Economia

Tim, Mediaset e Mediobanca. Ecco come si muoveranno Vivendi e Bolloré

di

Bolloré

L’approfondimento di Andrea Montanari

 

I nodi, non pochi, sono arrivati al pettine. E in un contesto di mercato così liquido tutto può accadere. Anche per dare un senso a quegli investimenti miliardari che ancora oggi non offrono un ritorno positivo. Così questi paiono i mesi decisivi della campagna d’Italia di Vincent Bolloré. Anche perché le due partite industriali che lo vedono coinvolto, Telecom e Mediaset, stanno arrivando al dunque e, prima o poi, qualche cosa dovrà accadere anche per quel che riguarda la posta finanziaria più rilevante, Mediobanca. Senza trascurare le prospettive di diversificazione del business nell’editoria. E mantenendo alta l’attenzione sull’aspetto politico di tutta la vicenda, visto che le aziende nelle quali ha investito sono strategiche per il Paese.

CHE COSA SI AGITA SU MEDIASET

Oggi, la battaglia più dura da combattere è quella con la Silvio Berlusconi, la holding Fininvest e il network tv di Cologno Monzese. Al momento, Bolloré pare con le spalle al muro. Da oltre un anno la partecipazione di Vivendi (28,8%) è stata in gran parte (19,9%) congelata nel trust Simon Fiduciaria, in seguito alla decisione dell’Agcom. E in questo momento, il gruppo francese ci perde un euro secco per azione, visto che le azioni del Biscione, in carico a 3,7 euro, trattano a 2,77 euro. Soglia che corrisponde a quella del recesso indicata da Mediaset per la fusione transfrontaliera con la controllata spagnola e la conseguente nascita della newco olandese, MediaforEurope. Ed è proprio sul recesso che si gioca la sfida di Bolloré, anche se il suo gruppo pare non sia intenzionato a esercitare tale diritto, tanto più che ha chiesto l’iscrizione al registro del voto maggiorato di Amsterdam.

LE MOSSE DI VIVENDI SU MEDIASET

Ma il recesso (con la sola quota a disposizione di Vivendi, che vale oltre 300 milioni, tutta l’operazione salta, visto che il tetto è stato fissato a 180 milioni) è l’unica arma a disposizione del finanziere bretone, anche se ora sta provando a giocarsela pure in Spagna. Vivendi è entrata nel capitale di Mediaset Espana con la quota minima dell’1%. Una presenza per tanti inspiegabile, ma che avrebbe solo un fine: provare a forzare la mano con i fondi e convincerli a recedere, visto che le azioni trattano a 6,14 euro a fronte di una soglia individuata per l’opzione a 6,54 euro.

LA PARTITA FRA BERLUSCONI E BOLLORE’

Per capire come andrà a finire bisognerà attendere il 21 settembre, termine ultimo per l’esercizio del recesso. Il tutto senza dimenticare le cause per risarcimento danni (3 miliardi) intentate dal gruppo tv guidato da Pier Silvio Berlusconi. Oltre all’indagine in corso al Tribunale di Milano per manipolazione del mercato che due anni fa ha portato a mettere sotto inchiesta Bolloré e il ceo di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine. In questo senso non si può escludere che nei prossimi mesi emergano novità sensibili che potrebbero cambiare drasticamente il contesto a favore di uno dei due contendenti.

IL NODO TIM FRA VIVENDI ED ELLIOTT

Così, in attesa dell’evoluzione degli eventi televisivi (Vivendi in Francia controlla la pay tv in difficoltà, Canal+, e studia il lancio di una piattaforma in streaming anti-Netflix), Bolloré deve concentrare la sua attenzione anche sulla partita Telecom. Dal punto di vista industriale, il target è l’acquisizione della rete di Open Fiber, società controllata pariteticamente da Enel e Cdp, azionista di peso (9,9%) anche nel gruppo telefonico. E se nel prossimo cda del 26 settembre si accelererà sul dossier della banda larga, ora bisogna affrontare il tema della governance. Il presidente Fulvio Conti è in uscita. Vivendi pretende, a gran voce, la poltrona: una candidatura possibile è, come riferito venerdì 13 da MF-Milano Finanza, quella del consigliere Lucia Morselli. Ma da Parigi pongono un’altra condizione: la conversione delle oltre 6 miliardi di azioni di risparmio (i titoli ordinari ammontano a 15,2 miliardi) che permetterebbe a Vivendi, complice la naturale diluizione di tutti i soci, di avere comunque un peso specifico maggiore rispetto a Cdp ed Elliott. Tanto più che Vivendi deve per forza restare nel capitale di Tim, visto che oggi la minusvalenza latente, rispetto a un investimento iniziale di 3,898 miliardi, è di 932 milioni.

DOSSIER MEDIOBANCA

Dall’industria alla finanza, Bolloré ora ha le mani libere su Mediobanca, dopo aver disdettato la presenza nel patto nel settembre di un anno fa. E il suo 7,9% è un grimaldello rilevante nei giochi di potere con gli altri soci della merchant bank. Anche in questo caso, il finanziere ci perde qualche decina di milioni, ma non è stata certo la speculazione la leva che lo aveva portato a investire su Piazza Cuccia. Al momento non ci sono certe intenzioni bellicose da parte del bretone che osserva con attenzione anche l’evoluzione del fronte-Generali.

IL FATTORE POLITICO

Né si può trascurare il contesto politico. Perché se il governo Pd-5Stelle è considerato vicino alla Francia e attento ai desiderata del presidente Emmanuel Macron, Bolloré, che può essere un attore importante nel Paese, non ha un buon rapporto con l’inquilino dell’Eliseo. Un fattore che va tenuto in considerazione nel momento in cui si dovranno definire le partite Telecom, Mediaset e non solo. Anche se non va trascurato il fatto che il secondo azionista di Vivendi è la Caisse des dépôts et consignations (2,96%), ossia la Cdp d’Oltralpe. A Roma questo fattore non può certo passare inosservato.

(estratto di un articolo pubblicato su Milano Finanza)

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