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Spunti utili per una riforma organica del fisco

Stimoli Fiscali

L’intervento di Marco Salustri, consigliere nazionale di Unimpresa        

Il premier Mario Draghi, nel presentare il programma del governo in Parlamento per la fiducia, ha posto, al centro del suo mandato, l’annosa questione della riforma organica del fisco, come una priorità assoluta.  In particolare, ha fatto riferimento ad una riforma che preveda un nuovo scaglionamento Irpef, la riduzione del cuneo fiscale, la semplificazione dei bonus (attualmente ve ne sono oltre 600 in vigore) e l’abbandono dell’ipotesi di una flat tax, a favore di un’imposizione a scaglioni progressiva.

Nella prospettiva di  una riforma organica dell’Irpef, e del sistema fiscale in generale,  sarà necessario, come sempre  proposto  da Unimpresa, partire dall’imposizione per scaglioni, che nasce con lo scopo di redistribuire equamente la pressione fiscale, in base alle capacità reddituali di ogni contribuente. Purtroppo questo modello ha creato effetti profondamente distorsivi nelle fasce reddituali centrali, che vanno dai 28.001 ai 55.000 euro di redditi dichiarati. In questa fascia, infatti, l’aliquota marginale sarebbe il 38%, ma con le varie addizionali, comunali e regionali, arriva a superare il 40%. Una percentuale del tutto sproporzionata, se comparata con l’aliquota marginale  che ricomprende  lo scaglione che va dai 55.001 ai 75.000 euro, e, soprattutto, per una fascia media italiana che, anche sul versante del gettito per lo Stato, contribuisce in maniera preponderante. Un esempio calzante si può ricavare dal sistema fiscale Usa. Da una semplice analisi emerge come l’aliquota più alta sia il 37% su redditi che superano i 500.000 dollari, ben al di sotto del nostro 43% applicato a redditi che superano i 75.000 euro.

Si dovrà, quindi, lavorare per una rielaborazione degli scaglioni che considerino la reale capacità contributiva di ciascuno, premiando, soprattutto, quegli scaglioni che concorrono maggiormente alla formazione del Pil nazionale. Inoltre, sarà d’uopo rivedere completamente la categoria degli oneri deducibili e detraibili che dovranno propendere per percentuali di detrazioni maggiori, sia per riequilibrare la pressione fiscale che per ridurre il fenomeno dell’evasione fiscale. Le imposte sostitutive saranno un’altra macro area da rivisitare, in quanto impattano significativamente, sia sui redditi delle persone fisiche che su quelli delle imprese, nonché sulla tassazione dei redditi di capitale. Queste non potranno attestarsi su valori che superino il 20%, onde evitare l’effetto avverso di una contrazione importante degli investimenti nel breve periodo. E’ urgente, dunque, un’armonizzazione che riveda le singole “pressioni fiscali”, generate da ognuna delle imposte citate, in relazione al reddito delle persone fisiche e delle imprese.

Va ribadito, quindi, come, concordando con l’impostazione del nuovo governo, non sarà possibile riformare un’imposizione così importante, come quella generata dall’Irpef, senza valutare una riforma complessiva dell’intero sistema fiscale italiano. In estrema sintesi, per quanto riguarda l’Ires – Imposta sui redditi delle società, bisognerà  abbandonare gradualmente la “pratica” delle riprese fiscali, ossia la ripresa a tassazione di tutti quei costi che il sistema fiscale italiano non riterrà pienamente inerenti all’attività principale. Questa pratica, allo stato, determina un fenomeno evasivo molto importante, in quanto l’impresa deve sommare al proprio utile civile tutta una serie di riprese, ossia percentuali variabili dei costi appena citati, che fanno lievitare la base imponibile, a cui applicare l’imposta, del 24%. Nei modelli anglosassoni, ad esempio, i costi o sono inerenti, e quindi deducibili, oppure non lo sono. La parzialità della deducibilità dei costi costituisce un controsenso finanziario per le imprese. Perché spendere per fare investimenti che il fisco vede come non interamente deducibili e, quindi, oltre all’esborso finanziario, sopportare anche quello per le imposte da pagare su costi non riconosciuti integralmente? Una tassazione per cassa è auspicabile per la liquidità delle imprese, ma non potrà prendere forma se prima non si semplifica il calcolo delle imposte.

L’imposizione diretta, inoltre, dovrà  essere rivista a ribasso di tanti punti percentuali quanto servirà a favorire il reinvestimento delle imprese (o prevedere una riduzione di aliquota con l’obbligo di reinvestimento in base al proprio oggetto sociale). Reinvestire, infatti, specie per le Pmi, sarà la chiave del successo per competere con imprese di maggiori dimensioni mentre, dal 2006 ad oggi, si è registrata una tendenza a loro sfavorevole. Le piccole e medie imprese, in questa giungla fiscale, hanno “paura” di produrre utili, in quanto verrebbero tassati con un’imposizione altissima e sproporzionata rispetto ai competitori europei, con la naturale conseguenza di “abbatterli”  con costi a volte inesistenti. Reinvestire e patrimonializzare significherà, dunque, “irrobustire” finanziariamente le PIM per consentire loro di operare in un contesto, in cui i concorrenti hanno già affermato la loro presenza sia all’interno del territorio che all’estero.

Al contrario, una delle prassi fiscali, adottate finora, è consistita nel chiedere alla imprese, attraverso l’utilizzo di fondi propri, di investire in nuovi progetti ossia far anticipare determinate somme di denaro agli imprenditori per poi consentire di recuperarle tramite un credito da utilizzare a compensazione con imposte di vario genere. Invertire questa tendenza, nella riforma, potrà garantire, al posto della fruizione di un credito d’imposta, una totale, o parziale, detassazione degli utili, conseguiti dall’impresa in proporzione alle somme conferite per rafforzare il patrimonio delle società. Il beneficio economico della detassazione, appena descritta, dovrà essere successivamente reinvestito (per calcolare il benefico si deve fare riferimento alla tassazione degli utili per le persone fisiche, pari al 26% delle somme percepite, e il 5% dell’ammontare degli utili per le società di capitali). Il risparmio fiscale, reinvestito dalle imprese, servirà, a titolo semplificativo e non esaustivo, ad ampliare il proprio mercato, ammodernare i processi produttivi e fare nuove assunzioni, mentre le persone fisiche dovranno conferire nell’impresa le somme detassate dall’agevolazione, sotto forma di finanziamento per erogare ulteriore liquidità. Questa procedura, appena descritta, garantirà due meccanismi automatici: assicurare che la ricchezza non rimanga “immobile” nelle tasche degli imprenditori e ridurre, in modo sensibile, l’evasione fiscale, a causa della costante tracciabilità dei flussi di denaro.

Un altro aspetto che mitigherà  il fenomeno dell’evasione fiscale sarà l’utilizzo di un software condiviso con l’agenzia delle entrate. Questo consentirà di verificare, anche in tempo reale, la congruità dei ricavi e dei costi delle imprese. Una procedura, a carattere volontario tra le parti, che potrà, di conseguenza,  comportare minori accertamenti, una riduzione sensibile dei processi tributari e un netto restringimento del perimetro dell’evasione fiscale.

In merito all’IRAP- Imposta regionale sulle attività produttive si ricorda che fu istituita con D.Lgs. 15 dicembre 1997 n. 446. Questa imposta si applica alla base imponibile determinata dal valore della produzione netta derivante dall’attività esercitata al livello regionale. Inizialmente istituita per finanziare la sanità locale è oggi destinata al bilancio regionale in generale. Ha subito già diverse modifiche, sia per le imprese che per i lavoratori autonomi. E’ un’imposta ormai vetusta che si aggiunge ad un sistema complesso di norme dirette, che non avrà più motivo di essere mantenuta. La sua copertura, infatti, potrà essere trovata attraverso un’aliquota proporzionale ridotta, senza la creazione di un apposito modello dichiarativo da presentare all’agenzia delle entrate, inserendola  in appositi righi del modello dichiarativo delle società di capitali, facendo riferimento specifico al fatturato.

Un’attenzione particolare dovrà essere rivolta all’Iva che, di concerto con l’Irpef, costituisce, da un lato, un’imposta che genera importanti entrate pubbliche e, dall’altra, una gravosa evasione fiscale. Nel 2018 ha contribuito ad un gettito, per lo Stato, di oltre 133 miliardi di euro e un’evasione stimata, sempre per il 2018, di circa 37 miliardi di euro. L’armonizzazione e la riorganizzazione dell’Iva dovranno prevedere una rimodulazione delle altre imposte dirette, delle accise e del  taglio della spesa pubblica.  L’Iva è diventata, a tutti gli effetti, un’imposta “residuale”, ossia il risultato di politiche fiscali che, a monte, sono costrette a stabilire il gettito complessivo per le casse dello Stato. Sarà opportuno e utile suddividere l’Iva in due aliquote principali: un’aliquota ridotta per la maggior parte dei generi alimentari, da impostare tra il 4,5% e il 6%, tenendo conto dei redditi medi della popolazione italiana, e una maggiorata, ma sempre al di sotto del 20%, che potrebbe oscillare tra il 18% e il 20%, per tutte le restanti categorie merceologiche. Pochi spunti, ma utili, che Unimpresa suggerisce al governo Draghi per l’attesa rivoluzione del sistema fiscale, sempre annunziata e, finora, mai realizzata.

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