Economia

Vi spiego perché è delirante la politica di Bruxelles (con l’economia Ue che arranca)

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Crescita zero per l’Italia, nel secondo trimestre di quest’anno, con una variazione nulla sia nei confronti del trimestre precedente che dello stesso trimestre dell’anno scorso. Male l’agricoltura, male l’industria, tengono solo i servizi. Nessun contributo alla crescita da parte dell’export e dalle scorte. Anche l’inflazione rallenta: per i beni passa da +0,5 a +0,1%; per i servizi, dove la concorrenza è meno serrata e vi sono ampie sacche di rendita parassitaria, rimane all’1%. Colpisce il dato della produzione industriale in Lombardia: Unioncamere ha stimato che nel secondo trimestre c’è stato un calo tendenziale dello 0,9%, dopo ben 24 trimestri consecutivi di crescita.

L’arretramento congiunturale è stato dell’1,2 per cento. Pesano in negativo, stavolta, le strette interconnessioni con l’economia tedesca, anch’essa in forte rallentamento, tanto che a Berlino si stima per quest’anno una crescita di appena lo 0.5%. Per la Germania, gli indicatori di tendenza sono pessimi: a luglio, il PMI (Purchasing Manager Index) manifatturiero ha segnato un livello di contrazione pari a 43,2 punti, raggiungendo il livello più basso da 84 mesi, per via dell’ennesimo peggioramento delle condizioni del mercato automobilistico e del crollo della domanda mondiale di attrezzature industriali. Il modello produttivo tedesco trascinano così al ribasso l’intera economia dell’eurozona che marca 46,5 e quella italiana che ne è una delle principali fornitrici.

In questa frenata dell’economia siamo dunque in ampia compagnia. Il Pil dell’Eurozona ha segnato nel secondo trimestre un incremento congiunturale dello 0,2%, dimezzando il +0,4% del primo trimestre che era stato drogato da una accelerazione degli acquisti in vista della Brexit, poi rinviata al prossimo 31 ottobre. In termini tendenziali, la crescita dell’Eurozona è stata del +1,1% rispetto, al +1,2% del primo trimestre: si registra un costante rallentamento a partire dal quarto trimestre del 2017, quando toccò il massimo, con il +2,8%. Anche dall’altra sponda dell’Atlantico giungono notizie analoghe, frenata di un punto, con la crescita al +2,1% rispetto al +3,1% del primo trimestre.

Il vento che ha sostenuto la timida ripresa dopo la crisi del 2008 sta calando dappertutto. Le Banche centrali non hanno fatto a tempo a completare la exit strategy dalle politiche monetarie ultra accomodanti, che già devono fare marcia indietro: la Fed ha appena sospeso la vendita di titoli in portafoglio tagliando i tasso dello 0,25%, e la Bce sta elaborando nuove strategie espansive.
Mentre si sente dire che, per quanto riguarda l’Italia, non c’è niente di nuovo e che come al solito la colpa dello stallo deriva tutta della inerzia governativa, si tengono gli occhi puntati solo sulla prossima manovra di bilancio, vaticinando le reazioni di Bruxelles. Niente di più miope: occorre guardare oltre la congiuntura, le manovre correttive, gli zerovirgola del Pil, per elaborare strategie di medio periodo che ridefiniscano il ruolo del nostro sistema produttivo nel contesto internazionale ed il futuro del suo posizionamento, soprattutto rispetto alla Germania, nel comparto manifatturiero.

Sembra infatti giunto a conclusione un ciclo di lungo periodo, quello della globalizzazione innescata in Europa dall’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Est e poi da quello della Cina nel Wto. Il mercantilismo che ne è derivato e la competizione sostenuta dai bassi salari hanno caratterizzato gli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino, giusto trent’anni fa. Anche la Germania ha concluso il lungo ciclo della Riunificazione, caratterizzato da una politica di una potenza paragonabile a quella condotta sin dall’ultimo trentennio dell’Ottocento, quando soppiantò la Gran Bretagna in Europa non solo dal punto di vista della produzione industriale quanto in termini di relazioni commerciali e finanziarie. A quegli anni risalgono i forti legami tra l’Italia e la Germania.

Per superare il rallentamento economico in atto, è Inutile sperare che la Germania adotti una politica fiscale espansiva, che finanzi investimenti pubblici infrastrutturali: non lo farà, come non lo ha fatto negli anni scorsi e come non lo fece nei primi anni Ottanta, nonostante le forti pressioni americane perché facesse da locomotiva all’economia mondiale. Già allora tenne ben chiusa la scarsella, tenendosi pronta al processo di Riunificazione, antivedendo la caduta del Muro. Ora fa altrettanto, perché a poco servirebbe sostenere un modello produttivo che è giunto al capolinea: il Dieselgate ha segnato una cesura irrimediabile. Ora, occorre investire sul futuro, sulla Green Economy e sulla Digital Society, con un orizzonte di almeno dieci, quindici anni. Anche stavolta, servirebbe una recessione negli altri Paesi europei: non essendo conveniente investire all’interno, i capitali troverebbero in Germania buone occasioni di investimento.

Nei primi anni Novanta, infatti, i capitali europei e quelli italiani in particolare, migrarono in Germania per finanziarne la Riunificazione. Se negli anni recenti sono affluiti per paura di un collasso dell’euro, ora dovrebbero finanziare gli investimenti necessari ad alimentare il nuovo lungo ciclo economico. Ma, oggi, c’è un fattore assolutamente inedito: la estrema debolezza del sistema bancario tedesco che rappresenta la vera pietra di inciampo che impedisce l’avvio di questo nuovo processo. Ma il Governo tedesco farà di tutto come sempre, e lo sta già facendo per indebolire i suoi partner, pur di raggiungere l’obiettivo.

L’Italia ha ampi spazi di manovra, purché il Nord si liberi dall’illusione che potrà continuare a prosperare come subfornitore manifatturiero dell’industria tedesca. Nella costruzione delle nuove filiere, ad esempio nel settore auto elettriche e delle batterie che le andranno ad alimentare, la strategia tedesca è di fare blocco con le imprese francesi. Lo stesso vale per l’industria della difesa e nel nucleare. Le politiche europee serviranno solo a fare da cappello a questo asse. Insieme alla informatica, alla chimica, alla cantieristica con propulsione ecosostenibile ed all’aerospazio, saranno i settori su cui si si investirà maggiormente.

Le istituzioni italiane non possono esaurire le proprie energie nel solo dibattito sulle politiche di bilancio, mentre i media assorbono l’attenzione dell’opinione pubblica su questioni di cronaca assolutamente marginali. Le organizzazioni imprenditoriali non possono limitarsi a chiedere solo i tagli del cuneo fiscale. La politica a Roma, ed il mondo economico e finanziario che a Milano ha ritrovato grande vitalità, devono focalizzarsi sulle prospettive del nuovo ciclo economico e sul ruolo dell’Italia e delle sue industrie nella nuova divisione internazionale del lavoro.

Ci sono scadenze precise. A fine ottobre si consumerà l’ultimo atto della Brexit: mentre un nuovo rinvio rappresenterebbe la accettazione della inesistenza di una alternativa alla costruzione europea, l’uscita della Gran Bretagna segnerà l’avvio di un processo di riduzione della Unione al duopolio franco-tedesco. In ogni caso, per l’Italia, il sistema delle alleanze industriali si allargherebbe a dismisura: dagli Usa al Giappone, come la stessa Fca intendeva fare. La presenza francese è stata solo di ostacolo rispetto alla realizzazione di un progetto globale, ambizioso.

Si apre un nuovo ciclo: occorre muoversi oltre la congiuntura, per costruire il futuro.

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