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Perché i giornali di carta affondano

La crisi dei giornali italiani è in gran parte legata a un approccio datato alla produzione dei contenuti. L'approfondimento di Gregory Alegi, storico, giornalista e docente alla Luiss

 

Cosa compriamo in edicola quando chiediamo il giornale? Chi risponde «due etti di carta stampata, piegata sul lato lungo» vive nel secolo scorso. Nel XXI secolo, la risposta giusta è «contenuti esclusivi, scrupolosamente verificati e ben confezionati.» Non è l’eterno dibattito tra forma o contenuto, ma una discussione pragmatica sulla necessità di comprendere le dinamiche economiche e l’essenza del lavoro giornalistico al tempo della disintermediazione.

Il punto di partenza

Mese dopo mese, i dati dei quotidiani italiani fotografano una crisi generalizzata.

Il calo delle vendite fa venir meno il circolo virtuoso sul quale si è a lungo retta la stampa. Fare un buon giornale si traduceva in maggior diffusione, che attirava la pubblicità e garantiva le risorse per fare un buon giornale che il pubblico era disposto a pagare per avere. L’impatto delle nuove tecnologie ha rotto questo equilibrio. La facilità con la quale le notizie faticosamente (e costosamente!) prodotte possono essere riconfezionate e ridistribuite ha fatto sì che il concorrente di un giornale non sia né un altro giornale né la radio né la televisione, ma l’universo social. Dall’invio della schermata al collegamento ipertestuale su Telegram (ok, sono un boomer aspirante alla Crusca: dallo screenshot al link), dall’articolo stampato in pdf all’estratto di Dagospia, tutto riduce l’acquisto di copie cartacee e abbonamenti digitali. A ben vedere, riduce persino il numero di persone che a una data ora decidono di vedere lo stesso telegiornale o ascoltare lo stesso giornale radio.

La crisi dei giornali viene da dentro

La crisi dei giornali italiani è in gran parte legata a un approccio datato alla produzione dei contenuti. Per motivi culturali e contrattuali, molti continuano a considerare la carta un gradino sopra il resto, il digitale come pura trasposizione del cartaceo e le redazioni carta e web due cose distinte. Va da sé che al web vanno soprattutto i giovani “perché sono nativi digitali”.

Niente di più sbagliato. L’importanza di un giornale è legata innanzi tutto alla sua reputazione di affidabilità, che non può essere diversa nella sua forma scritta o digitale. La velocità di pubblicazione consentita dal digitale non può giustificare l’omissione di controlli e verifiche. Se la notizia è la conferenza stampa, nulla vieta di fare in diversi momenti la trasmissione in diretta, il montaggio video e la sintesi con analisi su carta. Non importa se affidandosi sempre allo stesso autore o fornendo il girato a un videogiornalista per il montaggio e chiedendo a un terzo di elaborare il pezzo tradizionale coordinandosi con editorialisti e opinionisti. Per averne conferma basta seguire un’audizione dell’impeachment di Trump sul sito della Washington Post, leggere dell’ultimo scandalo di Boris Johnson sul quello della BBC o ascoltare un’intervista del New Yorker: se non fosse per l’indirizzo web (va bene, l’URL) non ci sarebbe modo di incasellare il servizio nelle tipologie classifiche.

Non è un caso che oltre 15 anni fa oltre un terzo dei giornalisti del Washington Post fosse già dotato di telecamera e che oggi il direttore del New York Times non approvi più la prima pagina cartacea, che è il sottoprodotto cartaceo dell’all the news that’s fit to print (“tutte le notizie degne di essee pubblicate”)  che è il vero prodotto del giornale.

Prima la qualità

Garantire sempre al lettore-cliente la qualità su tutte le piattaforme attraverso le quali può fruire l’informazione è un concetto meno ovvio di quanto non sembri.  Un esempio tra tanti è il corso sul mobile journalism presente sulla piattaforma di formazione continua dell’Ordine dei Giornalisti, che dedica molto tempo a descrivere le app di montaggio (con annesse domande di verifica: dove si trova il tasto X nel programma Y) ma non dice una parola sui rischi della presa diretta e montaggio immediato. Il servizio dalla prima linea in Ucraina è uguale all’inchiesta sul caos al comune di Roma? La cronaca di un funerale è uguale a quella dello sciopero? Mistero.

In compenso, il lettore-cliente riconosce subito la differenza tra gli articoli-fotocopia – non nel senso del plagio, ma in quello della desolante identità di approccio, per cui un giornale vale l’altro.

McLuhan aveva torto

Con buona pace di McLuhan, oggi il mezzo non è la notizia. In un sistema multipiattaforma (che è altro da multimediale), l’elemento distintivo non è la tecnica con la quale si porge il contenuto, ma il processo attraverso il quale si decide che una certa storia è degna di essere portata a conoscenza del pubblico. Alla lunga (ma nemmeno tanto lunga, poi) il pubblico si accorge che dietro ai titoli acchiappaclick, ai pezzi ammiccanti, all’ideologia smaccata c’è poco o nulla, e abbandona la testata.

L’evidente incapacità di sostituire i lettori cartacei di 20 anni fa con una nuova generazione di lettori digitali si spiega proprio con il mancato trasferimento della vecchia mentalità editoriale (“il rispetto della verità sostanziale dei fatti” della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti”) alla nuova generazione di editori e autori web, per i quali la quantità (dei click, va da sé) è essa stessa indice di qualità.

Ma, come avrebbe detto Lincoln, You can’t fool all the people all the time. (“Non si possono ingannare tutti tutte le volte”). Senza la qualità, i lettori non sono disposti a pagare né la tradizionale copia cartacea in edicola né quella digitale sul telefono, tablet o PC. E i numeri crollano…

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