Economia

Che cosa ha combinato Bankitalia sulla Popolare di Bari? L’approfondimento di Pavesi (ex Sole 24 Ore)

di

Bankitalia

Davvero la Banca d’Italia non poteva e doveva commissariare la Popolare di Bari già anni fa?. L’analisi di Fabio Pavesi, giornalista esperto di finanza già al Sole 24 Ore

 

Ma davvero Banca d’Italia, come asserito nella lunga intervista del Governatore Ignazio Visco al Corriere della Sera, non ha niente da farsi perdonare nell’ennesimo crac bancario, quello della Popolare di Bari?

La controffensiva mediatica di Visco non lascia spazio a dubbi di sorta. La Vigilanza ha tenuto costantemente monitorata la banca pugliese in questi lunghi anni, la Banca d’Italia può solo dettare le regole alle aziende bancarie, non può sostituirsi d’imperio all’autonomia gestionale dei vertici delle banche; e il commissariamento è potuto avvenire solo quando la Bari aveva perduto i requisiti patrimoniali.

Davvero le cose stanno così? A guardare i numeri e a sfogliare la dinamica dei conti della banca pare proprio di no. A partire da una serie di passi falsi dell’Authority che non avrebbe fermato per tempo la disastrosa e opaca gestione della famiglia Jacobini. Un primo indizio della miopia o meglio dell’inerzia decisionale di Via Nazionale lo fornisce proprio l’attività dei suoi stessi ispettori.

Nel verbale, divulgato dall’Ansa, dell’ispezione chiusasi a novembre del 2016 emerge più di segnale della irreversibilità della crisi. Eccolo. Sulla rischiosità del credito, gli ispettori di Via Nazionale annotano un particolare inquietante che avrebbe dovuto allertare e spingere a provvedimenti il Direttorio di Via Nazionale. Ebbene su un campione di 383 rapporti di credito per un controvalore piccolo di soli 165 milioni di euro il team ispettivo scopre errori nel quantificare il rischio per il 20% del campione con punte fino al 30% per i crediti garantiti da immobili.

Tradotto dal linguaggio burocratico della Vigilanza bancaria significa che almeno per un quinto del portafoglio esaminato i crediti erano mal classificati. I prestiti erano con ogni probabilità, come vedremo, considerati in bonis quando erano in realtà sofferenze e incagli. Un errore non da poco, vuol dire mascherare la qualità del credito e quindi del rischio per la banca. Quel 20% applicato ai 10 miliardi del portafoglio impieghi della banca vuol dire che 2 miliardi di euro di prestiti erano appostati nella casella sbagliata. Classificati doverosamente avrebbero con ogni probabilità alzato il peso della già alte sofferenze della banca.

Va ricordato, e lo ricorda la stessa Banca d’Italia nel suo documento di approfondimento sulla Bari pubblicato sul sito il lunedì post commissariamento,  che nel 2016 la Bari aveva al netto dell’errore rilevato dagli ispettori già superato abbondantemente il livello di guardia nel rischio creditizio. Il rapporto tra i cosiddetti Npl (sofferenze, incagli e prestiti ristrutturati) e il totale di prestiti viaggiava al 26,8%. Un livello che connotava le varie Mps; Carige; Vicenza e Veneto banca  a ridosso dei loro crac.

Un livello insostenibile già nel 2016. Se poi come rivelato dagli ispettori la banca tendeva a sottostimarne il peso, tenendo in bonis crediti malati per una percentuale del 20% si può supporre che il livello fosse addirittura più alto.  E qui le valutazioni tecniche della squadra ispettiva non si sono tramutate in decisione operative del Direttorio a fronteggiare una gestione così poco accorta del credito.

E poi balza agli occhi un altro scivolone dell’Authority. Il salvataggio di Tercas, che ha portato in pancia al gruppo gestito dagli Jacobini un altro pacco consistente di crediti malati, ha finito per divenire la morte del salvatore Bari.

Quando metti insieme due malati uno più dell’altro nel caso di Tercas, non puoi aspettarti che ne esca fuori uno sano. Di solito avviene il contrario. La nuova creatura si inabissa. Basta veder come con l’acquisizione di Tercas sia peggiorato il già critico profilo di rischio della Bari. La stessa Banca d’Italia nel suo documento di auto-assoluzione sulla Bari ce lo mostra.

In modo inoppugnabile. I crediti malati, nel 2013, della sola Bari erano al 18% degli impieghi, un livello già da semaforo rosso. Ebbene nel 2014, con l’acquisizione della malandatissima Tercas, il rapporto schizza al 24,5%. Una zavorra che legherà per sempre la Bari al suo destino di inabissamento rapido. Banca d’Italia ha tra le sue missioni statutarie la stabilità del sistema. Verrebbe da dire costi quel che costi. La Tercas in amministrazione straordinaria  dalla primavera del 2012 non poteva rimanere permanentemente sotto gestione commissariale. Andava trovato un compratore pena un’eventuale liquidazione. Un salvatore era necessario a qualsiasi costo. E così il pacco Tercas finisce a Bari mettendo la pietra al collo alla banca pugliese. Tanto poi ci avrebbero pensato gli azionisti e i risparmiatori della Popolare barese a mettere il denaro per sorreggere patrimonialmente la nuova entità.

Bari dovrà infatti fare subito dopo l’acquisizione di Tercas due aumenti di capitale tra il 2014 e il 2015 per 550 milioni tra azioni e bond subordinati piazzati ai clienti soci della banca a prezzi del tutto fuori mercato. Lo sa la Consob e non può non saperlo Banca d’Italia  che offrire titoli a 9 euro vuol dire valorizzare la Bari oltre una volta il suo capitale netto. In una fase i cui le migliori banche italiane quotate venivano valutate la metà se non meno del proprio patrimonio. Azioni gonfiate per raccogliere il capitale necessario a fronteggiare l’onere delle nozze con il cerino passato di mano ai soci clienti che hanno comprato azioni e bond  a prezzi irrealistici e destinati solo a perdere valore. Se Tercas è stata la pietra tombale di Bari la gestione Jacobini ci ha messo molto del suo ovviamente. Gestione del credito allegra e sottostima del peso dei crediti malati costante, tale da evitar di far emergere perdite.

Anche qui basta vedere i tassi di copertura degli Npl. La stessa Banca d’Italia in una tabella ci dice che l’anno prima dell’acquisto di Tercas la Bari faceva rettifiche solo al 39,9% dei crediti deteriorati. E mentre le sofferenze erano coperte al 60% gli incagli che per Bari valevano in quel 2013 ben 440 milioni erano svalutate solo al 20%. Un livello basso che permetteva di evitare di far emergere perdite. E del resto basta vedere come la Bari svalutava anno su anno i suoi crediti malati che, fin dal 2013 pre era Tercas pesavano per il 18% sull’intero portafoglio.

Nel 2013 Bari svaluta crediti malati per solo 74 milioni. Il livello dei crediti malati quell’anno supera il miliardo. Nel 2014 rettifiche per 100 milioni con i crediti malati lordi saliti a 1,2 miliardi. Occorre aspettare il 2015 per trovare un colpo di ramazza. C’è da metabolizzare l’apporto malsano di Tercas. Il colpo di forbice è di 246 milioni su crediti malati lordi saliti ancora a quota 1,4 miliardi. Poi si torna a rettificare il minimo sindacale. Solo 81 milioni nel 2016 e solo 66 milioni nel 2017. In quell’anno intanto il fardello dei crediti malati lordi tocca quota 2,3 miliardi. Siamo a livello di un quarto dell’intero portafoglio, il livello che avevano tutte le banche che hanno fatto crac da lì a pochi mesi.

Come faceva Bankitalia a non accorgersi che la politica dei bassi accantonamenti serviva solo a imbellettare il bilancio evitando di mostrare la cenere sotto il fuoco, cioè le perdite reali che di fatto erano occultate dalle magre svalutazioni? Se Bari avesse proceduto a pulire i bilanci correttamente negli anni passati il grande buco da oltre 400 milioni realizzato nel 2018 e che ha portato a sforare al ribasso i requisiti patrimoniali si sarebbe palesato ben prima forse già dal 2016. E qui che Bankitalia si è dimostrata quanto meno attendista se non cieca.

Il commissariamento per perdite (quelle mascherate dai bassi tassi di copertura) sarebbe arrivato ben prima di quanto avvenuto. Del resto occorre tornare al verbale degli ispettori del lontano 2016 che recitava oltre a quell’errore marchiano nel classificare il rischio credito. “Si riscontrano profili di debolezza nel gestire i crediti che non rientravano e una gestione improntata alla tolleranza. Inoltre proseguono: “per alcune sofferenze ai fini dell’attualizzazione è stato utilizzato in luogo del tasso originario l’ultimo applicato, di solito inferiore, così generando una sottostima della rettifica. E ancora “per valutare gli immobili a garanzia non sono definiti i criteri e le metodologie per le stime affidate a soggetti esterni e per numerose posizioni esaminate riferibili a Tercas e a Caripe le perizie degli immobili a garanzia non erano aggiornate”.

Un duro atto d’accusa alla gestione opaca dei vertici della banca più che sufficiente a commissariare per malagestione la Bari. Un rapporto pesante che deve essere rimasto chiuso in un cassetto tutto questo tempo. E che diffuso ora più che un alibi a Bankitalia, diventa un atto d’accusa sull’inerzia e l’immobilismo dell’istituzione. Del resto forse non era “politicamente corretto” commissariare il salvatore di Tercas solo poco tempo dopo il sacrificio chiesto agli Jacobini. Ma questa è solo una congettura.

 

Articolo pubblicato su affaritaliani.it

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