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Quanto costerà di interessi da pagare il Pnrr

Dai documenti del Mef emerge che i prestiti del Pnrr costeranno all’Italia 2,85 miliardi nel 2026 e oltre 3,4 miliardi nel 2027 e 2028. Tra strategia di debito decisa a Bruxelles e vincoli di spesa europei, si riapre il dibattito su convenienza economica e autonomia di bilancio. Prima parte dell'analisi di Giuseppe Liturri.

È dalla primavera del 2020 che su Startmag.it abbiamo cominciato a spiegare i costi del Pnrr e smentire la leggenda della “pioggia di miliardi” e quindi non possiamo che accogliere con soddisfazione i dettagli forniti qualche giorno fa dal quotidiano Milano Finanza. Che ci ha offerto un primo quadro a consuntivo di quanto avevamo agevolmente previsto, in quasi splendida solitudine, sin dalla genesi del Next Generation Ue.

Scavando nelle centinaia di pagine dello stato di previsione del Ministero dell’economia è emerso che gli interessi sui prestiti del PNRR ricevuti dall’Italia (circa 99 miliardi sui 123 ottenibili) frazionati nelle otto rate (oltre al prefinanziamento) finora incassate, ammontano per il 2026 a 2,85 miliardi. Per poi salire a 3,4 miliardi nel 2027 e nel 2028 e cominciare poi a scendere molto lentamente in relazione al piano di rimborso dei prestiti.

Si aprono così due fronti di analisi: quello della convenienza economica di tale operazione e quello dell’opportunità politica. Ed è difficile individuare quale dei due fronti sia stato più penalizzante per l’Italia.

Sotto il primo aspetto, abbiamo ricevuto la conferma che siamo completamente alla mercé delle scelte di emissione (quanto a tipologia di strumenti finanziari e loro scadenze) della Commissione, che poi presenta il conto degli interessi agli Stati membri, non senza caricarli di un “piccolo” contributo spese (nel 2026 3,5 milioni) per l’attività di intermediazione.

E quindi il Mef ogni 6 mesi deve adeguare le proprie previsioni di spesa per interessi su quei prestiti che, includendo anche altri strumenti come il Sure, oggi concorrono per 123 miliardi al debito pubblico complessivo di 3.095 miliardi.

Stronchiamo subito sul nascere un’obiezione: se l’Italia si fosse indebitata autonomamente sui mercati avrebbe pagato tassi più alti. Obiezione respinta perché avremmo dovuto e potuto indebitarci a lungo termine, evitando i successivi rialzi. Invece abbiamo rinunciato ad essere autonomi nella scelta delle scadenze e della strategia di indebitamento e abbiamo soltanto subito le scelte della Commissione che ha incredibilmente emesso titoli anche su scadenze molto brevi, rinnovandoli ripetutamente a scadenza.

Nel 2020 il rendimento medio all’emissione del Btp decennale e trentennale è stato pari rispettivamente al 1,28% e 2,31%. Chi e cosa avrebbe impedito al Mef di emettere titoli su tali scadenze, peraltro per importi del tutto compatibili con le normali emissioni medie mensili, ed evitare così l’impatto del rialzo dei tassi partito nell’estate 2022? Invece per noi ha deciso la Commissione ed ora ci ritroviamo a pagare il conto a piè di lista, che speriamo si sia fermato sui livelli da ultimo previsti dal Mef.

In qualsiasi azienda, il direttore finanziario autore di un simile errore di strategia e pianificazione sarebbe stato già accompagnato alla porta.  In materia di finanza pubblica, la Corte dei Conti dovrebbe aprire una riflessione su come l’Italia sia stata espropriata della facoltà di accesso autonomo ai mercati finanziari, subendo in toto gli effetti di una strategia di rischio di tasso, rivelatasi fallimentare, arbitrariamente scelta dalla Commissione per tutti i malcapitati debitori.

Inoltre, gli effetti nefasti di tale scelta non si fermano ai prestiti. Perché anche il debito contratto dalla Ue per erogare i sussidi (finora l’Italia ha incassato 54 su 71 miliardi previsti) sta generando interessi passivi di gran lunga superiori alle previsioni e si è resa necessaria una revisione del bilancio Ue 2021-2027 per tenere conto di questo aumento. Ancora meno gestibile è la situazione sul successivo periodo 2028-2034, per il quale si prevedono pagamenti annuali per 25-30 miliardi tra interessi, da coprire con tagli di altre spese o maggiori contributi degli Stati membri.

E veniamo quindi ai danni sul piano dell’opportunità politica. Con il PNRR si è concretizzato un vero esproprio della politica di bilancio del nostro Paese, le cui direttrici di spesa sono state decise a Bruxelles ma con costi comunque a carico del contribuente italiano. Dopo la perdita di sovranità monetaria, una consistente erosione della sovranità di bilancio. E non ci si venga a proporre la foglia di fico del PNRR comunque scritto da noi; perché il regolamento UE poneva tali e tanti paletti (percentuali minime su transizione green e digitale, aree di intervento, obiettivi) che l’autonomia riservata all’Italia è stata la stessa di chi sceglie solo il colore della tappezzeria in occasione di un totale ristrutturazione della casa. Con l’aggravante che l’Italia, per ristrutturare la casa come deciso a Bruxelles, ha compresso altre decisioni di spesa, che sarebbero magari state più allineate con l’interesse nazionale.

La pericolosità di tale manovra è stata ben evidenziata dalla Corte Costituzionale tedesca nel dicembre 2022, quando ha definito limiti molto stringenti per accettare il Next Generation UE. Esso è compatibile con la Legge Fondamentale solo perché eccezionale, temporaneo e, soprattutto, deve rispettare la responsabilità di bilancio del Bundestag che non può trasferire sovranità fiscale senza un adeguato controllo democratico.

Noi invece ci siamo ridotti ad approvare una lista della spesa quasi preconfezionata, dagli effetti molto limitati se non nulli sulla crescita, assumendoci la responsabilità del debito e, dulcis in fundo, subendo in pieno anche le scelte in tema di rischio tasso. Tanto a Bruxelles sapevano che non c’era bisogno di ingegnarsi tanto, perché comunque avremmo pagato noi.

Infatti, la Repubblica Italiana, a partire dal 13 agosto 2021, quando da Bruxelles è arrivato il primo bonifico per il prefinanziamento, ha stipulato 9 mutui per il Pnrr. Infatti, da allora, si sono susseguite altre otto erogazioni di importo variabile tra 14,4 e 6,9 miliardi. L’ultima, proprio a fine dicembre, di 9,7 miliardi ha concorso al totale parziale di 99 miliardi che con le prossime ultime due rate, arriverà alla somma complessiva di 122,6 miliardi, resi inizialmente disponibili dalla Commissione nel 2021. E parliamo solo di prestiti, a cui si aggiungono 54 miliardi di sussidi (su 71 previsti), il cui rimborso transita però dal bilancio Ue.

Il problema è che – come abbiamo evidenziato in precedenza – la spesa per interessi generata da questi prestiti ha sforato qualsiasi previsione e sta mettendo in difficoltà sia il bilancio Ue che quello italiano, gravato nel 2026 per 2,85 miliardi e 3,4 miliardi nel 2027 e 2028.

Infatti nel 2021, il tasso medio ponderato (escludendo i titoli a breve) all’emissione pagati dal Mef è stato pari allo 0,45%, di poco superiore a quello della Commissione; ma tale tasso – in conseguenza dei ripetuti rialzi attuati dalla Bce a partire dal luglio 2022 – è poi arrivato a sfiorare il 4% per l’Italia e il 3,4% per la Ue. Si tratta ovviamente di una media ponderata che tiene conto delle diverse scadenze superiori ai 12 mesi fino a 30 anni, ma che costituisce un punto di riferimento per confrontare il costo sostenuto all’emissione a Roma e a Bruxelles.

La Ue ci aggiunge poi dei costi per il servizio di gestione della liquidità e per le spese generali amministrative e ci presenta il costo della spesa. E lo ha sempre fatto per ciascuna delle otto rate incassate (oltre al prefinanziamento) inviando un semplice “avviso di conferma” (confirmation notice) al Mef, entro 20 giorni lavorativi antecedenti alla data di pagamento. In quel documento, che resta riservato, da Bruxelles viene comunicato l’importo del finanziamento, il relativo costo, la scadenza, il calendario del rimborso, il periodo di vigenza del tasso di interesse e le spese. Tutti elementi di cui al Mef sono all’oscuro fino a pochi giorni prima dell’erogazione e che dipendono, per la gran parte, dalle modalità con cui la Commissione fa provvista sui mercati finanziari.

Se già fino a questo punto la faccenda si presenta intricata, diventa un vero e proprio labirinto quando si tratta di determinare il tasso di interesse che la Ue applica agli Stati membri, direttamente dipendente dal tasso pagato sui mercati. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha recentemente parlato di tasso “di poco sopra il 3%” riferendosi presumibilmente alle rate incassate nel 2025. Ma il criterio di determinazione di quel costo è molto complesso ed è il risultato delle regole definite con la decisione di esecuzione 2024/1974 della Commissione del 12 luglio 2024. Un vero e proprio ginepraio – di cui vi risparmiamo i dettagli – finalizzato a collegare l’attività della Commissione sui mercati con i relativi costi di emissione e i momenti di erogazione delle diverse rate agli Stati membri.

Servono 18 articoli e quattro pagine di formule di matematica finanziaria per arrivare a un dato di costo del finanziamento attribuito a ciascun comparto temporale di emissione (in genere coincidente con un semestre) e presentare il conto al Mef che ogni volta, recepisce il tutto con un decreto ministeriale di accertamento.

Ma la catena che ci tiene legati alle scelte di Bruxelles è destinata a durare fino al 2058, perché su ciascuno di quei mutui si pagano solo interessi per i primi dieci anni, e il rimborso dei capitale avviene poi in rate costanti nei 20 anni successivi.

Il tutto è caratterizzato da una sconcertante assenza di trasparenza, a differenza di quanto accade con il costo di finanziamento con i titoli pubblici, per i quali è sufficiente consultare il sito del Tesoro per conoscere immediatamente i tassi di ciascuna emissione e i tassi medi di emissione per ciascun anno.

Diventa così irrilevante il minor tasso di interesse (qualche decina di punti base) che in tutti questi anni i titoli Ue hanno pagato rispetto a quelli italiani. È infatti normale che un mutuo chirografario (il debito pubblico italiano) costi un po’ di più di uno ipotecario (il debito UE).

Infatti quest’ultimo è assistito da condizioni così gravose – in primis il rispetto dei vincoli del Patto di Stabilità, dannosi per la crescita, oltre ad essere di fatto privilegiato nel rimborso – il cui costo super agevolmente l’apparente risparmio.

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