La serie di aggressioni americane al Venezuela – culminate il 3 dicembre nel rapimento di un capo di Stato regolarmente eletto e di sua moglie in barba a qualsiasi convenzione internazionale – sono state più volte giustificate come necessarie per combattere i cartelli della droga venezuelani e per impedire il traffico di stupefacenti verso gli Stati Uniti.
Droga in Venezuela? Sbagliato bersaglio
Secondo i dati del United Nations Office on Drugs and Crime e dell’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, le foglie di coca vengono prodotte quasi esclusivamente in Sudamerica, ma soprattutto in Colombia (massimo produttore mondiale) in Perù ed in Bolivia. La coca viene poi raffinata in cocaina cloridrato in America Centrale, nei Caraibi, in Messico, in Africa Occidentale per poi essere distribuita negli USA ed in Europa.
Per quanto riguarda l’oppio, da cui vengono estratti diversi alcaloidi fra i quali la morfina che viene poi acetilata per ricavare l’eroina, l’Afghanistan detiene il sostanziale monopolio insieme a Myanmar, Laos e Thailandia. I mercati americani ed europei vengono raggiunti passando da Iran, Turchia, Balcani oppure Cina e sud-est asiatico.
Metanfetamine e droghe sintetiche vengono prodotte soprattutto in laboratori clandestini in Myanmar, Laos, Messico, ma anche Belgio e Paesi Bassi, basandosi su precursori chimici – spesso dual use – prodotti in Cina. L’ecstasy, invece, arriva direttamente da laboratori nei Paesi Bassi e in Belgio per poi essere esportata in tutto il mondo.
La cannabis, la porta d’ingresso delle tossicodipendenze, è molto più diffusa: viene coltivata in Nord Africa (soprattutto Marocco), in più o meno tutto il continente americano e anche in Europa.
In Venezuela esistono solo produzioni marginali, ma attraverso il Paese passano alcune minori rotte di transito della cocaina colombiana e di altre droghe provenienti dal resto del Sudamerica. Insomma: attaccare il Venezuela per stroncare il traffico di droghe che entrano negli Stati Uniti è un po’ come combattere l’obesità prendendo il caffè senza zucchero dopo pasti giganteschi.
Petrolio? Colpito e affondato
I reali “problemi” del Venezuela sono in realtà ben diversi. I primi due sono strettamente interconnessi fra di loro ma, per coglierli, occorre guardare sotto la superficie.
Il primo è che il paese sudamericano (secondo il World Energy Review Eni del 2025) detiene le più vaste riserve petrolifere del mondo, con circa 303 miliardi di barili stimati, pari al 17% delle riserve globali e ben al di sopra di Arabia Saudita (15,0%), Iran (11,7%), Canada (10,6%), Iraq (8,1%), Emirati (6,3%), Russia (6,0%), Kuwait (5,7%) e Libia (2,7%). Mentre gli USA possiedono “solo” il 2,7% delle riserve mondiali. Come è facile notare, i principali giacimenti sono in Paesi con i quali i rapporti geopolitici occidentali sono decisamente … complicati. Per giunta, il petrolio made in USA si trova in giacimenti scistosi, per la maggior parte nel bacino del Permian, dove i costi di estrazione per fracking sono anche dieci volte maggiori di quelli del petrolio arabo e sono economicamente sfruttabili solo se il prezzo del petrolio si mantiene a livelli superiori ai 60-70$ al barile.
Il secondo problema venezuelano è che, malgrado questo potenziale immenso, l’industria petrolifera venezuelana ha vissuto un drammatico declino. Decenni di cattiva gestione, scarsità di investimenti, infrastrutture decadenti e sanzioni internazionali hanno ridotto drasticamente la produzione.
Petrolio venezuelano: dal dominio energetico alla marginalità nei mercati
Storicamente, l’industria venezuelana del petrolio è stata tra le più importanti al mondo. Il complesso petrolifero dell’Orinoco, nota anche come Faja Petrolífera del Orinoco, rappresenta una delle più grandi concentrazioni di petrolio recuperabile in tutto il pianeta, con riserve sul posto di oltre 1,18 trilioni di barili, gran parte dei quali extra-heavy crude che richiedono tecnologie specifiche per la produzione e la raffinazione.
Negli anni ’70, il Venezuela produceva oltre 3,5 milioni di barili al giorno, cifra che rappresentava più del 7% della produzione mondiale di quel periodo. La nascita della compagnia statale PDVSA e la centralizzazione delle attività petrolifere, unite a un progressivo calo di investimenti e alla pressione delle sanzioni internazionali, hanno messo in crisi la dinamica estrattiva. Oggi la produzione si è contratta a circa 1,1 milioni di barili al giorno, una frazione del potenziale stimato delle riserve e meno dell’1% del totale globale.
Il declino produttivo non è dovuto alla mancanza di risorse, ma piuttosto a fattori politici ed economici interni. Le infrastrutture petrolifere, una volta cuore dell’economia nazionale, sono oggi spesso obsolete. Le sanzioni statunitensi e il peso del debito internazionale hanno spinto Caracas a stringere alleanze energetiche strategiche, in particolare – purtroppo per gli USA – con imprese cinesi e russe, che operano insieme alla compagnia statale PDVSA per mantenere livelli produttivi e commercio con l’estero.
Minerali Critici e Terre Rare? Una scommessa
Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata non solo sulle risorse energetiche, ma anche su quelle minerarie meno note ma strategicamente cruciali: terre rare e minerali critici. Sotto questo cappello si intendono elementi o materiali chiave per la tecnologia moderna, dall’elettronica avanzata alle energie rinnovabili, passando per componenti militari e semiconduttori.
Ed è proprio questo il terzo “problema” che ha scatenato gli appetiti di Trump: il Venezuela ospita nel suo territorio il cosiddetto nell’Arco Minero dell’Orinoco, un’area che copre oltre 110.000 chilometri quadrati, pari al 12% della superficie nazionale, che dal 2016 è stata designata per lo sfruttamento minerario strategico. Qui si trovano giacimenti di oro, diamanti, bauxite, nichel e altri minerali industriali. Alcune analisi ufficiali indicano la presenza di oltre 8.000 tonnellate di oro – il più abbondante dell’America Latina – ferro, bauxite, diamanti, e depositi stimati di 35.000 tonnellate di coltan, minerale da cui si ricavano niobio e tantalio, fondamentali per l’elettronica moderna.
Le rilevazioni geologiche e alcune stime governative indicano l’esistenza di accumuli significativi di tali risorse nell’Arco Minero, in particolare nello Scudo della Guiana, una delle aree geologiche più antiche e ricche di minerali dell’intero pianeta. Qui si trovano non depositi di coltan, ma anche cassiterite (per lo stagno), terre rare come cerio, lantanio, neodimio e torio; tutti elementi utilizzati in dispositivi elettronici, turbine eoliche e motori elettrici.
Quanto alla quantità di terre rare disponibili, la situazione è incerta: non esistono stime ufficiali quantitativi di riserve certificate secondo criteri tecnici internazionali, ma studi geologici preliminari e rilevamenti regionali suggeriscono che lo Scudo della Guiana potrebbe contenere quantità significative di elementi cruciali per batterie, magneti, motori elettrici e componenti di alta tecnologia.
A differenza di paesi come Canada e Australia, il Venezuela manca di dati esplorativi aggiornati, un regime di concessioni trasparente, infrastrutture capaci e certezza legale per gli investitori esteri, fattori che ostacolano la crescita del settore. Il Paese non figura nelle classifiche globali ufficiali basate su dati US Geological Survey, dove la Cina domina con 44 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, seguita da Brasile, India e Australia e Stati Uniti con circa 1,8–1,9 milioni di tonnellate.
Estrattivismo senza stato: il controllo dei minerali critici
In molte aree dell’Arco Minero e lungo il confine con la Colombia, l’estrazione di minerali critici è diventata terreno di conquista per attori non statali. Secondo recenti inchieste internazionali, gruppi armati come l’ELN e dissidenti delle FARC hanno preso il controllo di miniere di coltan, cassiterite e terre rare, trasformando quelle zone in un crocevia di traffico illegale, violenze contro le comunità locali, deforestazione e gravi violazioni dei diritti umani.
Le dinamiche dell’estrazione violenta sono aggravate dalla crisi di governance statale nel Venezuela meridionale: con istituzioni deboli e controllo territoriale frammentato, i gruppi armati sono in grado di operare come attori economici di fatto, mentre le ricchezze minerarie vengono contrabbandate verso mercati internazionali, in alcuni casi con intermediari legati a economie parallele esterne.
Geoeconomia globale: rischi e opportunità
Il Venezuela si trova oggi di fronte a un bivio decisivo. Da un lato, la sua enorme dotazione di petrolio e minerali critici potrebbe giocare un ruolo chiave nella transizione energetica globale e nelle supply chain di tecnologie avanzate; dall’altro, senza investimenti, riforme istituzionali e sicurezza, queste risorse rischiano di restare potenziale inespresso o, peggio, fonte di conflitto continuo.
È significativo che il governo venezuelano abbia cercato di sviluppare cooperazioni strategiche internazionali nel settore dei minerali critici, non solo con Russia e Cina ma anche con l’India, interessata a diversificare le proprie fonti di input per batterie, semiconduttori e veicoli elettrici.
Ciò che emerge da questa ricognizione è una realtà contraddittoria: in un mondo in cui la competizione per queste risorse si intreccia sempre più con la sicurezza nazionale delle grandi potenze, il Venezuela ha potenziale geologico, ma manca di un sistema consolidato per trasformarlo in potere economico e influenza geopolitica duratura. La sua industria petrolifera è un gigante storicamente rallentato da infrastrutture obsolete e da condizioni politiche interne ed esterne sfavorevoli, mentre il settore minerario, pur ricco di prospettive, non ha ancora generato un flusso stabile di produzione di minerali critici o terre rare con impatto globale.
Ma, per Trump, catturare e rapire un presidente e la sua consorte non significa avere ottenuto il controllo del Paese. Per mettere le mani sulle sue risorse minerarie vorrà proseguire con un colpo di Stato come quello che Richard Nixon promosse nel 1973 in Cile per uccidere il presidente eletto Salvador Allende e sostituirlo con Augusto Pinochet: un sadico criminale, ma veramente molto disponibile verso gli Stati Uniti.
Interessanti mappe della produzione e distribuzione di varie droghe
Un’infografica sulle riserve petrolifere mondiali








