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Come si (s)parla di tassazione sulle plusvalenza da partecipazioni

Euro

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

È ufficialmente cominciata la caccia grossa al patrimonio mobiliare e immobiliare degli italiani. Il colpo d’inizio è stato sparato con il varo da parte del governo di Mario Draghi del disegno di legge finalizzato a ottenere dal Parlamento la delega a legiferare in materia fiscale, per mezzo di più decreti legislativi entro i prossimi 18 mesi. Tale DdL dovrebbe essere incardinato alla Camera ma vaga ancora ramingo dal 5 ottobre in attesa dell’autorizzazione del Quirinale alla presentazione.

Ma quando la caccia si fa grossa, si usa il machete anziché il bisturi, a discapito della precisione, come accaduto lunedì sulle pagine dell’Economia del Corriere della Sera in un articolo di Federico Fubini (Tasse, lo strano caso della «sostitutiva» all’11%. Incentivo all’investimento o regalo ai ricchi?).

Si parla della tassazione sulla plusvalenza derivante dalla cessione di partecipazioni societarie (quote o azioni) detenute da persone fisiche al di fuori dell’attività d’impresa, soggetta all’aliquota del 26%. Se questa è la regola generale, dal 2002 chi possiede partecipazioni non quotate può far eseguire una perizia per attestarne il valore di mercato, versare un’imposta pari oggi al 11% (in passato prima il 4% e poi l’8%) dell’intero valore (e non della mera plusvalenza) e poi, in caso di cessione, calcolare il capital gain partendo da questo nuovo valore rivalutato. Un’operazione in grado di ridurre sostanzialmente a zero l’imponibile da assoggettare al 26%.

Partita come una norma valida solo per un periodo di tempo limitato, è stata costantemente prorogata di anno in anno con ben 19 diverse leggi. Solo nel 2007, 2009 e 2011 non è stato possibile usufruirne. Da ultimo la legge di bilancio 2021, ha fissato il termine per l’esecuzione della perizia e il versamento della prima rata dell’imposta al 30 giugno, termine poi prorogato al prossimo 15 novembre.

Fubini presenta questa norma come un “codicillo” prorogato ogni anno per agevolare “grandi aziende manifatturiere di proprietà familiare, piccoli esercizi commerciali oppure magari società con un capitale originario di mille euro alle quali vengono spesso intestati immobili residenziali di pregio delle grandi città italiane”. Insomma, l’obiettivo è chiaro: la solita Italia dei piccoli furbetti che non si quota in Borsa, opera nell’ombra e usufruisce di proroghe “in totale opacità”.

Ma la foga di dipingere un quadro di agevolazioni da smantellare al più presto gioca un brutto scherzo al suo autore che incorre in diversi ed evidenti errori fattuali. Scambia proprio pere con mele.

Deve infatti essere chiaro che è errato paragonare due aliquote calcolate su basi diverse: l’11% sul valore rivalutato della partecipazione, che azzera così la plusvalenza, con il 26% di imposta sulla plusvalenza. Si calcola facilmente che – fatto 100 il costo iniziale della partecipazione – il pagamento dell’11% sul nuovo valore rivalutato conviene solo se la plusvalenza è superiore del 73% al costo iniziale, altrimenti conviene pagare il 26% sulla sola plusvalenza. E quali sono le partecipazioni su cui ci potrebbero essere plusvalenze così alte, ma certamente non pari all’intero valore di cessione? Proprio quelle detenute da molto tempo a costi storici relativamente bassi, relative alle piccole e medie imprese a gestione e proprietà familiare che resistono sui mercati da diverse generazioni. Sono loro il bersaglio grosso. Dietro quel prelievo fiscale “di favore”, ci sono milioni di italiani che non usano strutture societarie piramidali (davvero opache), e che vorrebbero cedere le loro partecipazioni senza che il fisco si porti via tutto. Se le aziende circolano, restano in vita. Un conto è tassare al 26% le plusvalenze da compravendite in Borsa, ben altro è applicare tale aliquota a chi detiene quelle partecipazioni da decenni. È strano che Fubini dimentichi di evidenziare il vero “regalo ai ricchi”: a differenza delle persone fisiche, le società pagano l’IRES solo sul 5% della plusvalenza. Si chiama Partecipation Exemption: in pratica una plusvalenza di 100€, paga €1,20 di IRES.

Inoltre, se questa rivalutazione all’11% fosse stata davvero un “regalo” non avrebbe generato dal 2002 fino ad agosto 2021 un gettito di 15,5 miliardi.

Quella che viene presentata come “un’oscura proroga fra mille, che passa inosservata se non in una ristretta cerchia di addetti ai lavori”, è in realtà un argomento di attualità in qualsiasi studio di un commercialista, anche di campagna, ed è regolarmente oggetto di commenti sulla stampa economico – finanziaria. Altro che “opacità”.

La confusione tra valore della partecipazione rivalutata e plusvalenza genera un disastro quando si mette in rapporto il gettito della rivalutazione (14,4 miliardi fino a giugno, ad agosto 15,5 miliardi) con il valore delle partecipazioni rivalutate (circa 260 miliardi). Fubini deduce che “il prelievo medio” su quelli che “di fatto sono capital gain” è pari al 5,47%. Un’equivalenza non provata e non vera (valore della partecipazione pari alla plusvalenza) conduce a una percentuale priva di senso. Nessuno conosce quanto sia la plusvalenza (che avrebbe dovuto scontare il 26%) su 260 miliardi di valore rivalutato delle partecipazioni e fare il salto di rapportare un’imposta al ricavo e non alla plusvalenza implica che ricavo e utile si equivalgano. Così ovviamente non è.

Da questa premessa fattualmente errata, parte la filippica finale: “Nell’ipotesi che dal 2002 il prelievo medio sui capital gains delle partecipazioni non quotate fosse stato anche solo del 15% e non del 5,47% (come invece è avvenuto), allora i proprietari di quelle quote avrebbero pagato tasse in più per 25 miliardi. Quanti ospedali, quanti chilometri di banda larga nelle aree interne si sarebbero potuti costruire con 25 miliardi di entrate fiscali in più tassando quelle plusvalenze poco ma non pochissimo?”

Fubini confonde nuovamente l’aliquota sulla rivalutazione con quella sul capital gain e quindi quei 25 miliardi non esistono, perché non si tassano i ricavi ma solo le plusvalenze. Inoltre, se dal 2002 l’intero gettito dell’imposta sostitutiva su tutta la massa di interessi, proventi vari e plusvalenze relativi a quasi tutti gli strumenti finanziari, è stato pari a 39,3 miliardi, com’è possibile pensare che le cessioni di partecipazioni non quotate avrebbero sottratto 25 miliardi di imposta?

Se queste sono le premesse ed il rigore metodologico e scientifico che si intendono utilizzare per mettere le mani nelle tasche degli italiani – mettendo in un unico calderone coloro che intraprendono e coloro che speculano in Borsa – allora è meglio dirlo subito, avendo il coraggio di ammettere a voce alta che un saldo primario di bilancio negativo per 107 miliardi nel 2021 deve essere praticamente azzerato nel 2024 e da qualche parte bisognerà prendere i soldi. Almeno eviteremo lo sforzo di spiegare che il Sole sorge a est e che la Terra gli gira intorno.

(Versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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