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Sono azzeccati tempi e scelte del Recovery Plan italiano?

Pnrr

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Il 3 maggio la Polonia è stata l’ultima ad aggiungersi alla lista dei quattordici Stati membri che hanno già presentato il loro Recovery Plan alla Commissione.

Tra i 14 Piani che la Commissione si appresta a valutare nelle prossime otto settimane – prima di sottoporli all’approvazione del Consiglio Ecofin che ha altre quattro settimane a disposizione – quelli di Italia e Grecia condividono un primato.

Noi ed i greci siamo gli unici due Paesi che hanno richiesto, oltre ai sussidi, tutta la quota disponibile per i prestiti, pari al 6,8% del Reddito Nazionale Lordo del 2019. L’Italia ha richiesto 123 miliardi e la Grecia 13.

Sorprende la posizione della Spagna che, pur presentando un ponderoso piano, si è limitata ai 70 miliardi di sussidi, stessa somma richiesta dall’Italia.

Perfino il Portogallo si è limitato a chiedere soli 2,7 miliardi di prestiti, pur potendosi spingere fino a 14.

Sia Spagna che Portogallo possono indebitarsi a 10 anni intorno allo 0,50%, mentre il nostro decennale venerdì ha chiuso a 0,97%. Quindi anche loro avrebbero relativa convenienza ad indebitarsi con la Ue anziché col mercato.

C’è un motivo formale dietro queste scelte così diverse e poi ce n’è uno nascosto che ci azzardiamo ad ipotizzare.

Il primo motivo è che c’è tempo fino al 31 agosto 2023 per presentare una richiesta di prestito e la Commissione ha tempo fino al 31 dicembre successivo per concederlo, così come disposto dall’articolo 14 del Regolamento 241. È quindi possibile per tutti gli Stati membri presentare, entro quella data, un nuovo piano che presenti investimenti aggiuntivi che però devono essere giustificati da “traguardi ed obiettivi supplementari”.

È allora ragionevole dedurre che nessuno Stato si sia voluto legare le mani con così largo anticipo, soprattutto considerando che si tratta comunque di debiti. Ed è di ben magra consolazione sapere che potrebbero arrivare a tassi più bassi rispetto all’indebitamento emettendo titoli sul mercato, perché, come più volte spiegato, un’analisi di convenienza sensata richiede di considerare le gravose condizioni e le garanzie che assistono i debiti verso la Ue rispetto a quelli verso il mercato.

Allora perché l’Italia si è precipitata a chiedere subito tutti i prestiti, una sorta di “all in” rivolto al croupier di Bruxelles?

C’è un fatto che lo giustifica ed offre però il fianco a gravi preoccupazioni. È possibile richiedere l’anticipo del 13% anche sulla parte di investimenti finanziati da prestiti. Per l’Italia si tratta quindi di ricevere, forse entro settembre, circa 25 miliardi di anticipo. Sempre a condizione che il piano sia approvato dalla Commissione e che quest’ultima possa finanziarsi sui mercati emettendo obbligazioni dopo che tutti gli Stati abbiano ratificato la Decisione sulle Risorse Proprie che la autorizza a farlo. Se non avessimo inserito anche la quota prestiti, avremmo potuto richiedere un anticipo di soli 9 miliardi, come ha fatto la Spagna. Si tratta di 16 miliardi in più incassati dalla Ue che ci eviteranno di emettere Btp per pari importo.

Allora sorge il dubbio che abbiamo voluto fare il “pieno” ora perché temiamo di dover affrontare enormi difficoltà in seguito, quando ci sarà da ottenere gli esborsi semestrali ad avvenuto conseguimento degli obiettivi intermedi e dei traguardi concordati (o meglio imposti) dalla Commissione.

Così facendo abbiamo trasmesso un segnale non rassicurante verso i mercati, ai quali abbiamo implicitamente comunicato che in futuro potremmo non essere in grado di finanziarci a tassi convenienti e preferiamo attingere sin d’ora a piene mani ad una fonte diversa. Considerazione che sembra ancor più fondata se si osserva che ben 69 miliardi su 123 sono destinati a finanziare progetti già esistenti, per i quali si tratta solo di sostituire il già previsto ricorso al mercato con i prestiti Ue.

Ed il sospetto che avanziamo trova fondamento confrontando il nostro piano con quello spagnolo. Il livello di dettaglio delle riforme (fisco, pensioni, lavoro, concorrenza, giustizia, pubblica amministrazione, semplificazione amministrativa) presentate nel piano spagnolo è notevolmente superiore a quello italiano. Anche se pure a Madrid non mancano ambiguità su fisco e lavoro. Ma ritengono di essersi già portati molto avanti, al punto che il ministro dell’Economia Nadia Calvino si è dichiarata sicura, scrivendolo pure nel loro Recovery plan, che entro fine anno incasseranno sia i 9 miliardi di anticipo che i 16 della prima rata semestrale. Osservando l’Italia, nutriamo forti dubbi che sarà possibile varare, ad esempio, la legge delega sulla riforma fiscale in tempi brevi. È un tema per natura divisivo che richiede una maggioranza politica. Quale riforma fiscale potranno mai scrivere insieme Lega, LeU, PD, Italia Viva e M5S, sia pure dietro la spinta del Presidente Mario Draghi e sotto la minaccia del blocco dei pagamenti semestrali?

Il paio di pagine dedicate nel nostro piano alla riforma fiscale, potranno forse bastare per superare il primo esame della Commissione ed ottenere quindi l’anticipo, ma saranno insufficienti quando sarà necessario convincere gli altri partner che le riforme le abbiamo fatte davvero e quindi possiamo incassare le rate semestrali. E c’è sempre il “freno di emergenza” a disposizione anche di un solo Stato membro per impantanare i pagamenti in discussioni che potrebbero durare mesi.

L’altra perplessità è quella relativa ai tempi degli investimenti e dei pagamenti in arrivo da Bruxelles. Il Pnrr prevede che i 191 miliardi siano spesi dal 2021 al 2026 secondo un predeterminato programma che partendo dai 14 del 2021, vede una punta di 37 e 43 miliardi nel 2023 e 2024 per poi terminare con 31 miliardi nel 2026. Nel 2021 i fondi sono in gran parte destinati agli incentivi per Industria 4.0 ed ai fondi per l’export della Simest, non a caso nulla che richieda l’apertura di cantieri. Problema che però si porrà in futuro ed allora potrebbero essere dolori, nonostante tutti gli sforzi per la semplificazione amministrativa. Si consideri che facciamo un’enorme fatica per spendere e rendicontare circa 10 miliardi l’anno di fondi del bilancio ordinario UE, ed ora dovremmo riuscire a spenderne il quadruplo per 3 anni consecutivi? In bocca al lupo! Ma anche qualora si riesca nell’impresa, c’è sempre la spada di Damocle dell’esecuzione delle riforme. Mentre è relativamente facile accertare il completamento di una ferrovia, è più delicato capire l’avvenuto conseguimento dell’obiettivo di una riforma, perché richiede più discrezionalità e tempi più lunghi.

Dopo aver forse esaurito gli investimenti coperti da sussidi entro il 2023, gli altri saranno coperti da prestiti erogati tra il 2024 ed il 2026. Con ciò ipotecando completamente qualsiasi spazio di agibilità politica a disposizione dei vincitori delle elezioni del 2023.

Ecco a cosa serviranno i prestiti pianificati già oggi, se e quando arriveranno. A blindare l’Italia sia verso i mercati che verso scelte politiche non gradite. Un perfetto pilota automatico.

(versione ampliata e aggiornata di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

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