Economia

Ecco che cosa rischia politicamente Salvini con reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni

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Di maio Salvini

Tutti i potenziali problemi per Salvini su reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni

 

Di quota 100 e di reddito (con annessa pensione) di cittadinanza si parla da mesi in centinaia di talk show televisivi, di intere pagine di giornali. Giggino Di Maio le dava persino per cose fatte nel suo ‘’pizzino’’ in cui, con la solita faccia tosta, aveva indicato le realizzazioni del governo di cui è vice presidente e potente superministro. Matteo Salvini non è da meno, anche se calca di più la mano sulle pensioni per far dimenticare ai suoi elettori di aver appaltato le politiche economiche al M5S.

Eppure, sia nel disegno di legge di bilancio, sia nel maxi-emendamento imposto, con la ‘’dittatura della maggioranza’’, al Senato, non vi è la minima traccia di norme rivolte a regolare le materie ‘’identitarie’’ di ciascuna delle componenti giallo-verdi. Nulla di strano: secondo il dogma del Führerprinzip il volere del Capo (qui sono addirittura due) è una fonte di diritto a prescindere dalla forma attraverso cui si esprime (nel nostro caso, per tradizione orale come i poemi omerici). Salvini e Di Maio – nonostante il taglio di oltre 7 miliardi di euro lasciati sugli stessi tavoli di Bruxelles dove si erano impegnati a sbattere i pugni – garantiscono che le prestazioni promesse e le platee di utenti previste non cambieranno; al massimo saranno necessari percorsi più graduali per le entrate in vigore.

Come questo prodigio sia possibile lo ha spiegato il candido Di Maio, nel forum del Fatto quotidiano: ’’A settembre ci siamo visti con Conte, Tria e Salvini, credo nella sera della festa sul balcone. Abbiamo fatto l’elenco delle misure fondamentali in modo molto naturale. E il conto finale – ha raccontato il vice premier – portava ad una manovra del 2,4%. Ma non avevamo ancora le relazioni tecniche. E abbiamo previsto più soldi del necessario’’. In sostanza il vice ‘’giallo’’ vorrebbe far credere che tutti i guai in cui è incorso il Paese nelle ultime settimane sono la conseguenza di un errore di calcolo: un errore difeso per settimane ad oltranza, fatto votare con la fiducia alla Camera e corretto soltanto quando l’Europa matrigna ha voluto sottoporre alla ‘’prova del 9’’ i conteggi compiuti in quella magica notte d’autunno, sotto l’ebbrezza delle libagioni per una vittoria, ben presto mutilata.

Nel frattempo, se ancora non si conoscono i criteri con i quali verrà ‘’superata’’ la riforma Fornero e garantito (a chi?) il reddito e la pensione di cittadinanza, perché non prendere lezioni dalle norme del 2011 per ‘’fare cassa’’? Visto che il robusto taglio alle c.d. pensioni d’oro (mediante l’introduzione di un contributo di solidarietà della durata di cinque anni) porterà meno di 400 milioni in un triennio, si è reso necessario prendersela con la rivalutazione automatica in base al costo della vita: sono entrate sicure e persino prevedibili, come il tasso di inflazione.

Anche in questo caso, però, è Matteo Salvini stesso a negare l’evidenza. In un post ha letto una tabella con gli aumenti, del 2019, ripartiti per fasce di pensione. E tutti incasserebbero qualche euro in più. Ma Salvini si guarda bene dallo spiegare che la normativa in vigore prevedeva il ripristino dall’anno prossimo del sistema di perequazione su tre aliquote, molto più conveniente di quello distribuito su sette fasce di reddito, come sancito nella legge di bilancio per un triennio. E quindi una perdita ci sarà, se non come danno emergente, almeno come lucro cessante.

Le critiche più severe Salvini se le trova ‘’in casa’’. «Il Governo del cambiamento ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità’’: così Alberto Brambilla, l’esperto considerato vicino alla Lega e patron dell’autorevole Centro studi ‘’Itinerari previdenziali’’. ‘’Questi pensionati – ha proseguito – rientrano nel “club” del 4,36% di contribuenti che versano il 36,52% di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77% dell’inflazione, si arriva al 12,09% di contribuenti che però versano il 57,11% di tutta l’Irpef. Supponendo un’inflazione media dell’1,1% e un periodo di fruizione della pensione di 20 anni, la riduzione dell’indicizzazione 2019 al 50% è pari a una decurtazione del potere d’acquisto di 0,5% l’anno che, capitalizzata, porta la riduzione a fine periodo a oltre il 12%’’.

Tassati e tartassati, dunque. Matteo Salvini rischia di mettersi contro – dopo aver deluso gli imprenditori del Nord Est– anche gran parte del ceto medio in quiescenza che proprio nel Veneto ha costituito un’associazione denominata Leonida (che raggruppa altre 14 con 800mila iscritti) i cui aderenti sono schierati a difesa delle proprie pensioni ottenute dopo una vita di lavoro e di regolarità fiscale e contributiva. Senza fare troppe storie, in un recente convegno svoltosi a Verona, hanno dato appuntamento alla Lega nelle urne (vantano di poter orientare 2 milioni di voti). Come i piccoli imprenditori non sopportano che le risorse promesse per ridurre la pressione fiscale siano utilizzate per mantenere chi non lavora, così i pensionati benestanti non sono disposti a subire insulti (sono stati definiti parassiti e profittatori di coloro che percepiscono trattamenti al minimo) e sopportare tagli arbitrari a favore delle c.d. pensioni di cittadinanza da riconoscere a chi non ha mai lavorato, ha evaso il versamento dei contributi e già riceve un assegno integrato dalla fiscalità generale.

Matteo Salvini rischia di mettersi contro – dopo aver deluso gli imprenditori – anche gran parte del ceto medio al solo scopo di realizzare, in sedicesimo, quella cancellazione della riforma Fornero ormai ridotta ad una scalfittura seppure inutile e molto onerosa. Brambilla prosegue implacabile. Se è vero che oltre il 60% delle prestazioni assistenziali che godono della rivalutazione totale e potrebbero addirittura beneficiare dell’incremento relativo alle cosiddette “pensioni di cittadinanza”, sono pagate al Sud, lo è altrettanto che circa il 70% delle pensioni tagliate e poco indicizzate stanno al Nord. «Il grosso rischio della “guerra delle pensioni” e delle pensioni di cittadinanza è quello di aumentare – sostiene ancora Brambilla – le pensioni basse e assistenziali, i cui maggiori beneficiari sono spesso “furbi”, elusori ed evasori, persone che sfruttano il lavoro nero e foraggiano l’economia illegale. Anziché premiare il senso del dovere, dello Stato e il merito, assistiamo a un trasferimento forzoso di risorse da lavoro ad assistenza e da Nord a Sud: un ottimo risultato per la Lega (ex Nord). Con un costo per la collettività e lo sviluppo del Paese, spaventoso».

Ma anche Di Maio avrà delle sorprese quando dovrà dare attuazione al reddito di cittadinanza. Sono rimasti 7,1 miliardi, di cui 4,5 miliardi dovrebbero andare a 450mila famiglie con Isee zero e con diritto – si dice – all’intero contributo di 780 euro mensili lordi. Al netto del miliardo riservato ai Centri per l’impiego, resterebbero meno di 2,5 miliardi per le restanti (1,4milioni) famiglie in condizione di povertà assoluta. Nel frattempo si annunciano requisiti e vincoli che renderanno la riscossione del reddito di cittadinanza più difficile che vincere un terno al lotto.

Intanto si sono destate dal loro letargo le confederazioni sindacali. I loro leader – prima in tutt’altre faccende affaccendati – sono stati ricevuti, il 10 dicembre scorso, dal premier Giuseppe Conte quando ormai, sulla manovra, restava soltanto da spegnere le luci alla fine della lunga notte del disonore, in Senato. Entro il mese di gennaio hanno promesso di mobilitarsi contro una legge di bilancio ‘’che non fa gli interessi del Paese’’. Meglio tardi che mai. Certo, se prendesse l’avvio un po’ di mobilitazione sociale potremmo guardare al futuro con un briciolo di fiducia in più.

Non è però un pensiero maligno quello che mi porta a ritenere che Cgil, Cisl e Uil scenderanno in campo quando verranno iscritti all’ordine del giorno i decreti su quota 100 e il reddito di cittadinanza. Al solo scopo di indurre il governo a fare di peggio. O comunque di sostenerne nei fatti i propositi.

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