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Statalizzazione (parziale) del salario o contrattazione salariale detassata?

Salari Italiani

L’analisi di Walter Galbusera, già leader sindacale nella Uil e ora presidente della Fondazione Anna Kuliscioff

 

Sembra esservi una larga convergenza delle forze politiche e sociali sull’ipotesi di una forte riduzione del cuneo fiscale e contributivo, il che produrrebbe indirettamente una crescita delle retribuzioni. Il Presidente di Confindustria Bonomi si è augurato di vedere nero su bianco il provvedimento di governo in pochi giorni.

Nello stesso tempo circolano sui giornali anche le valutazioni sull’aggravio del bilancio Inps per effetto degli automatismi che proteggono le pensioni dall’inflazione che secondo alcune fonti, come è già accaduto, potrebbero essere parzialmente oggetto di “congelamenti”.

La difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori attivi si giocherebbe in questo caso sul bilancio dello Stato e sulla sua sostenibilità soprattutto se, come spesso si invoca, queste misure rendessero necessario uno scostamento, cioè l’aumento del debito.

Il peso dei costi indiretti del lavoro nel nostro è da tempo considerata un fattore di criticità che si aggrava nel momento in cui si riduce il potere d’acquisto dei salari. Ciò è prodotto anche da una copertura mediamente elevata del primo pilastro del sistema previdenziale italiano (le pensioni in Italia si aggirano sul 75 % della retribuzione mentre in Germania garantiscono il 45 % e il resto arriva da forme collettive o individuali di previdenza integrativa) e da un prelievo fiscale iniquo soprattutto nei confronti di chi percepisce un reddito lordo superiore a 28.000 euro. Ma sono proprio costoro che finanziano quasi completamente la sanità e un’assistenza “a pioggia” sempre più in crescita e sempre meno efficace per l’incapacità di selezionare chi è davvero in condizioni di disagio.

La parziale “statalizzazione” del salario che sta avvenendo, a prescindere dal giudizio di merito dei singoli provvedimenti pur tutti giustificabili, ha un punto debole. Tanto più è rilevante, tanto più rischia di trasformare la questione salariale unicamente in una questione di bilancio dello Stato che non può che essere vista come un equilibrio tra entrate e uscite, e di sostenibilità o meno di un ulteriore indebitamento. Quando c’è una nuova spesa chi lo propone dovrebbe indicare anche la fonte di copertura (è la Costituzione, bellezza!). Naturalmente è compito del Governo, se lo condivide e lo ritiene possibile, offrire soluzioni compatibili, ma è ormai difficile esimersi di affrontare contestualmente la questione fiscale nel suo insieme, a partire dall’individuazione di efficaci strumenti di lotta all’evasione o dalla ricerca di modalità di prelievo fiscale congrue nei confronti delle multinazionali.

Non dimentichiamo che ci sono più di mille (1.000!) miliardi di crediti fiscali non riscossi che secondo le stime saranno recuperati se va bene per il 30%. Inoltre non bisogna sottovalutare che un sistema disorganico di detrazioni e agevolazioni ha fatto sì che cresce sistematicamente la fascia di coloro che non contribuiscono a sanità e assistenza mentre si aggrava la pressione fiscale sugli altri contribuenti. Questo “appiattimento fiscale” ha finito per assumere dimensioni eccessive e non può continuare a lungo senza provocare reazioni anche politiche soprattutto nei livelli inferiori dei ceti medi che ne sono le prime vittime.

Per evitare di essere troppo condizionato dal bilancio dello Stato Il sindacato farebbe bene a rilanciare nello stesso tempo la contrattazione, rivendicando (come fa) il rinnovo dei contratti nazionali scaduti senza chiedere il recupero di tutta l’inflazione importata, ma soprattutto promuovendo una campagna di mobilitazione dei propri delegati nei posti di lavoro per la diffusione di una contrattazione aziendale che realizzi uno scambio tra salario e produttività o efficienza del servizio, che per sua natura è a basso rischio inflazionistico.

Per di più, in un’ottica di difesa del potere d’acquisto delle retribuzioni e di sostegno ai consumi, sarebbe ampiamente giustificato chiedere la detassazione di tutti gli aumenti salariali. Gli effetti sul bilancio dello Stato sarebbero relativi e nello stesso tempo non peggiorerebbe in termini relativi una tassazione del lavoro dipendente già iniqua nei confronti dei redditi appena superiori alla fascia più bassa.

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