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Un paio di consigli non richiesti al governo su come muoversi all’Ecofin. L’analisi di Polillo

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Esistono ampi margini per rassicurare da parte dell’Italia i componenti dell’Ecofin. Si tratta solo di esercitare una straordinaria opera di persuasione. Che diverrà più forte se, oltre il breve periodo, sapremo indicare le linee guide di quel programma più strutturato che serve al Paese. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Primo round con tante polemiche. La cosa più sorprendente non è l’articolazione del dibattito interno all’Eurogruppo, ma i commenti che si leggono in Italia. Inevitabili le differenze, data la portata della posta in gioco. Non si sta discutendo solo dell’Italia, ma di una prospettiva che riguarda l’intera Eurozona. Questa volta errori non sono consentiti. Non un bis della Grecia, quindi. Con le successive lacrime postume da coccodrillo, che sono spuntate dagli occhi di Jean-Claude Juncker durante la campagna elettorale, nella speranza di contenere lo smottamento populista. Una decisione troppo unilaterale nel decifrare la complicata situazione italiana potrebbe avere l’effetto di un terremoto sull’intera struttura dell’Eurozona.

Il Financial Times di ieri coglie, seppure in modo indiretto, le preoccupazioni che serpeggiano all’interno della “business community”. Le misure annunciate da Mario Draghi – questo il commento – non avranno più l’efficacia del passato. Quel contenimento dei tassi per un altro anno ed il prolungamento del quantitative easing non saranno in grado di far volare l’euro. Come dimostra la scarsa reazione dei mercati al nuovo annuncio. C’è del vero in una diagnosi (o forse speranza) che ha una doppia motivazione. Gli strumenti di politica monetaria hanno l’handicap della rapida obsolescenza. Sono, come si dice, one shot. Una volta praticati, la loro semplice ripetizione è meno efficace, specie se, nel frattempo, le possibili munizioni sono state tutte utilizzate. Al tempo stesso pesa, sull’intera Europa, una congiuntura difficile, in cui gli squilibri macroeconomici sono prevalenti, rispetto ad altri fattori. In simili circostanze le politiche monetarie, da sole, non sono in grado di fornire la risposta necessaria.

Questa complessa situazione spiega la prudenza con cui le diverse delegazioni europee affrontano il tema “Italia”. Naturalmente le differenze di posizioni non mancano. Ma da qui a parlare di una sorta di congiura per imporre la mordacchia della procedura d’infrazione ce ne corre. Nonostante gli auspici, di cui si diceva agli inizi, di alcune corrispondenze italiane da Bruxelles. Sentimento pure comprensibile, visto il clima di ostilità che circonda il governo giallo verde. Ma non condivisibile: salvo non voler contribuire a segare il ramo su cui tutta l’Italia e non solo il Ministro dell’economia è accovacciato. Ed allora lo sforzo deve essere quello di cogliere le differenze, che sono già emerse. Un conto è la posizione di Valdis Dombrovskis, con tutte le sue tradizionali rigidità. Un’altra quella di Pierre Moscovici. Diversità che si spiegano non solo considerando il tratto umano dei due personaggi. Ma i contrapposti interessi nazionali che ne ispirano le mosse.

Emblematico, da questo punto di vista, l’intervento di Christine Lagarde, a nome del Fondo monetario: l’organizzazione sulla quale sono state scaricate, con un pizzico di ipocrisia, tutte le responsabilità della vicenda greca. Un assist per il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che dovrebbe essere in grado di cogliere. Per la dirigente francese (non è un caso): “i Paesi ad alto debito, tra i quali l’Italia, preoccupano per la combinazione di bassa crescita, assenza o stop delle riforme: il percorso di bilancio deve mantenere la fiducia degli investitori”. Se ne deduce che le scarse risorse disponibili non debbano essere buttate nel grande crogiuolo della spesa corrente, ma per rimettere in moto un’economia, che ha i numeri per voltare pagina.

Un appello che dovrebbe portare alla definizione di un percorso credibile, seppure graduale di riduzione del debito. Come del resto suggerito dallo stesso Mario Draghi. Condizioni che esistono nella realtà italiana. Basta avere gli occhi per vederle e rinunciare alle fumose teorie di cui, soprattutto, i 5 stelle, con l’aiuto di qualche improvvisato economista, sono portatori. La sapienza accademica di Giovanni Tria dovrebbe servire proprio a questo. Individuare quel programma di medio termine che serve all’Italia per dare respiro all’azione governativa. Non è detto che, alla fine, sarà accettato dai due azionisti di maggioranza. Ma questo è il compito prevalente di chi, nella vita, ha dedicato tempo ed energie allo studio e all’insegnamento: il lascito di tanti esponenti della Prima Repubblica. Ai quali la storia, alla fine, nonostante traversie personali e facili azioni di killeraggio, ha dato ragione.

Sarebbe un’azione meritoria, specie in un contesto in cui le preoccupazioni finanziarie nell’immediato sono meno acute di quanto a prima vista potrebbe sembrare. Il fabbisogno dello Stato, che alimenta l’emissione di titoli, è fortemente diminuito nei primi cinque mesi dell’anno, con un risparmio di oltre 5,5 miliardi. Le nuove emissioni incontrano una forte liquidità, con una domanda che supera abbondantemente l’offerta, dando origine ad azioni di riparto. Ci sono poi le entrate straordinarie, se sono vere le cifre fornite dai responsabili fiscali. La fatturazione elettronica avrebbe comportato maggiori incassi per 1,5 miliardi. Ancora più forte il gettito (si parla di oltre 20 miliardi) dalla rottamazione delle cartelle. In questo secondo caso si tratta solo di entrate una tantum: ma sufficienti per consentire di scavallare l’anno.

Esistono quindi ampi margini per rassicurare i componenti dell’Ecofin. Si tratta solo di esercitare una straordinaria opera di persuasione. Che diverrà più forte se, oltre il breve periodo, sapremo indicare le linee guide di quel programma più strutturato che serve al Paese.

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