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Cosa possono fare Saipem, Fincantieri e non solo a Taranto. L’analisi del prof. Pirro

Conte Taranto

Caro premier Conte. Per Taranto, serve una Struttura tecnica di missione a Palazzo Chigi, molto agile. Sono disponibile a collaborare a titolo gratuito. Lettera aperta del prof. Federico Pirro al presidente del Consiglio

Signor Presidente,

la cittadinanza di Taranto e della Puglia deve esserLe molto grata per l’impegno e la determinazione da Lei profusi sulle complesse questioni del possibile assetto dell’ex Gruppo Ilva e del sistema produttivo del capoluogo ionico che incide sull’economia dell’intero Paese.

Per il futuro del Siderurgico e degli impianti di Genova e Novi Ligure connessi ‘a valle’ non ci si vuole soffermare in questo intervento sul serrato confronto in corso con Arcelor Mittal, condividendo in pieno la Sua impostazione, ovvero l’obiettivo degli 8 milioni di tonnellate, il drastico contenimento di eventuali esuberi, l’introduzione di forni elettrici, l’impiego del preridotto di ferro, l’ingresso di capitale pubblico in joint-venture con l’azionista francoindiano.

Si vuole richiamare invece la Sua attenzione su alcuni punti della bozza del decreto per Taranto che – pur prevedendovi interventi di indubbia utilità – avrebbero tuttavia bisogno di essere integrati da un obiettivo di respiro strategico per il sistema economico dell’hinterland e dalla strumentazione idonea a raggiungerlo. Esso può essere così sintetizzato: a Taranto e nella sua provincia bisognerebbe in primo luogo ampliarne la base manifatturiera: 1) insediando nuove fabbriche; 2) ampliando quelle esistenti; 3) dispiegando l’intera capacità imprenditoriale pubblica; 4) lavorando per attrarvi capitali privati italiani ed esteri.

Al riguardo, se qualcuno affermasse che la congiuntura in Italia e in Europa è in fase di rallentamento, e che pertanto non sarebbe possibile promuovere azioni di marketing territoriale, è appena il caso di ricordare che con l’istituzione della Zona economica speciale ionica – il cui Comitato di indirizzo peraltro si è già insediato – l’attrazione di investimenti bisognerebbe farla comunque.

Allora, nel Piano di sviluppo strategico di questa ZES vi sono indicazioni di dettaglio sui settori che si potrebbero sviluppare, in quanto non esistenti, e comparti che invece si potrebbero rafforzare perché già presenti nel territorio. Se ne indicano alcuni:

a) a Taranto, ad esempio, si potrebbe avviare la costruzione di grandi gru da banchina da destinarsi al mercato mondiale. In Italia esiste già un’azienda di grandi dimensioni, da invitare a valutare la possibilità di localizzare nell’area un suo presidio produttivo;

b) vi si potrebbe avviare anche la costruzione e la manutenzione di container, che produce una grande industria italiana, leader europea in termini di capacità produttiva e range di tipologie per il trasporto di carichi secchi nella realizzazione di tali manufatti;

c) ma anche la Saipem potrebbe trasferire su Taranto costruzioni su cui coinvolgere, in logiche di mercato, imprese locali che abbiano le qualifiche idonee per eseguirle, o che potrebbero acquisirle. La Saipem ha dichiarato ad ottobre di avere commesse – comprese quelle di società non consolidate – di 23,7 miliardi, dei quali 4,7 riguardano engineering&construction off-shore; 17,7 miliardi di engineering&construction on-shore; 821 milioni nel drilling off shore; 492 milioni nel drilling on-shore;

d) anche la Fincantieri – che ha comunicato al 30 settembre un portafoglio di commesse pari a 32,3 miliardi con backlog di 96 unità da consegnare entro il 2027 e softlog da 3,9 miliardi – potrebbe valutare ogni possibile impiego dell’Arsenale della Marina Militare – già impegnato nel dual use – e delle sue capacità, previa accurata verifica delle sue dotazioni tecnologiche e della percorribilità del canale navigabile;

e) anche il settore della costruzione delle macchine utensili può essere sviluppato sull’area di Taranto. Il recente successo del MECSPE – il salone della meccanica specializzata che si è svolto a Bari a fine novembre e al quale hanno partecipato 620 espositori, la maggior parte dei quali del Nord – ha dimostrato che i produttori di macchine utensili sono venuti a Bari ben sapendo che nell’Italia meridionale vi è mercato per quei macchinari, ma non ve ne è produzione. Perché allora non censire aziende con le quali aprire confronti finalizzati a favorirne l’insediamento in loco?

f) ma anche l’intero settore delle tecnologie per il contenimento delle emissioni nocive si potrebbe sviluppare, dialogando in proposito con il polo Magna Grecia che ha accumulato know-how in proposito;

g) inoltre nello studio a suo tempo compiuto dalla Camera di Commercio per il rilancio della piattaforma Agromed si sono indicate anche le tipologie di macchine agricole che si potrebbero costruire su Taranto o nel suo hinterland;

h) anche una vasta gamma di bio ed elettromedicali si potrebbero produrre a Taranto – ove già opera qualche piccola azienda del comparto – perché entro qualche anno la città ospiterà strutture ospedaliere fra le più avanzate in Italia e pertanto la loro dotazione di alcune apparecchiature potrebbe essere prodotta in loco; ma anche in questo caso guardando al mercato internazionale.

Insomma, le imprese attraibili sull’area tarantina per irrobustirne e diversificarne il manifatturiero sono numerose. Quale struttura allora potrebbe essere investita del compito di calamitare investimenti industriali ? Una Struttura tecnica di missione da istituirsi a Palazzo Chigi, molto agile, da costituirsi con esperti realmente capaci di dialogare con imprese italiane ed estere. Lo scrivente ha già compiuto in passato tale esperienza con successo e sarebbe disponibile a ripeterla come puro volontariato a titolo gratuito.

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