Economia

Vi racconto i trucchetti della Popolare di Bari. Il post di Seminerio

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Cosa succede nelle banche sulla profilazione dei clienti? Il caso della Banca Popolare di Bari. L’approfondimento di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net

Per tentare di dare la misura di quello che continua ad accadere nelle nostre banche, riguardo alla cosiddetta profilazione dei clienti, cioè della loro classificazione a fini della tolleranza al rischio degli investimenti, dopo aver appurato il loro grado di educazione finanziaria (certo, certo), tutto quello che dovete leggere è un pezzo di Gianluca Paolucci (sempre sia lodato), su La Stampa.

Ad esempio: come si può definire un obiettivo primario di protezione del capitale? D’acchito, diremmo “non subire perdite”, Monsieur De Lapalisse. Si, ma non basta. Non subirle in che arco temporale? Un anno? Cinque? Dieci? Oppure un giorno, una settimana, un mese?

Ecco, indagare e rispondere a questa domanda rappresenta il primo passo per un percorso di conoscenza della propensione al rischio del cliente. E come definireste, quindi, un profilo “conservativo”? Come si sovrappone questo profilo con l’obiettivo di “protezione del capitale”, visto prima?

A Bari, i concetti tendevano ad essere resi assai elastici: “Su oltre 50 mila clienti della Bari, solo 300 avevano un profilo «conservativo», ovvero puntavano al mantenimento del capitale investito. Malgrado più della metà, oltre 26 mila, avesse indicato per gli investimenti di voler prioritariamente proteggere il proprio capitale.”

Altra domanda, allora: forse un investimento “conservativo” è quello che manifesta poca volatilità, o addirittura una volatilità al ribasso inesistente o quasi? D’acchito, diremmo sì. Ma chi misura tale volatilità? Le quotazioni di un mercato, vien fatto di dire. Ottimo, ma se non esistono quotazioni di mercato? Beh, in tal caso occorre fidarsi di chi produce periodicamente le quotazioni. Uhm, io direi di no, grazie, allora. Perché una situazione del genere vuol dire che trattasi di titolo illiquido.

Scopriamo allora che un “selling point” per i dipendenti della Popolare Bari pare fosse proprio l’illiquidità, spacciata come assenza di volatilità: “L’azione Banca Popolare di Bari non è quotata in Borsa quindi il valore non risente di oscillazioni giornaliere”.

Ma non è geniale, tutto ciò? Non ci sono quotazioni di mercato, quindi non c’è volatilità, quindi il titolo è sicuro! Meraviglioso, no? E non solo: se il valore contabile dell’azione è lasciato alla determinazione dell’emittente, cioè della banca, in sede di bilancio, e se nel corso del tempo tale valore è solo aumentato, siamo di fronte ad un vero miracolo. Il titolo privo di rischio che tuttavia rende molto.

Ehi, mi avete convinto! Al diavolo queste ubbie sulla diversificazione degli investimenti, allora. Anzi, risistemiamo il portafoglio in modo da abbassarne la volatilità ed aumentare il ritorno dell’investimento. Altro che frontiera efficiente! Vi dirò di più: apprendiamo che oltre il 40% degli investimenti era in titoli della stessa Popolare Bari.

Ma male, allora! Con un asset che “sale solo” ed ha zero volatilità perché non quotato da nessuna parte, razionalità vorrebbe che il 100% del portafoglio fosse investito in titoli di debito e capitale di quell’emittente, perdinci. E infatti, a breve vedrete come è finita per chi ha seguito, più o meno consapevolmente, questo criterio di “razionalità”.

Ma eccovi ancora Paolucci su questi miracolosi asset, tutto rendimento e zero rischio: “[…] per effetto del criteri utilizzati per valutare il rischio delle proprie azioni, i titoli della Bari risultavano meno rischiosi di titoli quotati, compresi quelli delle grandi banche e di società di altri settori. Ovvero, le azioni della PopBari risultavano meno rischiose di Eni o Intesa Sanpaolo. Così, su 500 milioni di euro dell’aumento di capitale del 2015, finiti quasi integralmente alla clientela della banca, 135 milioni sono stati sottoscritti grazie alla vendita di altri titoli, in molti casi (almeno 50 milioni di controvalore) più «sicuri» di quelli Bpb, compresi i titoli di Stato”.

Capite, allora? È tutto razionale: alto rendimento, rischiosità nulla, praticamente il moto perpetuo! Ma i questionari Mifid?, direte voi. Ma allora non mi state ascoltando: “Certo, c’erano i questionari Mifid. Che fino al 2016 erano fatti così: se indicavi la protezione del capitale come obiettivo primario, finivi incasellato in un profilo «dinamico – integrazione del reddito» compatibile con l’investimento in azioni della Popolare”.

E te credo, con titoli così superiori per profilo rischio-rendimento! Bene, ho finito il sarcasmo e mi sta venendo anche un po’ di nausea. Chiuderei con una considerazione futile, di quelle che generano prediche inutili. Cosa è diversificazione? È quella cosa che può essere spiegata a chiunque, anche a chi non mastica di finanza, alta, bassa o intermedia, col buonsenso: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Anche così, potrete evitare di autodefinirvi “analfabeta finanziaria”, per puntare a rimborsi integrali, magari con le tasse altrui. Perché in questo caso non sarebbe analfabetismo finanziario ma di altro tipo, più grave e pervasivo.

Ripetete con me: non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Non è difficile, vedete? Come dite? Sto sbagliando io perché banchieri e top manager di assicurazioni dicono che la gran parte delle uova va messa nello stesso paniere, quando si tratta di titoli di stato italiani? Allora mi arrendo, avete ragione voi. E il paese è perso, però.

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