilità di un tale progetto.

La Libia è in grado, in circostanze normali, di estrarre 1,2 milioni di barili al giorno dal suo sottosuolo, ovvero più dell’1% della produzione mondiale giornaliera. Considerato poco esplorato, il Paese potrebbe detenere ancora più oro nero, che rappresenta la sua unica risorsa, il 95% dei suoi proventi da esportazione e il 96% del suo budget.

L’Africa, invece, assorbe solo il 4,5% della domanda mondiale di petrolio, ma il doppio dal lato dell’offerta (9% del totale, con sette paesi membri dell’OPEC). Mentre l’Arabia Saudita ha deciso di aumentare la quota di rinnovabili al 50% del suo mix entro il 2030, non tutti i principali produttori di petrolio africani vedono la transizione allo stesso modo.

Grazie al solare, la Nigeria, dal canto suo, intende fornire elettricità a 25 milioni di persone entro il 2030 (il 12% della popolazione, su un totale del 38% senza accesso all’elettricità). Ma, per il momento, eolico e solare rappresentano solo lo 0,1% del mix energetico del Paese, come in Angola. Il Paese più popoloso dell’Africa ha ancora enormi difficoltà a fornire la corrente ai suoi utenti . Solo nel 2021, ben quattro interruzioni della rete nazionale hanno immerso nell’oscurità intere città, comprese Abuja e Lagos. Il costo economico delle interruzioni di corrente è… il 2% del PIL della Nigeria, secondo la Banca Mondiale.

Indipendentemente da ciò, il presidente Buhari ha fortemente sostenuto la transizione al gas in Nigeria durante la COP26. E ha ricordato ai paesi ricchi i loro obblighi, stimando il fabbisogno finanziario del suo paese in 400 miliardi di dollari durante il periodo di transizione. Nel 2009 i Paesi del Nord avevano promesso di aumentare i loro aiuti “climatici” al Sud a 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020, senza un seguito concreto.

Difficile, quindi, scagliare pietre contro “l’Africa del petrolio”, in quanto i combustibili fossili restano ovunque predominanti. Anche i paesi sviluppati stanno includendo il gas nei loro piani di transizione. Il continente, che resta in parte da elettrificare e contribuisce solo per il 4% alle emissioni globali di CO2, interessa sicuramente il resto del mondo per il suo petrolio.

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