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Qual è lo stato di salute del credito in Italia? Paper

Percettori Di Pensioni

Che cosa emerge dal paper “Il sistema bancario in Italia… oltre il pollo a testa di Trilussa” di Daniela Venanzi, ordinario di Finanza aziendale all’Università degli Studi Roma Tre. L’articolo di Emanuela Rossi

Tenere in debita considerazione la varietà del sistema bancario italiano, non abbassare la guardia sul rischio di credito, difendere il modello sostenibile delle banche cooperative: questi i “consigli” a politici e supervisori che arrivano da “economia e politica”, rivista online di critica della politica economica diretta dal professor Riccardo Realfonzo dell’Università del Sannio. Nel paper “Il sistema bancario in Italia… oltre il pollo a testa di Trilussa” di Daniela Venanzi, ordinario di Finanza aziendale all’Università degli Studi Roma Tre, si fa una disamina dello stato di salute del sistema del credito nel nostro Paese partendo dal rischio di credito.

Nell’ultima Relazione annuale di Bankitalia si rileva che dal 2015 la consistenza dei crediti deteriorati è in calo con il rapporto fra Npl e prestiti netti che nel 2021 si è attestato in media all’1,7%; per le banche significative italiane il valore dell’indicatore appare in linea con gli intermediari soggetti alla vigilanza diretta della Bce (1,4% contro 1,2%).

C’è poi un recente focus redatto dall’area studi di Mediobanca sul sistema bancario italiano nel 2020 da cui si evince che su 330 istituti che esercitano credito ordinario solo 175 sono virtuosi cioè non presentano aspetti di criticità e i restanti 155 hanno almeno un indicatore oltre le soglie definite critiche.

L’ANALISI PER CLUSTER

Secondo la studiosa, però, è utile fornire un quadro più disaggregato del sistema bancario italiano che distingua le code della distribuzione sia dal punto di vista del rischio di credito sia dei fondamentali economico-finanziari. Per questo nel paper viene presentata una cluster analysis a partire dai dati forniti da Piazzetta Cuccia e relativi ai bilanci 2020 di 301 banche commerciali che operano nel nostro Paese con attivo tangibile oltre i 50 milioni di euro, incluse le filiali di gruppi esteri. Sono esclusi, invece, gli istituti di credito mobiliare e quelli di gestione del risparmio. L’obiettivo è quello di identificare i cluster di rischio.

GLI INDICATORI

Sette gli indicatori considerati per misurare il rischio di credito: il rapporto fra crediti deteriorati e impieghi; il peso delle sofferenze; il peso delle inadempienze probabili; il texas ratio misurato come rapporto tra il valore presunto dei crediti deteriorati e la porzione di qualità primaria del capitale proprio delle banche; la leva, misurata come rapporto tra attivo netto tangibile e patrimonio netto tangibile; infine due indicatori che misurano la quota di crediti netti garantiti, cioè coperti da garanzia, che può essere totale o parziale.

CARATTERISTICHE DEI CLUSTER

Nel primo raggruppamento sono comprese 34 banche – di cui un quarto si trovano nei primi 17 posti della graduatoria italiana (tra cui Intesa Sanpaolo e Unicredit) – con incidenza di Npl su impieghi lordi del 3,7% e texas ratio pari a circa il 20%.

Nel secondo cluster troviamo invece 88 banche, quasi tutte cooperative, di cui tre quarti situate nel nord est. Si tratta di istituti di minore dimensione e con profilo tra i più omogenei di tutto il campione, rischio più contenuto, incidenza Npl lordi del 3,8% e texas ratio al 14,3%.

Nel terzo ci sono 98 banche, la composizione media è simile a quella del campione totale ma c’è maggiore incidenza delle popolari (78 sono banche cooperative). Le banche in questione presentano un certo grado di rischio (incidenza Npl lordi oltre il 5% e texas ratio al 28%, il più elevato dopo il cluster 5). Anche la produttività è la più bassa dopo il cluster 5.

Nel quarto raggruppamento sono riunite 42 banche con profilo di rischio e dimensione media ridotta simile a quelle del cluster 2 ma leggermente più rischiose in termini di maggiore peso delle sofferenze sugli Npl. Le cooperative presenti sono per il 60% localizzate nel Mezzogiorno e nelle isole.

Infine c’è l’ultimo gruppo che comprende le 37 banche più rischiose, con Npl lordi che pesano per il 6,6% sugli impieghi, texas ratio in media pari al 60% e che in un quarto delle banche supera il 71%. La produttività media è fra le più basse e i risultati sono insoddisfacenti. Ne fanno parte Montepaschi, Banca Cambiano, Cassa di Ravenna e due popolari tra cui Banco Bpm. Le 30 banche cooperative incluse sono per metà localizzate al centro.

Come si capisce da questi elementi, quelle dei quest’ultimo cluster sono le banche problematiche con valori di rischio di credito elevato e performance scadente. Le banche dei cluster 2 (banche solide) e 4 sono quelle meno rischiose con le prime che vantano maggiore efficienza operativa, migliore patrimonializzazione e una maggiore focalizzazione sull’attività di intermediazione creditizia. Quelle del cluster 4 sono invece più diversificate e meno efficienti ma con redditività maggiore. Le banche del cluster 1 (a rischio contenuto e mediamente performanti) hanno un maggior grado di diversificazione, sono molto variegate dimensionalmente, presentano un rischio contenuto e una discreta redditività/efficienza operativa. Infine, gli istituti del cluster 5 mostrano un certo grado di rischio e una discreta incidenza degli Npl sugli impieghi. In questo caso la redditività del business è più legata ai rischi assunti che non all’efficienza operativa (si tratta di banche potenzialmente problematiche).

IL QUADRO CHE NE EMERGE

Dal paper di Venanzi esce fuori un quadro “solo in parte tranquillizzante”: 37 banche presentano ancora un rischio di credito elevato, bassa patrimonializzazione e un modello di business che non genera redditività; altre 98 banche hanno un rischio di credito discreto e scarsa efficienza operativa. Gli istituti con rischio di credito ridotto sono 120, cioè il 40% del campione ma con attivo gestito pari soltanto al 5,8% del sistema. Solo le 34 banche del cluster 1 hanno rischio limitato.

Insomma, le banche commerciali oggetto del paper – che, ricordiamo, hanno attivo maggiore di 50 milioni di euro per un attivo complessivo di 3.152 miliardi – hanno un’incidenza media degli Npl sugli impieghi pari al 4,74% livello più elevato del 40% del dato medio riportato da Bankitalia.

E ancora: le sofferenze sono in media il 45% degli Npl e gli Utp il 52%; il texas ratio in media del 25% ma molto variabile a seconda dei diversi cluster; la redditività è ridotta anche per gli istituti con migliore performance; l’efficienza operativa è limitata visto che il cost income è in media del 79% ovvero è vicino all’80%, considerata soglia critica.

Inoltre, nel tirare le fila del discorso, si rileva che 135 banche – quelle problematiche -, ossia il 45% del totale, mostrano un rischio elevato o comunque discreto, accompagnato da redditività scadente e da scarsa efficienza operativa e produttività. Si nota poi che, sebbene la dimensione degli istituti “non abbia effetto univoco su rischio e performance”, però i cluster 2 e 4 – ovvero quelli composti da banche più piccole e di taglia simile – sono quelli con rischio minore.  Ad influenzare, almeno in parte, il modello di business sembra invece essere la categoria visto che i cluster con maggiore presenza di banche cooperative mostrano minore diversificazione e più efficienza operativa, redditività media discreta. A condizionare il profilo di rischio e di performance è di sicuro la localizzazione geografica, almeno per quanto riguarda le banche cooperative: le meno rischiose sono perlopiù localizzate al nord-est, quelle più rischiose al centro-sud.

La raccomandazione, insomma, è quella di evitare l’illusione del “dato medio” e la semplificazione del “one size fits all”. Dunque, riprendendo il titolo del paper, il pensiero va al sonetto di Trilussa: “Me spiego: da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due”.

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