Economia

Tutti i benefici fiscali del governo per la banca francese Crédit Agricole con Creval

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Che cosa prevede la norma italiana su fusioni e acquisizioni bancarie, l’Opa del gruppo francese Crédit Agricole su Creval (Credito Valtellinese) e gli scenari degli analisti sui benefici fiscali

 

Nel 2020 sconvolto dalla pandemia per il Covid-19 prosegue il risiko bancario italiano che ha avuto uno snodo importante nell’offerta pubblica di acquisto e scambio di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca. Ora è la volta di Crédit Agricole Italia che punta sulla fusione tramite Opa del Credito Valtellinese, di cui è già azionista. Come accaduto in passato, però, anche in questo caso parte dei costi dell’operazione potrebbero ricadere su altri soggetti, in questo caso pure esterni.

L’OPA DI CRĖDIT AGRICOLE SU CREVAL

Crédit Agricole Italia, società controllata per il 75,6% dal gruppo francese Crédit Agricole, ha lanciato ieri un’offerta pubblica di acquisto volontaria con corrispettivo in denaro sul Credito Valtellinese, di cui proprio di recente è salita oltre il 15 % grazie all’acquisto del 5,4% dal fondo Algebris che si è impegnato a vendere la sua quota. L’offerta è pari a 10,50 euro per azione che equivale un investimento totale di 737 milioni da parte di Crédit Agricole Italia. Il corrispettivo incorpora un premio del 53,9% rispetto al prezzo medio ponderato degli ultimi 6 mesi e un premio del 21,4% rispetto al più recente prezzo ufficiale di Creval al 20 novembre scorso. L’offerta è però condizionata al raggiungimento da parte di Credit Agricole Italia di una partecipazione pari almeno al 66,7% del capitale sociale con diritto di voto di Credito Valtellinese, con la possibilità per Crédit Agricole Italia di rinunciare a questa condizione nel caso in cui riesca ad acquisire almeno il 50% + 1 azione del capitale sociale con diritto di voto di Creval.

Secondo Milano Finanza, a differenza di quanto accaduto con Ubi Banca a Intesa Sanpaolo, i soci della banca italiana non dovrebbero creare ostacoli all’acquisizione. Con questa operazione Crédit Agricole Italia, si legge in una nota della banca, diventerà la sesta banca commerciale in Italia, la settima per totale attivi e numero di clienti (2,8 milioni). L’attesa è di un incremento dell’utile per azione al 2022 e di un Return on Investment maggiore del 10% in 3 anni.

Intanto l’annuncio ha fatto bene al Credito Valtellinese che ieri in Borsa ha visto il titolo chiudere le contrattazioni in guadagno del 23,7% a 10,75 euro, poco sopra i 10,5 euro offerti dall’Opa amichevole annunciata da Crédit Agricole, il cui titolo quotato al Cac40 è cresciuto del 4% a 9,3 euro.

MAIOLI (CREDIT AGRICOLE ITALIA): OPA LANCIATA DA GRUPPO ITALIANO, GRANDE FIDUCIA NEL PAESE

Punta sul rapporto tra il gruppo transalpino e il nostro Paese il ceo di Crédit Agricole Italia, Giampiero Maioli, intervistato dal Sole 24 Ore. “Con l’Opa da oltre 700 milioni su CreVal, il gruppo Crédit Agricole porta a oltre 4 miliardi gli investimenti realizzati in Italia negli ultimi quattro anni” ha detto al quotidiano confindustriale. “Continuiamo a farlo perché abbiamo grande fiducia nel Paese, abbiamo dimostrato di essere investitori di medio lungo periodo che non si fanno impressionare dalle altalene dello spread. Crédit Agricole è il decimo gruppo bancario al mondo, ma si considera europeo, francese e italiano”. Peraltro, ha ricordato “siamo un gruppo ben radicato in Italia che, con l’aggiunta dei dipendenti del Creval, arriverà a dare lavoro a 16.000 persone nel nostro Paese. La banca – ha proseguito – è tra le più attive nel concedere credito all’economia reale, nel risparmio gestito abbiamo acquistato Pioneer e non abbiamo trasferito risorse fuori dall’Italia, anzi le abbiamo accresciute. Aggiungo che l’Opa su CreVal sarà lanciata da una banca italiana, Crédit Agricole Italia, anche con il pieno supporto del 15% del capitale che fa capo ad azionisti italiani a partire dalle Fondazioni. Certo, la capogruppo ha sede in Francia. E io sono molto orgoglioso che abbiano deciso di investire ancora in Italia in un momento così difficile come quello attuale”.

Sui rapporti con Palazzo Chigi Maioli ha chiarito: “Non abbiamo avuto alcun via libera preventivo dal Governo ma, come facciamo sempre da anni, ovviamente abbiamo informato le autorità di Vigilanza italiane ed europee”.

MISIANI E LA NEUTRALITA’ DEL GOVERNO

Sulla questione si registra anche l’intervento dell’esecutivo per bocca del viceministro dell’Economia e delle Finanze, Antonio Misiani (Pd). “L’auspicio del governo è che si rafforzi la capacità di resilienza del sistema bancario, soprattutto in una fase in cui una grave recessione mette sotto stress i bilanci” ha detto intervistato durante la trasmissione di Radiouno, “Radio anch’io”. Nello specifico del caso Crédit Agricole-Creval “il governo – ha aggiunto – è sempre neutrale nei confronti delle operazioni di mercato”.

IL QUADRO DELLE FUSIONI PASSATE, PRESENTI E FUTURE

Come evidenzia Il Fatto Quotidiano, negli ultimi 15 anni si sono verificate tre “ondate” di fusioni all’interno del sistema bancario italiano.

La prima, relativa agli anni 2006-2007, ha portato alla nascita di Intesa Sanpaolo (grazie al merger tra Banca Intesa e l’Istituto Sanpaolo di Torino), di Banco Bpm (dalla fusione fra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano) e di Ubi Banca (dalla fusione fra Banche Popolari unite e Banca Lombarda e Piemontese), e all’ampliamento di UniCredit (che ha annesso la tedesca Hypovereinsbank e le sue controllate Bank Austria Creditanstalt e Bank BPH). In questo caso il prezzo fu pagato dai dipendenti visto che ci furono moltissimi esuberi.

L’altra tranche è quella degli anni 2015-2017 con Etruria, Marche, Carife e CariChieti, banche risolte, e poi Vicenza e Veneto Banca, banche liquidate, acquisite a costo zero da Ubi e da Intesa Sanpaolo: in questo caso a pagare sono stati azionisti e obbligazionisti subordinati che hanno perso decine di miliardi.

LO SCENARIO PER CREDIT AGRICOLE E CREVAL E I BENEFICI FISCALI

Diverso lo scenario che si prospetta per le fusioni attuali ovvero per Crédit Agricole e Creval, e per quella probabile che riguarderà Montepaschi da cui il Tesoro (azionista di maggioranza con il 68%) si è impegnato con Bruxelles a uscire entro il 2021.

In questo caso, rileva Il Fatto quotidiano, a pagare saranno i contribuenti italiani visto che la legge di Bilancio allo studio prevede incentivi fino a 5 miliardi in caso di fusioni. A beneficiarne dovrebbero essere soprattutto Unicredit, Banco Bpm e Bper, ovvero le papabili alle nozze con Siena.

COSA DOVREBBE ENTRARE IN LEGGE DI BILANCIO E I BENEFICI FISCALI

La prossima legge di Bilancio dovrebbe contenere la norma per cui dal 2021 le banche che si integreranno potranno trasformare in crediti fiscali le Dta, ovvero le imposte differite, che derivano da svalutazioni su crediti degli istituti che si fondono. L’operazione sarà possibile fino al 2% degli attivi totali della banca più piccola. “L’incentivo fiscale – sottolinea Il Fatto – accelererà il consolidamento del settore, consentendo alle banche maggiori di acquisire quelle più piccole e in difficoltà con forti benefici, tra aumento de patrimoni di vigilanza e riduzione delle perdite sulle sofferenze”.

I RIFLESSI SU MONTEPASCHI

Rimanendo in ambito di risiko bancario e dei possibili effetti della norma inserita in Legge di Bilancio, secondo Il Giornale il Tesoro starebbe accelerando le pressioni su Unicredit per convincere l’amministratore delegato Jean-Pierre Mustier a prendersi Montepaschi: si starebbe ragionando su una ricapitalizzazione da 2,5 miliardi, sul riconoscimento a Unicredit di 3,7 miliardi di crediti fiscali e su una bad company in cui far confluire il petitum di Rocca Salimbeni che supera i 10 miliardi. Per Equita in tal modo i rischi per piazza Gae Aulenti sarebbero disinnescati.

IL REPORT MEDIOBANCA

Un report di Mediobanca ricorda che l’autorità di regolamentazione europea di recente si è espressa sull’utilizzo pieno del badwill (dopo i costi di ristrutturazione e la pulizia degli Npe) nei casi di M&A, così come sullo Srep (il livello minimo di solidità per ciascun istituto). A questo bisogna aggiungere il decreto legge messo a punto dal governo che riconosce le Dta nel 2021 come crediti fiscali in caso di operazioni straordinarie. Sono tutti elementi a favore del consolidamento del sistema bancario in Italia.

I BENEFICI FISCALI PER CREDIT AGRICOLE E CREVAL

A fare i conti in tasca alle banche e ai contribuenti ci hanno già pensato proprio gli analisti di Mediobanca Securities secondo cui le partite fiscali valide per le nuove norme sono pari a 280 milioni per Creval e a 160 milioni per Crédit Agricole ma i maggiori benefici dovrebbero arrivare nella città toscana. Montepaschi avrebbe infatti poste fiscali valide per 3,8 miliardi, Unicredit per 3,6 miliardi, Banco Bpm per 1,03 miliardi e Bper per 280 milioni. Ma non è tutto così semplice perché entro il 2023 i contribuenti potrebbero girare alle banche aiuti fino a 5 miliardi.

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