Economia

Perché la Germania teme la Brexit

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Brexit

L’analisi dell’economista Ettore Gotti Tedeschi

Dopo la Brexit, decisa nel Regno Unito col referendum del giugno 2016, tutte le crisi minacciate e previste, che avrebbero necessitato interventi di emergenza, non ci sono state.

La sterlina, crollata il giorno dopo il referendum del 15% verso il dollaro e del 10% verso l’euro, non ha affatto impedito (anzi…) all’economia inglese di continuare a crescere dell’1,8%, praticamente come la Germania (+1,9%). Non solo, la disoccupazione è diminuita scendendo sotto il 5% (4,8%), ai minimi nell’ultimo anno.

È vero che il Regno Unito ha perso la tripla A e la Banca d’Inghilterra ha dovuto calare i tassi, ma nessuna prevista recessione si è in realtà verificata.

La Brexit resta comunque una complessa messa in discussione del progetto europeo, che non può non esser oggetto di riflessioni strategiche da più punti di vista. So che questo è un tabù, ebbene, proviamo a metterlo in discussione. La Brexit non può essere con disprezzo connotata come risultato di un referendum mal preparato e mal gestito, di un referendum che neppure doveva esser fatto.

Mi sorprende che qualcuno possa considerare un referendum in questa materia inopportuno, perché il voto popolare è in questo caso mal informato, mal istruito, con debole coscienza e consapevolezza europea. Chi pensa questo è ancora realmente convinto che questa era una decisione da delegare esclusivamente alle élite iniziate che sanno cosa va fatto? Se è così, è più evidente perché dopo la Brexit del 2016, c’è stata anche la sfiducia alle soluzioni di accordo ieri votate al Parlamento inglese.

Ignorare il problema emerso con la Brexit è sintomo di mancanza di visione strategico-politica. Il voto del giugno 2016 è stato influenzato dalla percezione di parte della popolazione inglese (non solo quella puramente rurale come si ama ripetere, per svilirne il significato) che la guida tedesca dell’Europa non fosse esattamente coerente con le aspettative inglesi sul ruolo dell’Europa. La bocciatura della Camera dei Comuni del tentativo di accordo con l’Ue per una Brexit soft sembra esser stato anche un voto di sfiducia al ruolo avuto dalla Ue nella trattativa con il governo inglese. Certo, questo è un parere politicamente scorretto, ma ignorarlo è sintomo di debolezza.

La domanda che molti (magari non facilmente ospitati dai media che non si possono permettere di mettere in discussione chi governa l’Ue) si pongono è: chi sono i veri sconfitti e i veri responsabili della sconfitta di Theresa May? Lo sussurro poiché questa è un’altra considerazione politicamente scorretta. La responsabilità del fallimento della trattativa viene attribuita, da parte di molti osservatori, magari sommessamente, al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che avrebbe negoziato rigidamente un accordo considerato inaccettabile.

Più che i veri sconfitti (che non conosciamo ancora), i danneggiati dal fallimento dell’accordo sono certo i tedeschi, che ora contano i possibili danni economico-commerciali sull’export di auto tedesche nel Regno Unito (dazi +10%) con un previsto impatto di 750 mila posti di lavoro persi. I tedeschi vorrebbero trovare una soluzione, ma l’Ue sembra opporsi. Vedremo ora se le imprese europee, che per sopravvivere devono difendere industria e i commerci, sapranno influenzare la politica burocratica. Questa fase di Brexit potrebbe farci sperimentare così una nuova possibile svolta nella gestione della Commissione europea che potrà convertirsi nel dare maggior attenzione alle realtà economiche piuttosto che agli indici economici ideati e supposti perfetti.

Non dimentichiamo che anche Germania e Francia (non solo l’Italia) stanno vivendo un rallentamento economico (soprattutto grazie all’automobile e alle guerre di dazi commerciali) e che se la recessione dovesse far capolino anche in casa loro, la revisione di alcuni parametri del Trattato di Maastricht potrebbe essere più facilmente attuata.

Magari ciò solo dopo le elezioni europee, che saranno influenzate da Brexit e bocciatura accordi, ma anche (o soprattutto) da una nuova consapevolezza che globalismo è bene, ma è come si applica e governa che non sempre va bene e quindi va rivisto. Non tutti sono così d’accordo sul processo accelerato di integrazione che sta condizionando talvolta troppo e male alcuni principi di indipendenze di talune nazioni, soprattutto se sono economici.

Le prospettive? 1) Attuare la Brexit senza accordi; 2) Sciogliere il parlamento e andare a nuove elezioni; 3) Tentare una nuova rinegoziazione; 4) Prevedere un nuovo referendum: 5) Cancellare la Brexit con una sentenza del tribunale di giustizia europeo.

C’è anche una sesta ipotesi, verificabile dopo le elezioni europee: cambiare il modello di gestione della Commissione europea. Brrrr…

 

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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