Economia

Tutte le vittorie (momentanee?) degli Avari sul Recovery Fund

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Che cosa va (e cosa non va per l’Italia) nell’accordo in fieri sul Recovery Fund. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

A Bruxelles alle luci dell’alba di oggi, lunedì 20 luglio, si è chiuso il terzo giorno di negoziati sul fondo straordinario per la ripresa (Recovery Fund) e sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 (QFP). La base di partenza negoziale prevedeva che il primo fosse pari a 750 miliardi (di cui 500 sussidi e 250 prestiti, finanziati da indebitamento della Commissione) ed il secondo a 1.074 miliardi (tutti sussidi, interamente finanziato dai contributi degli Stati membri).

In attesa che i leader ricomincino a parlare alle 16 di oggi pomeriggio 20 luglio, proviamo a fare il punto della situazione, con l’essenziale avvertenza che si tratta di ciò che gli addetti stampa dei rispettivi leader hanno sapientemente veicolato ai giornalisti. Non a caso, una delle accuse fatte dai francesi al leader austriaco, Sebastian Kurz (uscito molto contento dai primi 3 giorni), è stata quella di badare più alle notizie da far trapelare alla stampa del suo Paese che concentrarsi sul merito delle riunioni.

Quello che hanno voluto che sapessimo è che da una parte ci sono gli avari (“frugali” è un termine che rifiutiamo di continuare a ripetere) e dall’altra ci sono quelli che guardano avanti al futuro dell’Europa ed hanno obiettivi “ambiziosi”. Secondo tale schema narrativo su cui non mancano le perplessità, dopo 3 giorni di sessioni plenarie e, soprattutto, di incontri bilaterali e multilaterali, non c’è ancora un accordo su una ipotesi di mediazione, con cui il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha introdotto la cena di ieri sera:

  1. Sussidi del Recovery Fund in discesa da 500 a 390 miliardi. Ammontare dei prestiti presumibilmente in aumento a 350 miliardi. In modo da mantenere pressoché inalterato il totale di 750 miliardi.
  2. Nessun accordo sul livello del QFP, che potrebbe essere ulteriormente ridotto rispetto ai 1074 miliardi della mediazione Michel.
  3. Conferma e probabile aumento degli sconti (gli ormai famosi “rebates”) sul contributo al QFP da parte di Austria, Germania, Svezia, Danimarca, Olanda.
  4. Possibilità di una sostanziale procedura di veto sui pagamenti a favore dello Stato membro che non rispetti gli obiettivi intermedi di riforme ed altre condizioni collegate all’erogazione dei fondi.
  5. Rispetto delle regole dello Stato di diritto, come precondizione per accedere al Recovery Fund. Punto su cui Polonia ed Ungheria non vogliono sentirsi sotto esame.

Cosa c’è che non va? Quasi tutto.

  1. La discesa dei sussidi da 500 a 390 miliardi, con alcuni Paesi addirittura attestati a 350 miliardi, è un grosso colpo alla capacità di questo fondo di avere un effettivo impatto macroeconomico. L’effetto sarà solo politico, cioè sarà possibile fare dei bei titoli di giornale in cui ogni leader si metterà in vetrina per mostrare quanto ha fatto per il proprio Paese. Ma non lo diciamo noi, lo ha affermato, incredibilmente, proprio il Presidente Michel, nel suo discorso di introduzione alla cena di ieri sera. L’efficacia macroeconomica di quei fondi sembra proprio un argomento che non interessi a nessuno. Perché purtroppo è modesta. Non serve infatti un raffinato modello econometrico per stimare che un sussidio per il nostro Paese pari a circa 68 miliardi (il 20,4% del Recovery Resilience Fund da 334 miliardi, che dovrebbe uscire quasi indenne dal negoziato), la cui erogazione avverrà, nella migliore delle ipotesi tra il 2021 ed il 2024, significa circa l’1% del PIL annuo in quel quadriennio. Basti notare che la caduta del PIL prevista per quest’anno è pari al 12% circa, per concludere che la montagna sta partorendo il topolino. Se riuscissimo a portare a casa i 68 miliardi del RRF, va tuttavia riconosciuto al Presidente Giuseppe Conte il merito di aver salvato la “ciccia” del Recovery Fund. Infatti, gli iniziali 500 miliardi di sussidi erano divisi tra 310 miliardi per il RRF ed altri 190 frazionati in altri 9 piccoli fondi su cui c’erano grosse perplessità sin dall’inizio. Non a caso, quei fondi non avevano ancora la ripartizione tra i diversi Paesi beneficiari. Ma il punto è sempre quello dell’efficacia: ammesso e non concesso che si riesca a programmare dei progetti capaci di intercettare tutti i 68 miliardi, dobbiamo sapere che, dal 2026 e per i successivi 30 anni, la Ue dovrà cominciare a restituire i 750 miliardi di obbligazioni piazzate sul mercato. Per fare ciò, dovrà richiedere maggiori contributi agli Stati membri o, prevalentemente, sviluppare una propria autonoma capacità impositiva. Si tratta quindi di nuove tasse sulla plastica, sulle emissioni, sul digitale, sul carbone. E se la base imponibile di quelle tasse penalizzasse i contribuenti italiani in modo più che proporzionale rispetto agli altri? Vale la pena correre questo rischio per ricevere dei fondi da restituire, in un ammontare sconosciuto, dopo pochi anni?
  2. Il conto definitivo del dare/avere per il nostro Paese potrà essere fatto solo quando sarà noto l’assetto finale del QFP da 1.100 miliardi. Poiché il precedente settennio ci ha visto contribuenti netti per 36 miliardi, non è da escludere che peggiori il saldo negativo per il nostro Paese, anche in conseguenza dell’uscita del Regno Unito e degli sconti concessi ad alcuni Paesi. A proposito di ciò, è davvero insostenibile che tali sconti – concepiti negli anni ’70 perché esistevano degli sconti concessi al Regno Unito che giustificavano un conseguente sconto a favore di Paesi contribuenti netti – continuino ad esistere quando è venuta meno la ragione della loro esistenza. Solo perché è un modo per ammorbidire i Paesi beneficiari su altri punti della trattativa.
  3. Ma forse il punto più penalizzante per noi è quello della procedura di controllo sull’uso dei fondi. Il passaggio dalla Commissione al Consiglio UE (con procedura di voto qualificato) ma con facoltà anche per un solo Paese di sollevare eccezioni sul rispetto delle condizioni da parte del Paese beneficiario, costituisce una formidabile arma di condizionamento politico che renderebbe il rilascio di quei fondi una lotta per casa per casa aperta almeno fino al 2024. Ma questo è il meno. L’aspetto per noi più dannoso è il vincolo di destinazione di quei fondi, che poi è lo stesso problema che conosciamo da anni e che si manifesta per il QFP. La minuziosa definizione dei capitoli di spesa lungo le linee guida (cambiamento climatico e progresso nel digitale) rischia di non coincidere con le priorità del nostro Paese. Che purtroppo non sono nemmeno ben definite. Ma, sperando che il Piano nazionale delle Riforme recentemente pubblicato trovi presto una sua declinazione in concreti progetti, cosa accadrebbe se quei progetti fossero ispirati da altre priorità, altre linee guida? Come non vedere che il vincolo di destinazione della spesa sia, “ex se”, un fardello che rende qualsiasi presunto “regalo” proveniente da Bruxelles una polpetta avvelenata che alimenta solo una gigantesca burocrazia ed è potenzialmente meno vantaggiosa rispetto ad autonome e meglio ponderate scelte di allocazione delle risorse?

Timeo danaos et dona ferentes.

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