Economia

Popolare Bari, Consob scortica Deloitte su Aviva

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Che cosa si legge nelle carte dell’inchiesta della Procura sull’operazione della Popolare di Bari con il gruppo assicurativo Aviva. La due diligence di Deloitte criticata dalla Consob e non solo

Non solo l’arresto degli ex vertici di Banca Popolare di Bari, primi fra tutti Marco e Luigi Jacobini, e l’interdizione dell’ex amministratore delegato Vincenzo De Bustis. L’inchiesta della Procura del capoluogo pugliese dà come risultato un quadro molto poco edificante del sistema di gestione dell’istituto di credito che nelle carte dei magistrati viene definito “illecito”. Andando poi a scartabellare nei documenti del Nucleo di polizia economica-finanziaria della Guardia di finanza si trovano elementi interessanti su alcune operazioni avvenute negli ultimi anni.

L’OPERAZIONE

Ad esempio, l’accordo con Aviva, leader delle assicurazioni nel Regno Unito, che risale a gennaio 2016: la compagnia britannica – come ricorda il Sole 24 Ore – si era impegnata a comprare sul mercato secondario – attraverso il mercato interno della banca – le azioni dei soci di Popolare di Bari a un prezzo di 9,53 euro l’una, per un valore complessivo di 50 milioni di euro. Circa 15 giorni dopo – il 28 ottobre – era avvenuta la rinegoziazione dell’accordo che prevedeva un calo del prezzo ad azione da 9,53 a 7,50 euro. Nel frattempo Aviva aveva dato il via libera all’acquisto delle azioni dei soci e al rifinanziamento della banca che aveva pure deciso un altro aumento di capitale. In tal modo nelle case della Popolare di Bari sono entrati 27 milioni, oltre la metà dei 50 milioni frutto dell’operazione mentre i soci non hanno recuperato granché.

A rileggere i commenti dell’epoca viene da sorridere. La partnership, come riferiva una nota di Aviva, prevedeva “il collocamento di prodotti vita – risparmio, investimento e previdenza – e alcuni prodotti danni, in tutte le filiali della Banca Popolare di Bari e delle sue controllate, nel rispetto della compatibilità con gli accordi distributivi in essere”.

Per Aviva, si leggeva ancora nel comunicato, si trattava “di un ulteriore consolidamento nella distribuzione: grazie a questa collaborazione” e che poneva il gruppo “al fianco di un istituto di credito fortemente radicato sul territorio mettendo a fattor comune l’esperienza e i valori di anni a servizio di famiglie e imprese”. Secondo Patrick Dixneuf, all’epoca ceo di Aviva in Italia e oggi alla guida dell’intero business europeo, una nuova partnership che rafforzava “ulteriormente la presenza a lungo termine in Italia”. Inoltre la scelta di distribuire soluzioni vita e danni era “in linea con la strategia ‘True Customer Composite’ con il cliente e le sue esigenze al cuore del nostro business. Una nuova occasione, dunque, per arricchire ulteriormente la nostra offerta e garantire ancora una volta la nostra capillarità sul territorio”.

Contento Marco Jacobini, allora presidente della Banca Popolare di Bari, secondo cui l’accordo confermava la volontà dell’istituto di credito “di scegliere partner d’eccellenza che siano in grado di offrire ai nostri Soci e ai nostri Clienti prodotti di elevata qualità, competitivi e in grado di rispondere ad ogni singola esigenza”. La partnership con Aviva avrebbe consentito ai clienti della banca pugliese “di poter scegliere una vasta gamma di ‘soluzioni’ di bancassicurazione che spaziano dal ramo vita a quello danni”.

IL RUOLO DI DELOITTE

In tutto questo occorre parlare anche delle consulenze effettuate riguardo all’operazione Aviva-Popolare di Bari: quella del professor Enrico Laghi e quella di Deloitte. Laghi, tra l’altro ex commissario di Alitalia, aveva fissato una forchetta per il valore di recesso attraverso un parere poi confermato con una due diligence curata dagli advisor di Deloitte. Entrambi i documenti sono stati acquisiti dalla Procura di Bari nell’ambito di un dei fascicoli di inchiesta sulle attività della Popolare di Bari.

Secondo i calcoli di Deloitte, fissare il recesso fra 5,82 e 7,71 euro per azione equivaleva a valutare il patrimonio della banca tra 943 milioni e 1,249 miliardi. “Vista così – scriveva a fine novembre 2016 Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore – la Popolare di Bari vale per i consulenti che hanno svolto la perizia e per il Cda della banca più del suo capitale. Forse la realtà direbbe che è una valutazione più che ottimistica dato che la prima banca italiana per solidità e redditività, cioè Intesa Sanpaolo, non riesce a essere valutata dal mercato più dell’80% del suo capitale. Cifra analoga per il Credem, la banca che ha in assoluto le minori sofferenze a bilancio in Italia, che non raggiunge sul mercato il valore del suo intero patrimonio. Nessuna banca quotata italiana vale più del suo patrimonio. Bari evidentemente per i suoi amministratori fa eccezione. Eccezione giustificata dagli ottimi risultati di bilancio? Non pare proprio”.

Insomma, il board di Bari aveva scelto di posizionarsi all’estremità superiore della forchetta grazie all’operazione Aviva con valori secondo la Banca d’Italia “significativamente superiori” a quelli di “titoli comparabili”.

LE CRITICHE DELLA CONSOB

Come riferisce il quotidiano confindustriale, dalle carte dell’inchiesta emerge anche il ruolo importante di Deloitte nell’operazione rivelatasi poi positiva solo per le casse della governance della banca. Durante l’inchiesta, peraltro, è stato ascoltato il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, che con i procuratori ha parlato di un inedito “metodo misto” riguardo al metodo usato da Deloitte per ottenere il prezzo. “‘Ci sono due metodi (dividend discount model e transazioni comparabili, ndr) – ha detto Apponi secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore – , loro scelgono di prendere un pezzo del primo e un pezzo del secondo, non si capisce perché… fanno una sintesi, ma totalmente scorretta tecnicamente’”.

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