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Titoli

I perché del boom dei Btp (che sconfessa i catastrofisti anti italiani)

Che cosa succede ai titoli pubblici italiani. L'analisi di Giuseppe Liturri.

È cominciato col botto il 2024 per le emissioni di titoli pubblici da parte del Ministero dell’Economia.

Con la rapidità di un blitz bellico, nel giro di due giorni, ha cancellato un’asta di titoli, l’ha sostituita con un’emissione collocata tramite sindacato (composto da Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A, Crédit Agricole Corp. Inv. Bank, Deutsche Bank A.G., Goldman Sachs Bank Europe SE e J.P. Morgan SE) e ha piazzato titoli per 15 miliardi, a fronte di una domanda pari a 155 miliardi.

10 miliardi per il Btp a 7 anni, collocato con rendimento lordo pari al 3,55% e altri 5 per il Btp a 30 anni, con un rendimento lordo del 4,51%. Il tutto, riuscendo anche a beneficiare di una significativa limatura dei rendimenti rispetto all’ultima asta di dicembre per il titolo a 7 anni (3 miliardi collocati al 3,63%) e di novembre per il titolo a 30 anni (1 miliardo collocato al 5,05%).

Cosa è accaduto? Improvvisamente il Tesoro italiano ha fatto il pieno di clienti?

No, i clienti ci sono sempre stati e sono aumentati per diversi ordini di motivi.

Per prima cosa, le obbligazioni governative, a partire da metà ottobre, hanno dato enormi soddisfazioni agli investitori. Da quando sono svaniti gli ultimi dubbi sul proseguimento della sequenza di rialzo dei tassi, prima negli Usa e poi nell’Eurozona, e l’inflazione ha mostrato una stabile tendenza alla diminuzione, tutti gli investitori hanno realizzato che posizionarsi sulla parte medio-lunga della curva temporale è un buon affare. Non capita tutti i giorni di poter comprare un Btp decennale al 4% con l’inflazione stabilmente al di sotto del 2%.

Come spesso accade, c’è chi ha compreso questa tendenza già tre mesi fa – ignorando sedicenti “analisi” che ancora seminavano dubbi sulla tenuta dei titoli italiani, ma che nascondevano solo aspettative ribassiste – e c’è chi ha fatto le vacanze di Natale e poi l’ha capito dopo l’Epifania. E la conseguenza è stata il picco di domanda di queste prime settimane del 2024. Tutti a correre a comprare titoli governativi per paura di restare a mani vuote.

Chi ha creduto ai timori – diffusi a piene mani per tutto il mese di ottobre – legati alle valutazioni delle società di rating oggi ha dovuto correre precipitosamente ai ripari. Lasciando sul terreno oltre 100 punti base di rendimento sul Btp decennale (che a metà ottobre arrivò a sfiorare il 5%, ed oggi rende il 3,84%).

A chi non ha mai creduto a certe interessate sirene, tutto è apparso già abbastanza chiaro a fine settembre. Quando il Presidente della Fed, Jerome Powell, ha di fatto posto fine ai timori di ulteriori rialzi dei tassi e la Nota di aggiornamento al Def ha disegnato un percorso di finanza pubblica che non ha spaventato gli investitori, senza deprimere particolarmente la crescita del Paese con un’insensata austerità.

È stato quello il semaforo verde. E chi l’ha visto in tempo, oggi può già vantare rendimenti che non si vedevano da anni. Gli altri, probabilmente sono in strada con gli scatoloni contenenti i loro effetti personali.

In prospettiva futura, è abbastanza improbabile che si torni ai livelli di rendimenti modesti o addirittura negativi, osservati sulle scadenze più brevi a partire dal 2015. Infatti, l’inflazione legata a improvvisi shock di offerta o a catastrofici eventi geopolitici è sempre in agguato e promette di restare relativamente elevata a causa della corsa alla transizione energetica. Tuttavia, anche in presenza di questi fattori di rischio, la corsa all’obbligazionario, dopo tanti anni di purgatorio, è partita. In questo panorama, i titoli della Repubblica Italiana sono, a giudizio degli investitori, un ottimo compromesso in termini di rapporto rischio-rendimento.

Tuttavia c’è ancora chi non riesce a capacitarsi (oltre ad aver probabilmente perso e fatto perdere parecchi soldi) che le cose siano andate in questo modo. La sintesi di questo “pensiero” ci viene offerta oggi dal Sole 24 Ore, dove si preoccupano di ricordarci che “Questo significa che il mercato si fida dell’Italia, come si fidano le agenzie di rating, ma sa benissimo che la Penisola ha un debito pubblico troppo grande e troppo poco in calo. Sa benissimo che rispetto ad altri Paesi ha un percorso di rientro dal debito elevato più̀ blando. Il mercato sa che l’Italia non può permettersi passi falsi: deve avere crescita economica ma deve anche contenere il deficit, deve investire sullo sviluppo ma deve anche ridurre il debito. La strada è stretta. Così gli investitori sono disposti a strapparsi di mano un BTp trentennale (anche perché́ offre un rendimento più alto rispetto a quello di altri titoli di analoga durata di altri Paesi), ma saranno altrettanto lesti a scappare se l’Italia non dovesse rispettare gli impegni di contenimento di deficit e debito. Perché́ l’ingrediente che muove i mercati, cioè̀ la fiducia, è difficile da conquistare ma facile da perdere.”

Le cose stanno esattamente al contrario. Gli investitori accorrono perché hanno già valutato positivamente le prospettive, in termini di rischio-rendimento, e ritengono che il sentiero di deficit e debito già disegnato dal governo (che non lo riduce significativamente) non sia un ostacolo. Anzi, comprano titoli nonostante il debito/PIL resterà inchiodato intorno al 139/140% nei prossimi anni.

A chi osserva – con una visione monoculare – solo il debito, va fatto notare che il debito pubblico è anche e soprattutto la contropartita del risparmio privato. E quest’ultimo esiste perché il settore pubblico registra un deficit. Le due cose si tengono. E si tengono bene, soprattutto quando il risparmiatore privato riceve un rendimento reale positivo e il debitore pubblico si regge su un’economia in crescita che genera entrate più che sufficienti per onorare il servizio di quel debito.

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