Economia

Vi racconto da dove nasce il malessere economico attuale

di

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Antonio Di Pietro, parlando delle vicende che segnano, forse, il punto più basso nella storia della magistratura italiana, dice: “Abbiamo scoperto l’acqua calda. Che le correnti servissero a questo, cioè a creare un’area di riferimento e di elettorato per andare poi a fare il componente del Csm, lo si sa dalla notte dei tempi”. Quanto ad intrighi e congiure, siamo di fronte ad uno dei massimi esperti di vicende così oscure e poco edificanti. Questo suo venire allo scoperto, tuttavia, getta una luce nuove sugli avvenimenti che, nel 1992, portarono alla fine della Prima Repubblica. Quell’attività di “mani pulite” che azzerò un’intera classe dirigendo, salvando solo coloro ch’erano rimasti fuori dall’attività di governo. Ma non avevano rinunciato per questo a partecipare ai fasti del “modello spartitorio” come Giuliano Amato, in un suo vecchio libro, fotografò quel sistema collusivo.

Ed ecco che un interrogativo, per troppo tempo rimosso, torna alla ribalta. Ma cosa furono quegli anni? Fu solo corruzione dilagante? Fosse questa l’analisi, la catarsi, successivamente intervenuta, avrebbe dovuto stroncare alla radice quest’anomalia italiana. Ed invece i fatti di oggi dimostrano il contrario. La corruzione, a quanto pare, continua ad esistere. Non solo in Italia, per la verità, come mostrano le vicende francesi, legate ai mondiali di calcio. Né la magistratura italiana, secondo le parole dell’ex pm, ha cambiato prassi ed atteggiamenti.

Ciò che resta senza spiegazione alcuna fu il perché dei successivi mutamenti che portarono al crollo della Prima Repubblica ed alla nascita di una lunga transizione in cui le sembianze di un “paese normale”, per riprendere il lessico dalemiano, ancora non si vedono. Occorre pertanto tentare una spiegazione meno approssimata, per giustificare uno smottamento di quella proporzione. Altrimenti un personaggio, tutto sommato, minore come Mario Chiesa non sarebbe stato solo un “mariuolo” come ebbe a dire di lui Bettino Craxi, ma uno dei principali artefici della fine di un ancien régime ormai moribondo. Un titolo di merito: tutto sommato. Seppure ottenuto di squincio a causa dei suoi poco edificanti maneggi. I misteri della storia.

La vera ragione di quella grande transizione fu la crisi economica. Lo scoprire, all’improvviso, a causa del naufragio della lira, le grandi fragilità della società italiana. Ed il disincanto, improvviso e traumatico, portò inevitabilmente alla ricerca affannosa di un colpevole. La magistratura italiana seppe interpretare lo smarrimento collettivo e, utilizzando fin da allora quei canali politici, che oggi Di Pietro indica come tratto permanente del suo modo di operare, fece piazza pulita. Nelle migliori delle ipotesi una risposta quasi istintiva. Nelle peggiori una vera e propria resa dei conti all’interno del vecchio establishment. Con le conseguenze indicate all’inizio.

La crisi, quindi. Il convitato di pietra su cui è caduto un velo di silenzio. Nessun accenno alle sue ragioni più profonde. Quegli anni ’70 imbastiti di consociativismo, fino all’ipotesi del “compromesso storico” che fu cavallo di battaglia di Enrico Berlinguer. Ma soprattutto un contesto internazionale che, all’improvviso, cambiava pelle. Con i prezzi del petrolio che schizzavano verso l’alto determinando l’ossimoro della stagflation: un micidiale mix di inflazione, a due cifre, e di stagnazione. Una situazione che andava gestita con gli strumenti della politica. Sminando quei focolai che, in Italia, grazie ai meccanismi dell’indicizzazione, a partire dalla scala mobile, amplificavano il costo della bolletta petrolifera, rendendo permanente il deprezzamento del segno monetario.

Ci si provò con il decreto di San Valentino, che tentava di ridurre il grado di copertura della scala mobile e, quindi, raffreddare i processi inflazionistici. Fu una vittoria delle forze riformiste. Dei socialisti innanzitutto. Ma quella battaglia costò lacrime e sangue. Coalizzò le forze che si opponevano al cambiamento. Ed allora fu gioco forza ricorrere ad altri mezzi. Già il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro aveva costretto l’Italia a finanziare il suo deficit di bilancio ai prezzi di mercato. Ma nemmeno questo fu sufficiente. Palazzo Koch fu infatti costretto ad una politica monetaria tendenzialmente restrittiva per rafforzare il cambio, puntando sui flussi esteri di capitale, invogliati dal differenziale dei tassi di interessi. Al fine di ridurre l’impatto dei crescenti prezzi del petrolio.

Durò poco. A scardinare definitivamente lo SME – il sistema monetario europeo – ci pensarono i tedeschi. L’unificazione del Paese richiedeva ingenti risorse finanziarie, per colmare il divario di produttività tra la RFT e la DDR. Correttezza avrebbe voluto che i rapporti di cambio tra il marco dell’est e quello dell’ovest fossero prezzati tenendo conto del diverso differenziale produttivo. Il rapporto fu invece fissato, per evidenti ragioni politiche, alla pari: “one to one”. Il relativo differenziale coperto dal forte aumento della spesa pubblica. Le cui risorse furono direttamente attinte dal mercato internazionale aumentando i tassi di interessi. E fu la fine.

L’Italia e l’Inghilterra subirono un forte spiazzamento competitivo. Quei capitali che, in precedenza, avevano preso la via di Roma o di Londra, confluirono su Berlino. Il vuoto che ne seguì portò all’inevitabile svalutazione di entrambe le monete. E fu allora che il cerchio, non solo economico, ma politico si chiuse. Qualora se ne avesse avuta consapevolezza, invece di inseguire ipotesi palingenetiche, oggi la realtà non solo italiana, ma europea sarebbe diversa. L’autocritica tardiva di uno dei protagonisti di “mani pulite” può riaprire un capitolo della storia italiana troppo frettolosamente archiviato. Facendo emergere le ragioni più vere del malessere attuale.

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