Economia

Tutti i casini di Archegos (e gli effetti su Nomura e Credit Suisse)

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@Fuller Studio

Che cosa ha combinato Archegos Capital, hedge fund creato per gestire il patrimonio di Sung Kook (Bill) Hwang, sudcoreano con cittadinanza statunitense. L’articolo di Emanuela Rossi

 

I titoli di alcuni colossi bancari scivolano in Borsa e accumulano pesanti perdite. Il motivo? La crisi di un hedge fund che opera negli Stati Uniti: Archegos Capital.

CHI È E COSA FA ARCHEGOS CAPITAL

Chi è e cosa fa Archegos Capital? Come racconta il business magazine americano Forbes si tratta di un hedge fund creato per gestire il patrimonio di Sung Kook (Bill) Hwang, sudcoreano con cittadinanza statunitense. In passato Hwang è stato manager di Tiger Management, famoso fondo speculativo che ha accumulato decine di miliardi di dollari tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Nel 2000, quando Tiger Management ha chiuso, Hwang ha fondato un suo hedge fund, Tiger Asia, che ha chiuso nel 2013 perché la Sec, la security Exchange Commission che vigila sulla Borsa americana, ha scoperto un caso di insider trading sulle banche cinesi e ha irrogato una multa di 44 milioni di dollari.  È allora che Hwang ha deciso di creare Archegos Capital, un veicolo che gli consentiva il vantaggio di un minor obbligo di trasparenza.

Nella sostanza Archegos fa quello che si chiama margin trading ovvero chiede alle banche che operano come broker, e cioè che gestiscono sul lato operativo vendite e acquisti di azioni, di prestargli denaro. In tal modo il fondo può rafforzare i propri investimenti, con l’ammontare del prestito che resta fisso e il valore delle azioni che cambia in base all’andamento del mercato. Nel caso però in cui il rapporto tra prestito e valore del pacchetto di azioni diminuisce troppo, l’istituto di credito chiede al fondo di immettere denaro. E qui nasce il problema perché — se il fondo non è in grado di farlo — la banca si impossessa delle azioni che quasi sempre poi mette in vendita.

“Formalmente si tratta di un family office con un patrimonio in gestione da circa 10 miliardi di dollari riconducibile allo stesso Hwang e alla sua famiglia. – ha scritto il Sole 24 Ore – Archegos Capital avrebbe messo in piedi speculazioni in derivati molto ardite sui titoli di alcune società con posizioni a leva che avrebbero portato la sua esposizione fino al 10% del capitale di alcune di esse. Una scommessa troppo rischiosa. Un castello di carte che è caduto una volta che le banche hanno chiesto al family offfice di ripristinare i margini di garanzia”.

COS’È SUCCESSO

Secondo indiscrezioni di stampa dietro le massicce vendite di azioni che si sono susseguite in questi giorni negli Stati Uniti ci sarebbe proprio Archegos Capital. A partire da quelle — operate da grandi banche internazionali — di ViacomCbs e Discovery, che hanno perso circa il 27% a Wall Street, per un valore stimato di quasi 30 miliardi di dollari. A farne le spese non solo la Borsa con sede a New York ma anche le maggiori piazze europee. Il Sole 24 Ore riporta fonti vicine ad Archegos secondo cui il fondo “ha preso importanti posizioni concentrate su alcune società e le deteneva tramite swaps”. Però la strategia di Hwang ha iniziato a vacillare nelle ultime settimane “quando i titoli di alcune delle società a cui era più esposto, hanno iniziato a calare”. Tra questi, ricorda il quotidiano confindustriale, ci sarebbero Baidu, che a metà marzo era in calo di oltre il 20% rispetto ai massimi, e Farfetch che ha perso il 15% tra febbraio e marzo. La pressione su Archegos si è però accentuata la settimana scorsa, quando ViacomCBS ha annunciato un collocamento di azioni per 3 miliardi di dollari. Il fondo ha dunque cominciato a vendere la sua posizione per tentare di compensare le perdite e la sua crisi ha comportato pesanti perdite per alcuni colossi bancari.

GLI ANNUNCI DI GOLDMAN SACHS, NOMURA E CREDIT SUISSE

Intanto alcuni gruppi di rilevanza internazionale cominciano a fare i conti dell’impatto delle perdite. Se l’americano Goldman Sachs — avverte Bloomberg — sta rassicurando azionisti e clienti dicendo di non aspettarsi perdite rilevanti, ben diversa è invece la situazione per Nomura e per Credit Suisse.  Il colosso giapponese ha comunicato ufficialmente che il 26 marzo “si è verificato un evento” che potrebbe comportare “una significativa perdita” per una sua controllata Usa a causa di una “transazione con un cliente”. Nomura, che sta ancora valutando i danni, al momento stima di poter “reclamare un danno dal cliente di circa 2 miliardi di dollari”. Stesso discorso per il gruppo svizzero Credit Suisse che in una nota ammette “perdite molto significative” sebbene non si esponga nel quantificare gli effetti sui risultati del primo trimestre dell’anno. Due persone vicine alla banca, riporta il Financial Times, ipotizzano una perdita tra i 3 e i 4 miliardi di dollari.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL SOLE 24 ORE SUL CASO ARCHEGOS:

I problemi sembrano dunque essere stati due. Da un lato Archegos faceva tanta «leva»: cioè si faceva prestare tanti soldi per investire in Borsa. Una leva di 5 volte significa che per ogni dollaro che metteva Archegos, le banche ne mettevano quattro. Il primo problema nasce dunque da questo: quando le azioni hanno iniziato a perdere, le banche hanno chiesto ad Archegos di reintegrare le garanzie date (in gergo «margin call»). Ma dato che Archegos non riusciva a soddisfare le richieste, le banche hanno iniziato a vendere forzatamente le azioni in garanzia per recuperare quello che potevano. In un domino distruttivo per tutti: si dice che le banche abbiano dovuto liquidare giovedì e venerdì azioni per 20-30 miliardi di dollari per chiudere (in grave perdita) le posizioni di Archegos.

Il secondo problema è la concentrazione: gli investimenti di Archegos erano probabilmente grossi su alcuni singoli titoli. I casi più clamorosi riguardano Viacom e Discovery, protagonisti di una corsa velocissima e poi di una caduta vertiginosa. Viacom a inizio anno quotava 37 dollari e mercoledì scorso era arrivata a 100 dollari per azione. Trainata anche dalla grande scommessa di Archegos. Poi, con le vendite forzate, è caduta in due giorni a 44 dollari. Simile epopea per Discovery. Cosa sia successo è difficile saperlo. Di certo le conseguenze sono state pesanti per molti.

Punta dell’iceberg?

E qui andiamo alla seconda domanda: quanto rischio c’è a Wall Street derivante dalla leva degli investitori? Guardando i dati di Yardeni Research, il «margin debt» (cioè il debito per investire) è sui massimi storici: intorno a 800 miliardi, quando a fine 2019 stava intorno a 650 miliardi. Ma questa è solo una piccola porzione: quella visibile. «Questo dato include quasi esclusivamente le posizioni a debito dei piccoli risparmiatori, perché quelle degli hedge fund non rientrano facilmente nelle statistiche», osserva Maurizio Novelli, Global strategist di Lemanik. Tanta leva significa tanto rischio potenziale: basta infatti una minima correzione del mercato, per mettere in crisi le posizioni di tanti investitori e di altrettante banche. Come accaduto a Archegos.

Nell’immediato il maggior pericolo è che le banche, scottate da questo caso, applichino una ”stretta” sui margini (cioè sulle garanzie) di tutti. «Il rischio è che le grandi banche attive nel prime brokerage aumentino i margini a tutti i clienti per ridurre i loro rischi – osserva Novelli -. Questo creerebbe problemi al mercato». La giornata tranquilla ieri a Wall Street sembra ridimensionare questo rischio. Ma il problema resta.

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