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Recovery Plan, ecco soldi, bond e vincoli

Pnrr

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

È partito da Lisbona lo tsunami di propaganda che raggiungerà Roma il prossimo 22 giugno. È il presidente dalla Commissione in persona, Ursula Von der Leyen, che ha cominciato il tour delle capitali degli Stati i cui piani per la ripresa sono stati valutati positivamente dalla Commissione. Seguiranno Madrid, Atene, Copenaghen e Lussemburgo. Ma la Von der Leyen non arriverà a mani vuote. Porterà in dote il successo della prima emissione di obbligazioni per finanziare le spese previste dai quei piani.

L’incontro di Lisbona ha avuto toni da documentario del Ventennio a cura dell’Istituto Luce. Non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere a Roma. “Ti aspetta un bel po’ di lavoro”, ha commentato la Presidente, brandendo il testo della proposta di approvazione da parte della Commissione; “Ora posso andare in banca?” ha chiesto il premier Antonio Costa; “Puoi andare in banca” ha risposto la tedesca. Peccato che potrebbe trovare il conto bloccato, perché il Consiglio ha ancora quattro settimane di tempo per adottare, con una apposita decisione, la proposta della Commissione.

Il Portogallo riceverà sussidi per 13,9 miliardi e prestiti per 2,7 miliardi e risulta aver conseguito, nelle ben 11 “materie” secondo le quali si valuta il piano, 10 “A” ed una “B”. Una griglia di selezione che non lascia scampo e che non ammette voti “C” in materie qualificanti, come il rispetto delle raccomandazioni Paese (quelle che ci impongono di tassare gli immobili, per intenderci).

Esaminando i documenti del piano portoghese, lascia davvero esterrefatti la minuziosità con cui si valuta ogni singolo progetto. Un enorme sforzo pianificatorio, condensato in oltre 300 pagine, davanti al quale potrebbero impallidire i piani quinquennali dell’economia pianificata di staliniana memoria. Il piano portoghese è utile perché contiene, in nuce, tutto quanto si sta preparando per l’Italia: task force, unità di missione, un elefantiaco sforzo burocratico. Tutto e solo per dimostrare che la UE esiste e consentirle di interporsi tra il mercato finanziario e gli Stati membri per fare ciò che questi ultimi, da soli, fanno da secoli: emettere debito per finanziare investimenti.

A questo fine, martedì scorso la Commissione ha emesso titoli a 10 anni per 20 miliardi al tasso del 0,086%, 32 punti base al di sopra del titolo tedesco con pari durata, con domanda pari a circa 7 volte l’offerta. Abbiamo appreso da fonti qualificate che la Banca Centrale cinese è risultato il maggior sottoscrittore, con circa 1,8 miliardi assegnati.

Si tratta del collocamento più consistente nella storia della Ue, che trova un precedente comparabile nella prima emissione per finanziare lo strumento Sure, avvenuta il 20 ottobre 2020 piazzando 17 miliardi con tassi pari al -0,24% a 10 anni e 0,13% a 20 anni.

Nonostante il tasso sia aumentato da -0,24% a 0,09%, il differenziale rispetto all’equivalente titolo tedesco è sostanzialmente invariato (37 punti base allora, 32 oggi). Altre due importanti emissioni seguiranno a luglio, fino a raggiungere 100 miliardi entro fine anno, tra titoli a breve e medio/lungo termine.

La grancassa mediatica ha usato toni trionfalistici, anziché vergognarsi per uno strumento che fa poco e tardi, arrivando nelle casse degli Stati della UE molti mesi dopo il verificarsi di una recessione senza precedenti in tempo di pace. Negli USA i tempi si sono misurati in settimane. Tra Corriere della Sera e Sole 24 Ore è stata una gara ad esaltare il momento storico e sottolineare la convenienza per l’Italia di questi finanziamenti rispetto alla normale emissione di Btp a 10 anni. Per tacere delle malcelate speranze che questi titoli – che non sono eurobond perché non c’è responsabilità in solido, ma solo pro-quota da parte degli Stati – diventino permanenti.

Premesso che anche il decennale italiano ha ricevuto domanda pari a circa 7 volte l’offerta proprio qualche giorno fa, la comparazione tra il tasso 0,77% di quest’ultimo e lo 0,09% del bond UE è un esercizio che porterebbe alla bocciatura qualsiasi malcapitato studente del primo anno di economia. Non è un’opinione, come invece ci è capitato di leggere sul Sole.

Infatti si omette di considerare:

1)     il privilegio di fatto (seniority) di cui godono i prestiti Ue rispetto ai BTP, chiaramente affermato nell’accordo di prestito (in parte tuttora segretato) che disciplina lo strumento Sure.

2)     Il carico di condizioni che grava sui prestiti UE, sotto diversi aspetti, che non possono non avere un prezzo: il rispetto delle raccomandazioni Paese e del Patto di Stabilità e Crescita, con il loro effetto recessivo; Il vincolo di ben determinate destinazioni di spesa, a favore della transizione ecologica ed ambientale e numerosi altri limiti.

3)     Il tasso dello 0,09%, ritenuto ingannevolmente conveniente, è solo un regalo agli investitori che si ritrovano a ricevere circa 30/35 punti base in più rispetto al Bund tedesco con un livello di rischio sostanzialmente equivalente. Infatti, il sistema delle garanzie che disciplina queste emissioni è così ampio (0,6% del PIL di ciascuno Stato) che, anche se fallissero tutti gli Stati membri, la sola quota a carico del bilancio della Germania (circa 20 miliardi) sarebbe sufficiente per coprire i rimborsi annuali fino al 2058.

Abbiamo appaltato una fetta consistente della gestione delle nostre esigenze di tesoriera pubblica ad un’agenzia esterna, di cui subiremo le strategie di finanziamento, speriamo azzeccate, e che ci farà penare se, prima di ogni pagamento semestrale, non avremo fatto tutte le famose riforme.

Un ricatto permanente almeno fino al 2026.

(Versione ampliata e aggiornata di un articolo pubblicato su La Verità)

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