Economia

Tutte le salutari sberle amerikane pro-crescita e anti-tasse rifilate a Bruxelles e Berlino

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L’approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Non c’è dubbio. Stiamo vivendo tempi interessanti. Come non definire tali quei tempi in cui dopo la Santa Inquisizione, il cardinale Bellarmino e l’abiura è finalmente arrivato il momento di riconoscere che la Terra ruota intorno al Sole e non viceversa?

Fuor di metafora, negli ultimi due giorni, in fortuita coincidenza con la visita di Salvini negli Usa, pare che ci sia un allineamento di tutti i corpi celesti (grandi media internazionali in testa) nell’affermare ‘coram populi’ quanto in molti, inascoltati, andavano ripetendo da tempo:

  • la politica monetaria della Bce sta mostrando i suoi limiti (è un eufemismo) nel conseguimento dell’unico obiettivo di un’inflazione inferiore ma vicina al 2%;
  • la politica fiscale tendente al pareggio di bilancio imposta dalla Commissione Ue ha già fatto fin troppi danni e deve rapidamente riscrivere le proprie astruse e opache regole al fine di fronteggiare efficacemente il rallentamento dell’eurozona, Germania in testa, che non può più contare sui consumi del resto del mondo.

La prima bomba di profondità l’ha sganciata un articolo di Bloomberg in cui, parlando a nuora (bilancio Usa) affinché suocera (Commissione Ue e Germania) intenda, si smontava il dogma molto in voga nei salotti dei talk show di casa nostra, secondo cui il debito pubblico rappresenterebbe un fardello caricato sulle spalle delle future generazioni.

L’autore osserva correttamente che è un’affermazione che deve fare i conti con la maggiore crescita, produttività e salari che sono generati da una politica fiscale espansiva e, fin tanto che la crescita del Pil resta superiore al costo del debito, i conti tornano a favore delle future generazioni che, dopo decenni, si ritrovano con un’economia dalle dimensioni ben superiori proprio grazie a quella politica fiscale espansiva.

Considerato l’attuale livello dei tassi di interesse, basta una crescita anche modesta per ripagare ampiamente il servizio del debito, renderlo quindi sostenibile e creare valore, non immaginifici fardelli, per le future generazioni.

Infine, si opera un importante distinguo tra deficit pubblico da minori tasse o maggiore spesa pubblica e sottolinea la maggiore manovrabilità del primo rispetto al secondo, poiché è molto più facile e rapido ripristinare un taglio di tasse che un aumento di spesa pubblica.

La seconda, ancora più pesante bordata è arrivata da un pezzo a firma ‘editorial board’ (quindi massima espressione della linea editoriale del giornale) del Wall Street Journal.

In esso, partendo già dall’evocativo titolo e sommario (Europa che strangola l’Italia colpevole di voler adottare misure pro crescita) si passa in rassegna l’ostinata e già provatamente fallimentare (con Grecia e Italia nel 2011/2012) posizione della Commissione Ue che viene più volte definita sarcasticamente un manipolo di ‘Mandarini’ (funzionari dell’impero cinese noti per i loro privilegi e piglio autoritario).

Questa casta di burocrati si ostina a voler impedire per il 2020 una riforma fiscale, peraltro non nota nei decisivi dettagli, che potrebbe rivelarsi ‘la migliore idea avuta negli ultimi anni a Roma per semplificare il sistema fiscale, sostenere la crescita ed abbattere l’evasione’. Niente male come messaggio per Dombrovskis, Moscovici ed i loro mandanti politici.

La conclusione è di quelle col botto. Comincia con l’auspicio che la Ue dia la possibilità a Salvini ed al suo governo di progettare un bilancio 2020 che contenga tagli di tasse pro crescita; minaccia Bruxelles avvertendola che ‘una sconsiderata battaglia sul bilancio italiano rafforzerà le tesi degli euroscettici’ e ricorda loro che la terribile lezione del decennio greco dovrebbe aver insegnato che esistono anche altre soluzioni di politica economica. A questo punto il ‘minimo che potrebbe fare è levarsi di torno mentre a Roma si prova a fare qualcosa di diverso’. Se il linguaggio felpato del mondo della finanza arriva ad usare questi toni, significa che la misura è davvero colma ed il messaggio per i Mandarini di Bruxelles non avrebbe potuto essere più chiaro.

Ad animare il dibattito e gettare ancora benzina sul fuoco, giungeva puntuale l’intervento di Ashoka Mody, prestigioso economista da tempo critico con l’euro e la politica economica della UE. Con un intervento al vetriolo, commentava le recenti scoperte (?) del FMI, secondo cui soprattutto durante la crisi del 2009, una politica monetaria comune ha aumentato le divergenze tra Paesi. Insomma, l’euro aveva sin dall’inizio il seme della discordia.

La giornata sembrava aver riservato già sufficienti emozioni, quando dal Portogallo arrivavano le dichiarazioni di Draghi che si esibiva in un drastico cambio di registro linguistico rispetto solo a poche settimane fa. Quello che fino a ieri era solo un rischio di condizioni avverse, diventavano persistenti incertezze del quadro economico di fronte alle quali la Bce si dichiarava pronta a fare tutto il necessario. Come se non bastasse, Draghi aggiungeva la necessità di una politica fiscale che reciti il suo ruolo senza lasciare tutto il peso dell’aggiustamento sulla politica monetaria e concludeva (udite, udite!) affermando che talvolta la politica fiscale è stata prociclica. Insomma, un nuovo ed inatteso ‘whatever it takes’ che ci fa capire quanto sia forte il rallentamento in atto in Europa che non è più fronteggiabile con lo stanco mantra delle riforme strutturali e con crescenti avanzi primari di bilancio.

Su tali dichiarazioni, il cambio euro/dollaro scendeva rapidamente e non tardava ad arrivare la reazione da oltreoceano con un tweet di Trump che in poche decine di caratteri regolava un conto in sospeso da tempo. Accusava Draghi che, con l’annuncio di nuovi stimoli, indeboliva l’euro e guadagnava competitività in modo scorretto, al pari della Cina e di altri Paesi. Sembra chiaro che da oltreoceano non hanno voglia e spazio per assistere alla ripetizione della svalutazione di fine 2014, quando in pochi mesi l’euro svalutò del 30% circa. La risposta di Draghi è stata tanto vaga quanto scontata: “Noi non abbiamo obiettivi di cambio”. Corretto, se non fosse per il fatto che il cambio viene influenzato quasi per definizione da qualsiasi atto di politica monetaria della Bce.

Questo inusuale e duro scambio di battute serve a ricordarci, ancora una volta, l’importanza del cambio come strumento di politica monetaria, di cui ci privammo improvvidamente 20 anni fa per condividerlo on altri 19 Paesi. Al danno della perdita è poi seguita la beffa della condivisione con Paesi per i quali tale cambio si è rivelato sottovalutato, aumentando ancora di più la loro competitività ed ampliando le divergenze nell’eurozona. Ma questo è ormai materiale per i libri di storia.

Per il momento dobbiamo accontentarci di non vedere amplificare le distorsioni strutturali prodotte dalla moneta unica ad opera di una politica fiscale restrittiva prociclica.

Da oltreoceano hanno battuto più di un colpo, speriamo che a Bruxelles il messaggio sia arrivato forte e chiaro e non insistano con procedure di infrazione prive di ogni fondamento.

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