Dopo l’annuncio nel fine settimana scorso della minaccia di dazi supplementari contro alcuni Paesi europei che avevano inviato qualche sparuto drappello di militari in Groenlandia, mercoledì 21, Trump, a margine del suo intervento al convegno di Davos, ha dichiarato di aver raggiunto un “framework” (accordo quadro) per un futuro patto sulla Groenlandia e sull’Artico con la NATO, e per questo ha cancellato la minaccia di dazi (inizialmente al 10% dal 1° febbraio, poi al 25% dal 1° giugno) contro gli 8 paesi europei coinvolti (tra cui Danimarca, Germania, Norvegia, Svezia, Francia ecc.).
Immediatamente è partito un coro – sospetto per la sincronia e la sostanziale sovrapposizione dei toni e dei contenuti – centrato su due ritornelli. Il primo ruotava intorno alla “schiena dritta” e fermezza tenuta dai leader europei nel contrastare la minaccia di Trump; il secondo, più articolato e più “urlato”, tendeva ad attribuire il merito di questa retromarcia – che tale però non è – «all’ondata di vendite» (copyright Il Sole 24 Ore) che ha colpito T-Bond, Wall Street e dollaro.
Il primo argomento si liquida quasi da sé. È infatti di lampante evidenza il fatto che i leader europei abbiano farfugliato delle risposte, per giunta abbastanza diverse tra loro. Emmanuel Macron e i suoi toni bellicosi verso Washington hanno fatto sì che sia stato mandato, dal tedesco Friedrich Merz e da Giorgia Meloni, a schiantarsi in splendida solitudine. Il Premier britannico Keir Starmer ha usato toni ancora diversi. Insomma, tutti felicemente in ordine sparso. La compattezza e la schiena dritta si è vista solo nella propaganda.
Il secondo tema è invece più articolato da esaminare, perché apparentemente pare che martedì 20 sia stata proprio una giornata all’insegna del “Sell America”, anche se poi proprio l’articolo allarmistico del Sole, chiudeva così:
“«Sell America» dunque, ma fino a un certo punto. Come lascia intuire anche la reazione tutto sommato composta alla quale si è assistito ieri sui mercati.”
Insomma, un poco incinta, verrebbe da dire.
Ma sono i dettagli che fanno la delizia dell’intenditore e guardiamoli; in effetti tra martedì 20 e mercoledì 21 il decennale Usa è stato venduto, con il rendimento aumentato di circa 7-8 punti base fino a sfiorare il 4,30% e poi tornare subito indietro nel primo pomeriggio dopo le parole concilianti di Trump a Davos. Ma stiamo parlando di movimenti insignificanti. Considerando la festività di lunedì, poca roba, anche in confronto ai movimenti più rilevanti verificatisi venerdì 16 (apertura a 4,17% e chiusura a 4,24%), quando però Trump non aveva ancora detto nulla.
Andamento simile sul dollaro, con un modesto deprezzamento intorno a 1,1720, dopo aver aperto a 1,1640. Un movimento giornaliero significativo, ma abbastanza ricorrente per un rapporto di cambio di questa importanza. Da tenere conto che intorno a 1,18 il dollaro si muove da mesi.
Stessa cosa sull’azionario, dove per la ventunesima volta dal 2020 si sono visti ribassi di questo tipo.
Allora è stata proprio la tensione sui mercati a convincere Trump ad adottare toni più concilianti?
Basta volgere lo sguardo verso l’estremo oriente per capire che gli investitori sono andati in tensione, anzi lo erano già da alcuni giorni, per le notizie provenienti da Tokyo, titolare di un debito pubblico da 9.000 miliardi di dollari, secondo al mondo in valore assoluto e primo in percentuale al PIL. L’annuncio di tagli fiscali da parte della Premier Takaichi e quindi ulteriori emissioni, rialzi dei tassi e aumento dell’inflazione, ha provocato una massiccia vendita di bond governativi. Il decennale solo poche settimane fa era intorno al 2,05% e il 20 ha aperto al 2,27% con massimo intraday al 2,35% e chiusura poco sotto. Questo sì un vero terremoto, altro che i dazi di Trump. Scatenato anche dall’annuncio che in dicembre gli assicuratori giapponesi avevano venduto titoli pubblici per un importo record dal 2004.
Movimento simmetrico e sincrono anche sul Btp decennale e sul Bund tedesco. Martedì 20 in poche ore i rendimenti sono saliti di 6-7 punti base, praticamente come il Treasury. Forse gli investitori ce l’avevano anche con Italia e Germania? Non ci risulta.
Quindi il vero fattore di perturbazione e preoccupazione sui mercati è la politica fiscale del Giappone che, con straordinaria sincronia ha mandato in tensione i titoli governativi di tutte le maggiori economie avanzate (Usa inclusa, ovviamente).
Le tensioni in Giappone relative a queste decisioni, si sono scaricate sui tassi dei titoli nipponici – sia pure in modo relativamente contenuto perché la Banca Centrale li sta acquistando massicciamente contribuendo a calmierare i rendimenti – ma soprattutto sul cambio dello yen verso tutte le principali valute.
Che ha funzionato come vera e propria valvola di sfogo. Contro dollaro, lo yen è ai minimi dal 1986 e contro euro è ai minimi dal 1990. Con i conseguenti effetti positivi sulla competitività delle esportazioni giapponesi e negativi su inflazione e importazioni. Che, ovviamente, sono le esportazioni degli altri, come gli esportatori italiani stanno imparando sulla propria pelle.
Di fronte a questo terremoto di portata epocale, i giornali hanno parlato per giorni della Groenlandia e della presunta retromarcia di Trump.
Se è partito un simile “spin”, così ben coordinato, significa che Il circoletto della globalizzazione sta cercando di difendere il suo orticello e ha necessità di schierare tutte le sue truppe, compattamente. E questo dovrebbe darci qualche indizio sull’importanza esiziale dello scontro in corso e della partita in gioco.
Trump non sta tagliando i ponti con l’Europa, perché agli Usa l’Europa serve, sotto tanti aspetti. Sta invece cercando di correggere delle scelte politiche che rendono l’Europa un alleato inaffidabile e fonte di squilibri.
Purtroppo per la qualità dell’informazione, i titoli dovevano essere su Trump bloccato dagli investitori e dai valorosi europei e così è stato. Per sapere che l’epicentro dei movimenti di mercato è localizzato altrove, ripassare un’altra volta (o essere arrivati fin qui nella lettura dell’articolo), la propaganda ha dovuto avere la precedenza.






