Economia

Reddito di cittadinanza: come funziona, i paletti, i limiti e le incognite

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Ecco funzionamento, potenzialità, limiti e incognite del Reddito di cittadinanza. L’approfondimento di Daniele Capezzone

(Estratto di un articolo di Daniele Capezzone pubblicato oggi sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Il giorno “x” è arrivato. Lo annuncia in caratteri azzurrini e blu la scritta che campeggia sull’homepage del sito www.redditodicittadinanza.gov.it: “Richiedilo a partire dal 6 marzo”. Cioè da oggi.

Per presentare la domanda ci sono tre canali. Il primo è proprio il sito Internet dedicato al reddito.

Attenzione, però: in questo caso, è necessario essersi procurati lo SPID (che non è un potente insetticida ma un acronimo che sta per Sistema Pubblico di Identità Digitale): va richiesto presso uno degli identity provider accreditati indicati su un altro sito (www.spid.gov.it).

La seconda strada è rivolgersi ai Caf, che saranno realisticamente presi d’assalto. Assedio prevedibile anche nei confronti della terza porta d’accesso: gli uffici postali.

Ma, al di là della baraonda per la fila, alle Poste è legata un’incognita ancora più poderosa: da un lato non c’è dubbio che la rete degli uffici postali sia quella per definizione più capillare e più prossima ai cittadini; dall’altro c’è da chiedersi se, ufficio per ufficio, ci siano ovunque mani sicure a cui affidarsi per la compilazione della richiesta. E non osiamo immaginare la catena di contenziosi che potranno insorgere in caso di domanda respinta.

In ogni caso, c’è tempo fino a fine marzo per richiedere il primo contributo, quello che sarà erogato ad aprile.

Dopo aver presentato la domanda, i passi successivi sono: attendere che l’Inps verifichi i requisiti e dia disco verde; poi ricevere la comunicazione sul giorno e sull’ufficio postale in cui andare a ritirare la famosa “card”; e infine attendere la convocazione dai centri per l’impiego (per sottoscrivere il cosiddetto “patto per il lavoro”) o dal Comune (per sottoscrivere il cosiddetto “patto per l’inclusione sociale”).

Ricapitoliamo i requisiti da soddisfare. In termini di cittadinanza e residenza, bisogna essere italiani o europei o lungo-soggiornanti, e risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in via continuativa. In termini economici, bisogna avere un Isee inferiore a 9.360 euro annui (ed è consigliabile richiedere l’Isee aggiornato ai Caf oppure online sul sito http://www.inps.it). In termini di proprietà, occorre possedere un patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, che non superi i 30.000 euro, e un patrimonio finanziario non superiore a 6.000 euro (incrementabili – di poco – in funzione del numero dei componenti del nucleo familiare).

E fin qui abbiamo indicato i paletti burocratici: e non si tratta di poca cosa, nel senso che la rete delle Poste e l’Inps (oltre ai Caf) saranno sottoposti a uno stress test pazzesco.

Ma poi c’è anche l’incognita legata ai paletti politici: nel senso che siamo nella situazione un po’ ballerina per cui il decreto che istituisce la misura è stato varato (ed è in vigore), ma intanto è in corso l’iter di conversione parlamentare.

Il Senato ha licenziato il provvedimento, che ora è alla Camera (in Commissione), e approderà in Aula il 18 marzo. Ovvio che se ci fossero modifiche, anche di una virgola, occorrerebbe tornare in Senato. Ma al di là dell’ipotesi di una terza lettura, resta una domanda: che succede se, nel corso dei lavori parlamentari, interviene una modifica consistente? Può esserci un impatto sul percorso burocratico che molti cittadini avviano oggi? C’è da augurarsi di no, e che le modifiche parlamentari tengano ben presente che nel frattempo la macchina è partita.

Naturalmente, resta in conclusione la più grande delle incognite: quella legata alla realtà dell’economia italiana e al modo in cui si creano davvero i posti di lavoro. L’impianto assistenzialista grillino – infatti – non è stato intaccato: la misura, più che un ‘trampolino’ verso un’occupazione, ha i connotati di un sussidio. Quanto invece alla possibilità che i centri per l’impiego riescano davvero a far incamminare i beneficiari nel mondo del lavoro, si tratta di un enorme punto interrogativo.

E’ questa seconda parte del provvedimento, questo “secondo tempo” della partita, che appare ancora in alto mare: ad oggi è davvero difficile immaginare come la macchina pubblica possa rapidamente diventare un “radar” efficace per intercettare e smistare offerte di lavoro.

Forse, ciò che potrebbe incoraggiare le imprese è la parte del decreto che le incentiva ad assumere: dal momento in cui scatta l’assunzione (a tempo pieno e indeterminato), le mensilità rimanenti del ciclo di 18 mesi andranno proprio all’azienda. Ma nessuno può dire se ciò basterà a far partire assunzioni a buon ritmo.

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