Economia

Tagliare la spesa? Gli investimenti no. Report Csc Confindustria

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L’analisi del Centro Studi di Confindustria a firma di Piergiorgio Carapella, Alessandro Fontana e Andrea Montanino. Estratto del report “Per una vera spending review: imparare dal passato e favorire la crescita”

Ci sono spazi per intervenire?

Nell’ambito della spesa pubblica, alcune voci di spesa potrebbero non essere essere oggetto di revisione. La spesa in conto capitale, è una di queste. Gli investimenti, infatti, hanno effetti positivi sulla crescita sia nel breve periodo, come componente di domanda, che nel lungo periodo, per aumentare il livello e la dinamica del Pil potenziale e quindi, per non danneggiare la crescita, non è su questa spesa che andrebbero individuati risparmi. Peraltro, negli ultimi anni, tale spesa è stata particolarmente sacrificata: a fine 2018 è ancora di 21 punti percentuali inferiore a quella del 2007.

Naturalmente, in un’ottica di efficientamento della spesa, anche quella in conto capitale andrebbe valutata attentamente. La spesa per interessi si riduce se migliora il clima di fiducia sulla situazione economica del Paese, ma non può essere oggetto di una revisione. Anche la spesa per pensioni andrebbe esclusa perché è legata a diritti acquisiti e alle dinamiche demografiche; peraltro, negli anni, la Corte Costituzionale ha ridotto fortemente gli interventi ammissibili. In ultimo, la spesa per stipendi pubblici è una voce su cui non sembra prioritario intervenire visto che è rimasta ferma per diversi anni a seguito del blocco dei rinnovi contrattuali dal 2012 al 2016 e delle limitazioni sul turnover. In molti casi, gli importi unitari degli stipendi sono ben al di sotto delle medie europee.

La spesa pubblica aggredibile, quindi, cioè quella che potrebbe essere sottoposta a revisione, ammonta a circa 290 miliardi di euro, dagli 850 miliardi di euro di spesa totale (Figura A).

Peraltro, va considerato che la spesa primaria pubblica (quindi al netto degli interessi sul debito) pro-capite in Italia si attestava nel 2018 a circa 13mila euro, più bassa della media euro, pari a circa 15.300 (Figura B). Non c’è quindi una devianza sulla quantità totale della spesa pubblica

È semmai la sua composizione, molto sbilanciata verso la spesa per interessi e poco sugli investimenti a differenziarla dagli altri paesi. Questa voce di uscita, in Italia è la più alta tra i paesi dell’Eurozona sia in termini assoluti (65 miliardi nel 2018) sia in percentuale del PIL (3,7 per cento). Nel 2018, l’Italia ha speso circa 35 miliardi più della Spagna, quasi 25 più della Francia e 34 più della Germania.

Al contrario, l’Italia spende meno di altri grandi paesi europei (Francia, Spagna e Germania) per gli investimenti, che hanno un impatto decisivo sulla crescita economica di lungo periodo. Tra il 2008 e il 2018 la spesa per investimenti è stata sempre inferiore alla media dell’Eurozona: il 2,5 per cento del PIL, contro un valore medio registrato nell’Area euro pari al 2,9. Dal 2008 il nostro Paese ha accumulato un gap nella spesa per investimenti di 17,8 punti percentuali rispetto all’Eurozona.

È la dimensione qualitativa della spesa che è più rilevante per il caso italiano. Secondo gli indici di governance globale della Banca Mondiale (Worldwide Governance Indicators, WGI), l’Italia è uno dei paesi avanzati con il più basso livello di efficacia del governo della cosa pubblica. Nel 2017, siamo infatti nel 70esimo percentile, circa 12 punti percentuali sotto la Spagna e 24 sotto la Germania.

Pesano la frammentazione, la mancanza di un’adeguata capacità amministrativa, la complessità del quadro regolatorio. La frammentazione comporta duplicazioni di ruoli e competenze e carenze organizzative, con conseguente estrema complessità delle procedure, che spesso richiedono numerosi passaggi, costi elevati di gestione e spreco di risorse. Tale frammentazione genera poi importanti squilibri all’interno del territorio a causa delle differenze nei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche che ricadono sul benessere dei cittadini e sulla competitività delle imprese.

A questi problemi si aggiunge la mancanza di capacità amministrativa, soprattutto nelle amministrazioni di ridotte dimensioni, che ha comportato significativi rallentamenti nell’attuazione di importanti misure di semplificazione (es. conferenza di servizi, SUAP).

Il risultato è, in molti casi, il rallentamento o, addirittura, la paralisi di procedimenti di autorizzazione di opere, infrastrutture e, più in generale, di importanti attività economiche. Per tale ragioni, un’analisi che consenta di scomporre i processi produttivi della pubblica amministrazione nelle sue diverse fasi è essenziale per isolare e rimuovere le criticità al fine di migliorare la qualità dei servizi. Il prossimo paragrafo delinea una proposta metodologica organica per la revisione della spesa.

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