Economia

Quando Guido Roberto Vitale sballottava Confindustria, Rcs e Mediobanca

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“Dalla Confindustria non è mai arrivato del modernismo, la Confindustria andrebbe chiusa”. È quanto tra l’altro diceva il 29 giugno 2013 il manager e banchiere d’affari Guido Roberto Vitale al quotidiano Il Foglio intervistato da Marco Valerio Lo Prete, ora al Tg1. Vitale è morto ieri a 81 anni. Fondatore e presidente della Vitale&Co, vantava una lunghissima carriera nel mondo della finanza. Laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino, nei primi anni ’70 è stato fondatore di Euromobiliare, di cui è stato amministratore delegato sino al 1991. Nel 1992 è stato fondatore della società di consulenza finanziaria Vitale Borghesi & C, acquisita nel 1998 da Lazard. Della banca d’affari americana è stato presidente per l’Italia dal 1997 al 2001 e presidente di Rcs Media Group dal 2003 al 2005. Ecco un estratto dell’intervista

Guido Roberto Vitale dal 1997 al 2001 è stato presidente di Lazard Italia, cioè ai vertici di una decisiva camera di compensazione del capitalismo franco-italiano, e in generale ha seguito da vicino innumerevoli partite finanziarie. Se il 90 per cento dei nostri problemi di oggi è di origine domestica, la colpa non è soltanto della politica, come sembrerebbe dalle sempre più rumorose prese di posizione della Confindustria: “Gli industriali infatti dovrebbero essere classe dirigente del paese, cioè esprimere anche forze politiche, invece che succhiare il succhiabile”. Dove il “succhiabile” sono finanziamenti pubblici e favori corporativi che piacciono a tanti, “tranne che a pochissimi”.

CONFINDUSTRIA? DA CHIUDERE

Al punto che per Vitale, visto che “dalla Confindustria non è mai arrivato del modernismo, la Confindustria andrebbe chiusa. Sarebbe sufficiente avere al suo posto un centro studi di 50 persone, e basta. Gli imprenditori diventino classe dirigente, individualmente”.

IL SISTEMA FINANZIARIO

Anche il sistema finanziario italiano, però, è stato un fattore di freno della crescita, tra penalizzazione dell’azionariato diffuso, esaltazione del controllo famigliare delle aziende, patti di sindacato e scatole cinesi: “Non possiamo dare la colpa del mancato sviluppo di oggi all’occupazione dei Borboni e degli austriaci”.

NATURA E FINI DI DC E PCI

Suona come un’autodifesa: “No. E’ indubbio che i fattori culturali abbiano pesato e molto. Fino alla fine degli anni 70 i due partiti principali erano Dc e Pci. Per il primo il profitto era un peccato, per il secondo un furto. Il messaggio implicito per chi faceva soldi era ‘arricchitevi ma non fatelo vedere’”. Così si spiega l’accondiscendenza con i patrimoni fuori bilancio e le aziende sempre carenti sul fronte degli investimenti. “Oggi però questo non conta più. Ci sono fior di imprenditori arrivati a un livello di ricchezza tale da poter esprimersi con tranquillità e seguire appunto la propria coscienza civile”.

RCS E DINTORNI

“La crisi del Corriere è una crisi di capitali e una crisi di cultura – dice l’ex presidente di Rcs – Il patto di sindacato ha sempre pensato di poter controllare il giornale con pochi soldi. Gli errori di gestione compiuti, assieme alla crisi globale, hanno lasciato però in braghe di tela i membri dello stesso patto. E’ finita l’epoca delle nozze con i fichi secchi. Certo, nel patto ci sono ancora dei resistenti. Adesso però, il fatto che Fiat sia al 20 per cento può voler dire che il Lingotto ha un progetto che va oltre Rcs”.

CAPITOLO MEDIOBANCA

Insomma, il settore della finanza ha fatto passi in avanti rispetto a quegli intrecci paralizzanti che furono, sicuramente più dei colleghi imprenditori, ma non ancora abbastanza: “Mediobanca ha preso una decisione storica annunciando l’uscita dalle partecipazioni nel cosiddetto ‘salotto buono’. Ma lo ha fatto con dieci anni di ritardo, sulla scorta di una crisi gravissima. Anche il Corriere ha iniziato a muoversi soltanto quando era vicino al capolinea”.

(estratto dell’intervista pubblicata il 19 giugno 2013 sul Foglio; qui la versione integrale)

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