Economia

Tutti i costi della pandemia (e le coperture farlocche del governo)

di

recovery plan

Quant’è costata finora la pandemia? Quanto nuovo debito è stato contratto per supportare il torrente di una caotica legislazione di cui, ancora oggi, non si vede fine? Ecco tutti i conti nell’analisi di Gianfranco Polillo

 

Quant’è costata finora la pandemia? Quanto nuovo debito è stato contratto per supportare il torrente di una caotica legislazione di cui, ancora oggi, non si vede fine? C’è voluta una pazienza da certosino per recuperare il materiale di base e giungere ad una prima valutazione: che non potrà non stupire. Il costo complessivo dell’intera operazione ammonta, finora, a 200 miliardi e 245 milioni. Tanto è stato speso, solo quest’anno, per far fronte all’emergenza. E senza considerare l’onere del decreto “ristori quater” (D.L. recante misure urgenti connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19) ancora non giunto in Parlamento, per far fronte al quale era stato chiesto un ulteriore superamento del tetto di spesa per 8 miliardi.

La conclusione sconfortante, quindi, è che l’Italia si è già giocata l’intero finanziamento del Recovery Fund, di quella Next Generation Ue, che valeva 208,8 miliardi e che doveva essere destinato, come evoca il suo stesso nome, a tracciare una linea per il futuro, per consentire alle nuove generazioni di far fronte al peso che quel debito avrebbe comportato. Ed invece: cornuti e mazziati. Dovranno farsene carico. E per ben oltre i 127,4 miliardi nominali. Poiché anche una buona metà degli 81,4 miliardi di sussidi a fondo perduto, dovranno essere comunque restituiti a causa delle maggiori tasse europee o dagli aumenti dei contributi annuali al bilancio comunitario.

Ma fosse solo questo. Una parte notevole dell’accresciuto indebitamento, per circa 60 miliardi di euro, è stato coperto con modalità creative, da far invidia ai vecchi maneggi della Grecia, prima della grande crisi. Per circa 33,4 miliardi si sono scontate le maggiori entrate che deriveranno dalla maggior crescita del biennio 2022/23. Mentre per i restanti 27 miliardi e rotti, a valere sui fondi delle Next Generation Ue. Trascurando, tuttavia, il piccolo particolare che nessuno è in grado di garantire che quei fondi ci saranno effettivamente. Non tanto per il Recovery fund: perché alla fine è prevedibile che un accordo si troverà. Ma per quello spendersi in anticipo i proventi di un tasso di crescita che nessuno è in grado di prevedere. Evidentemente il vecchio proverbio “non dire gatto se non l’hai nel sacco” non è più di moda nelle austere stanze di Via XX settembre.

Ma almeno è un “debito buono”? La lezione di Mario Draghi è stata compresa ed assimilata? Oppure quella altro non è stata che una rinnovata “predica inutile” nel solco della tradizione di Luigi Einaudi? Una disaggregazione dei dati può fornire una qualche indicazione. Le spese correnti sono state pari a circa 130 miliardi. Il 64 per cento del totale. Quelle in conto capitale, pari a 55,4 miliardi: il 28 per cento. Gli sgravi fiscali complessivi pari a 15,6 miliardi: il rimanente 8 per cento. Non si può dire quindi che le preoccupazioni per un possibile futuro abbiano dominato. Le somme destinate alle maggiori spese in conto capitale sono state, infatti, addirittura inferiori (55 contro 60 miliardi) alle coperture farlocche.

A questi dati, di per sé sconfortanti, c’è poco da aggiungere. Il 50 per cento degli impegni sono relativi all’anno in corso, per un totale di oltre 100 miliardi di euro. L’anno prossimo le decisioni già assunte peseranno per circa 56 miliardi e per altri 47,5 nel 2022. Mentre per il 2023 si prevede un leggero surplus (le entrate dovrebbero essere maggiori delle spese) per circa 3,5 miliardi. Chi vivrà, vedrà. La legge di bilancio, come già detto, ipoteca una parte delle maggiori entrate derivanti dalla più robusta crescita prevista per il 2022 e 2023. Se tutto andrà come dovrebbe andare, ma c’è da dubitarne, vale a dire secondo le previsioni della Nadef, nel primo caso, l’ipoteca dovrebbe riguardare circa il 40 per cento delle maggiori entrate previste. Mentre per l’anno successivo questa percentuale dovrebbe salire al 79 per cento.

Parlare di una manovra più che conservativa è fin troppo evidente. Ma se dal puro aspetto quantitativo si passa ad un profilo più qualitativo, paradossalmente il giudizio negativo si rafforza. Si consideri la sola partita fiscale: una cenerentola nella ripartizione delle possibili risorse, con una percentuale pari ad appena l’8 per cento del totale disponibile: 15,6 miliardi di euro. L’abolizione delle clausole di salvaguardia per l’Iva e le accise produrranno un minor gettito, nel 2022 e nel 2023, pari a 45,5 miliardi. Un vantaggio che è stato quasi annullato dall’aumento di altre imposte e tasse, per un importo di quasi 30 miliardi. Scelte che sono andate contro corrente rispetto alle richieste europee.

Nei vari documenti di analisi sulla situazione italiana, la Commissione europea aveva più volte richiesto una riduzione del carico delle imposte personali, soprattutto Irpef e cuneo fiscale, da compensare con un aumento delle imposte indirette sui beni e gli immobili. Il governo, come si evince dai dati forniti, ha scelto invece la strada opposta. Alla fine vi sarà comunque una piccola riduzione della pressione fiscale, ma sarà minimalista. Secondo le proiezioni della stessa Nadef, dovrebbe diminuire dal 42,2 per cento del 2021 al 41,9 del 2023. Un’inezia: con una ricaduta pari a zero sul possibile futuro tasso di crescita dell’economia.

Siamo quindi riusciti a ricostruire quel “quadro in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve” come esortava Mario Draghi, nel suo intervento al meeting di Rimini? La risposta la ritroviamo in un debito che non solo cresce a ritmi forsennati, ma in Europa si colloca ormai ad una spanna da quello greco, che aumenta molto meno (14 punti). Con una crescita di oltre 24 punti, rispetto al 2019, secondo sola alla Spagna, che vede aumentare il proprio debito, nello stesso periodo, di 28 punti. Ma quello che da più da pensare è la sua cattiva qualità. Nulla a che vedere con quel “debito buono”, che pure sarebbe auspicabile far aumentare.

Con i dati della Commissione europea, esiste da tempo una discrepanza. Per la Nadef nel 2022 il rapporto debito-Pil, in Italia, sarà pari al 153,4 per cento. Per Bruxelles al 159,1. Una differenza di valutazione che pesa per oltre 100 miliardi di euro. Che sfiora l’importo a debito del Recovery fund: quei 127,4 miliardi che rappresentano la dotazione italiana. Cui sommare, eventualmente, altri 37 dello Sme, qualora fosse gioco forza doverli richiedere. Cosa, a questo punto, da escludere non per i condizionamenti impliciti, che non esistono, ma per evitare un appesantimento finanziario insostenibile. In questo caso, infatti il debito italiano, salirebbe di oltre 9 punti sul Pil 2021. Raggiungendo l’apice del 165 – 170 per cento, a seconda delle previsioni di base considerate. Di nuovo l’orlo di un precipizio, verso il quale l’Italia, senza la minima consapevolezza, sembra destinata a correre.

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