Economia

Recovery Fund: fatti, numeri, spaccature e incognite

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Recovery Fund: che cosa è, quando dovrebbe partire e le ipotesi allo studio, con le divisioni tra Stati. L’articolo di Fernando Soto con l’analisi di Liturri, il commento di Foà e il report dell’Ispi

Mes, Sure e Bei operativi da giugno e ok al principio del Recovery Fund anche se con tutti i dettagli ancora da definire a cui lavorerà la Commissione nelle prossime settimane.

E’ stato questo l’esito del Consiglio europeo di ieri.

Ora dunque inizia la diatriba su come funzionerà, cioè se concederà prestiti o sovvenzioni a fondo perduto.

Gli schieramenti restano più o meno i soliti: il Nord contro il Sud che chiede aiuti da non restituire per chi è stato più colpito.

IL PUNTO DI PARTENZA

Il punto di partenza è che per rilanciare l’economia europea bisogna servirsi degli strumenti che già si hanno come il bilancio pluriennale, e poi creare qualcosa di nuovo, che aggiunga risorse in un momento di estrema necessità per le casse di tutti, soprattutto di quelli più colpiti dallo shock sanitario ed economico.

LE MIRE DELLA COMMISSIONE

La presidente Von Der Leyen vuole arrivare a mobilitare 2.000 miliardi di euro, cioè il doppio dell’attuale bilancio a 28. E propone quindi di aggiungere al prossimo bilancio Ue 2021-2027 un fondo temporaneo e mirato per la ripresa (Recovery fund) dotato di 320 miliardi di euro, raccolti grazie all’emissione di obbligazioni comuni.

LE DIVISIONI

La metà sarebbero distribuiti sotto forma di prestiti ai Paesi, l’altra metà andrebbe a programmi ‘ad hoc’, nel quadro del bilancio pluriennale Ue, per i Paesi più colpiti dall’emergenza. Se nessuno è contrario in via di principio a creare il Recovery fund, non tutti sono d’accordo con il tipo di sostegno che deve dare.

I PROSSIMI PASSI

La von der Leyen, che entro il 6 maggio dovrà presentare la nuova proposta di bilancio Ue e Recovery fund, assicura che ci sarà “un giusto equilibrio tra sovvenzioni e prestiti”. Sull’altro fronte, invece, i Paesi ‘frugali’ (su tutti Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Austria) che si oppongono ad aumenti del budget comune e a forme di trasferimenti a fondo perduto. Difendendo il principio secondo cui la Commissione Ue non può indebitarsi.

IL RUOLO DELLA GERMANIA

La Germania non si schiera apertamente nella battaglia ma la cancelliera Merkel ammette che “non su tutto siamo della stessa opinione”, anzi che c’è un vero e proprio “disaccordo” su come finanziare il fondo, assicurando però che Berlino è disponibile a versare di più al bilancio europeo.

L’ANALISI DI LITURRI

Ma sono ancora tanti gli interrogativi sul Recovery Fund. Ecco quelli che ha indicato oggi su La Verità l’analista Giuseppe Liturri:

“1) Chi contribuisce al fondo di garanzia? Qualcuno crede che la Germania o l’Olanda possano fornire una garanzia solidale e non solo individuale (joint and several), come chiesto dai paesi del Sud ma vietato dai Trattati? Ed allora, se ognuno garantisce per sé, che senso ha tutto questo macchinoso armamentario?

2) Ammesso che i titoli siano a lunga scadenza o perpetui, come provvederà la Commissione al pagamento degli interessi? Se l’Italia, come probabile, continuerà ad essere contribuente netto, pagheremo interessi su somme che poi non saranno tutte destinate al nostro paese. E lo faremo attraverso maggiori contributi alla Ue o maggiori tasse.

3) A che titolo saranno erogate queste somme? Prestiti o sovvenzioni? Se fossero prestiti, come pretendo il blocco tedesco, avremmo un altro Mes a lunga scadenza.

4) E come saranno distribuite tra gli Stati? Se il fondo erogasse sovvenzioni, sarebbe pure peggio. Saremmo in ogni caso chiamati a coprire il bilancio Ue con l’amara sorpresa di ritrovarci contributori netti. O qualcuno crede che i paesi nordici possano consentire all’Italia, il più colpito sia dal punto di vista sanitario che economico, di ricevere somme a fondo perduto superiori al 15% del totale, diventando così beneficiario netto?”.

IL REPORT DELL’ISPI

Ha scritto nei giorni l’Ispi, l’Istituto di studi per la politica internazionale, in un dossier sul Recovery Fund in vista del Consiglio Ue: “Nato su spinta francese, il Recovery fund dovrebbe costituirsi come un fondo garantito dal bilancio dell’Unione Europea, che potrà finanziarsi emettendo i cosiddetti recovery bond. Le stime su quanto sarebbe necessario variano dai 500 ai 1.500 miliardi di euro. Con questi soldi il fondo finanzierebbe progetti di rilancio dell’economia europea inclusi quelli legati alla transizione energetica e al rafforzamento delle infrastrutture fisiche e digitali”.

IL COMMENTO DI FOA’

Ha commentato Alberto Foà Presidente di AcomeA SGR: “Per quanto riguarda il grande tema del “Recovery Fund”, I punti chiave sono due: come raccogliere i fondi e come distribuirli. Sul primo punto, una proposta della Commissione aveva segnalato la volontà di potenziare il bilancio dell’UE (dall’1,2 al 2% del PIL), per un periodo di 2-3 anni, attraverso contributi maggiori. Per rendere l’idea, un aumento del bilancio UE al 2% del PIL per un periodo di 3 anni equivarrebbe a ca. 400mld di fondi aggiuntivi, che andrebbero nel “Recovery Fund”. In questo caso, il “Recovery Fund” potrebbe essere finanziato interamente all’interno del bilancio UE, e i fondi verrebbero redistribuiti fra i paesi dell’Unione come avviene oggi per i fondi strutturali. Alcuni leader europei, hanno aperto la porta ad un estensione ulteriore della portata del “Recovery Fund”, per arrivare in tempi brevi intorno al trilione di euro di cui si parlava nei giorni scorsi. In questo caso, la strada da percorrere per finanziare il “Recovery Fund” sarebbe probabilmente attraverso il ricorso al mercato. La Commissione potrebbe emettere dei titoli sovranazionali acquistabili in parte anche dalla BCE. A quel punto, le risorse raccolte verrebbero redistribuite fra i paesi dell’Unione (come nel primo caso), oppure come prestiti ai singoli paesi, con un meccanismo più simile al MES. Nel primo caso, non vi sarebbe un aumento diretto del rapporto debito/PIL extra per i singoli paesi. Nel secondo caso (come per il MES), sì. In conclusione, non vi è ancora un accordo sulla dimensione o sul funzionamento del Recovery Fund, ma è stato dato un mandato chiaro e urgente alla Commissione per trovare una soluzione condivisa da tutti”.

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