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Tutte le assurdità di Bruxelles su Mps

Bce

Che cosa ha deciso la Commissione Ue su Mps e quali sono gli effetti. L’analisi di Giuseppe Liturri

Il Ministero del Tesoro guadagna tempo nell’esecuzione dei diktat di Bruxelles per l’uscita dal capitale di Monte dei Paschi di Siena.

È questo l’effetto della decisione (SA.103450) della DG Concorrenza guidata da Margrethe Vestager resa nota il 2 agosto in forma sintetica che, una volta ripulita degli aspetti più riservati, potremo leggere nei prossimi giorni nella sua interezza.

In sintesi, al Mef, azionista della banca al 64%, sarà concesso un periodo più lungo (ad oggi non noto, ma presumibilmente pari a 24 mesi) per completare gli impegni di ristrutturazione per migliorare la solidità economico – finanziaria della banca e per poi dismettere la partecipazione. Tali impegni erano stati inizialmente assunti in occasione della ricapitalizzazione precauzionale del luglio 2017 per 5,4 miliardi e poi aggiornati per la prima volta nel dicembre 2019. Sta di fatto che la scadenza del dicembre 2021 non è stata rispettata e, da allora, sono partite intense trattative tra il Mef e la Commissione che sono approdate poi alla decisione del 2 agosto.

Tale nuovo accordo prevede che, come contropartita per compensare le distorsioni alla concorrenza causate dal prolungamento della scadenza iniziale, il Mef ha assunto “una serie di impegni supplementari, quali cessioni e disinvestimenti aggiuntivi, la chiusura di altre filiali e il mantenimento dell’obbligo di rispettare determinate limitazioni alle modalità di esercizio delle sue attività”.

La Commissione ha ritenuto che tali impegni costituiscano una adeguata compensazione per il prolungamento della scadenza e, pertanto, li ha ritenuti accettabili ed ha emesso la decisione.

Ora Mps potrà procedere con l’aumento di capitale da 2,5 miliardi (di cui 1,6 a carico del Tesoro), in assenza del quale l’ad Luigi Lovaglio non avrebbe denaro per ripianare i costi straordinari, cioè i costi per le 3.500 uscite volontarie su cui è imperniato il piano industriale.

Tutto questa marcia a tappe forzate lungo un sentiero obbligato ha dei presupposti normativi ben noti, la famosa Comunicazione della Commissione del 2013 sugli aiuti di Stato alle banche. In forza della quale, lo Stato può procedere ad una ricapitalizzazione precauzionale di una banca ancora solvibile a tre condizioni: che ci sia un sacrificio (burden sharing) da parte di azionisti ed obbligazionisti subordinati, al fine di minimizzare l’impatto sui contribuenti, e che la presenza dello Stato sia temporanea e che la banca sia sottoposta ad un profondo processo di ristrutturazione, in modo da garantirne la redditività nel medio-lungo termine. Nel 2017, più che un sacrificio fu un bagno di sangue con perdite per 4,3 miliardi a carico di azionisti ed obbligazionisti subordinati e il processo di ristrutturazione, pur avendo conseguito alcuni degli obiettivi concordati con Bruxelles, è ancora lontano dal suo completamento. Per non parlare della cessione della quota di controllo del Tesoro ancora in alto mare.

Questa vicenda, nei termini sopra esposti, è stata derubricata sulla stampa italiana come un atto quasi dovuto all’interno di un processo ormai accettato e perfino condivisibile.

Qui intendiamo invece sottolineare l’assurdità e l’anti economicità di quanto viene richiesto da Bruxelles e pedissequamente eseguito a Roma.

Sta infatti accadendo che Mps – quella che nel 2021 è stata la quinta banca italiana per totale attivi con una quota di mercato del 6,4%, con 21.200 dipendenti e 1.368 filiali – è sistematicamente soggetta ad un processo di ridimensionamento da ormai 5 anni perché questa viene ritenuta l’unica leva per ripristinare la redditività. E si arriva all’assurdo che per sostenere i costi del ridimensionamento, gli azionisti devono subire altre perdite e quindi iniettare altro capitale. In un circolo vizioso destinato a perpetuarsi. Tutto ciò in nome della tutela del Moloch della concorrenza, che altrimenti sarebbe distorta.

Ma, osiamo chiedere, quale concorrenza? La stessa che si temeva fosse a rischio perché una banchetta che operava nel cratere del terremoto abruzzese stava ricevendo una ricapitalizzazione da parte del fondo interbancario? Salvo poi vedere bocciata questa interpretazioni dai Tribunali Ue?

È mai possibile distruggere un avviamento aziendale come quello di Mps – limitando l’attività della banca e per tale via distruggendone la capacità commerciale e la fiducia dei clienti – senza che nessuno alzi un dito ed evidenzi l’assurdità derivante dall’obbedienza al divieto di aiuti di Stato? Quale lesione alla concorrenza può portare la presenza del Tesoro in Mps mentre fa prestiti alle aziende agricole ed alle Pmi sparse nell’appennino toscano o umbro-marchigiano?

A proposito dell’obbligo di vendita imposto da Bruxelles: a nessuno appare altrettanto assurdo ed antieconomico che il Tesoro sia costretto alla vendita di Mps entro una scadenza prefissata? Quale potere contrattuale può avere un venditore quando il compratore sa che egli è obbligato alla vendita entro un termine?

Quando ci sarà un governo italiano in grado di difendere l’interesse nazionale e definire il divieto di aiuti di Stato, usando lo stesso commento di Fantozzi a proposito del film “La corazzata Potemkin”? I 92 minuti di applausi sono lì, pronti a partire.

 

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