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Ipotesi perequazione pensioni 2023 e 2024: una patrimoniale di fatto

Perequazione

Pensioni: osservazioni critiche e documentali sul ddl Bilancio 2023. L’intervento di Carlo Sizia, Stefano Biasioli e Michele Poerio di Confedir e di Federspev

 

Il disegno di legge finanziaria in elaborazione prevede un forte “taglio” sulla rivalutazione delle pensioni oltre i 2.102 €/mese lordi (4 volte il minimo INPS), in particolare sulle pensioni oltre 5.253 €/mese (10 volte il minimo INPS di 525,38 €).

E così solo per le pensioni fino a 4 volte il minimo anzidetto (2.102 € lordi/mese) la rivalutazione 2023 sarebbe del 100% (che, secondo le valutazioni provvisorie dell’ISTAT e recepite previsionalmente dal Mef, equivarrebbe al +7,3%), mentre per le pensioni di importo tra 2.102 e 2.627 € (da 4 a 5 volte il minimo) la rivalutazione scende all’80% sull’intera misura della pensione, cioè + 5,84%; per quelle tra 2.627 e 3.152 € (da 5 a 6 volte il minimo) la rivalutazione scende al  55%, cioè + 4,01%; per quelle tra 3.152 e 4.203 (da 6 a 8 volte il minimo) la rivalutazione si ferma al 50%, cioè a + 3,65% ; per quelle tra  4.203 a 5.253 € (da 8 a 10 volte il minimo) la rivalutazione scende al 40%, cioè al + 2,92%; infine per la sesta fascia di pensione (quella oltre 5.253 € lorde, cioè oltre 10 volte il minimo INPS) la rivalutazione si ferma al 35%, cioè a + 2,55%.

Questo sistema di perequazione è nettamente peggiorativo rispetto al meccanismo consolidato di cui alla legge 388/2000 (ripristinato dal Governo Draghi per il 2022) e riprende, invece, il criterio della legge 147/2013 (Governo Letta), infatti l’incremento avviene (ed in misura percentualmente decrescente) sulla base dell’intero importo della pensione goduta, anziché  in misura distinta (a scaglioni, cioè) per i diversi importi di una singola pensione, garantendo almeno la rivalutazione piena di una quota-parte della stessa.

Anche ammesso (e non concesso) che avesse una logica passare dallo scaglionamento della rivalutazione attuale da tre percentuali (100%, 90%,75% rispettivamente per le pensioni fino a 4 volte il minimo, tra 4 e 5 volte il minimo ed oltre le 5 volte) alle 6 prossime fasce di reddito previdenziale con unico e crescente abbattimento percentuale sull’intero importo, ciò ha determinato il paradosso che, ad esempio, per le pensioni oltre le 10 volte il minimo, la rivalutazione per il prossimo biennio si fermerebbe al 2,55 % rispetto agli indici accertati di svalutazione, mentre con gli scaglionamenti percentuali distinti in 3, oppure 6 classi percentuali, avrebbe consentito almeno il recupero da circa il 4 al 6%, a seconda dell’articolazione in 6 oppure 3 classi e della misura della propria pensione, rispetto al 7,3% previsto  solo per le pensioni fino a 4 volte il minimo.

Ma che senso ha garantire una perequazione (che dovrebbe assicurare la sostanziale invarianza del potere d’acquisto del proprio reddito previdenziale) quando si assicura nel 2023, con almeno un anno di ritardo, il ricupero, per le pensioni oltre le 10 volte il minimo INPS, del 35% della svalutazione registrata (+2,55% rispetto al 7,3%), con l’aggravante che il provvedimento che critichiamo vale per il biennio 2023 e 2024, cioé in un periodo di alta svalutazione, addirittura a due cifre negli ultimi mesi del 2022, a conferma della sottostima del +7,3  del recupero oggi previsto, salvo conguaglio a inizio 2024?

E che dire del fatto, ad esempio, che i titolari di pensioni tra 4 e 5 volte il minimo, rispetto ai colleghi tra 5 e 6 volte il minimo, in virtù dei cervellotici criteri di rivalutazione in esame (che contestiamo), che fissano per loro quasi il 2% di rivalutazione in più, si troveranno alla fine del prossimo biennio verosimilmente con una pensione maggiore rispetto a chi, nella vita lavorativa, ha avuto retribuzioni, contribuzioni, responsabilità e meriti maggiori? Che ne è del principio, più volte ribadito dalla Corte, che la pensione non è che retribuzione differita e che la retribuzione esige proporzionalità rispetto a qualità e quantità di lavoro?

Alla fine del 2024 (se le ipotesi di rivalutazione delle pensioni medio-alte saranno confermate) potremo dire con certezza che negli ultimi 17 anni (2008-2024) tali pensioni non sono state rivalutate, o fortemente sotto rivalutate, in 13 degli anzidetti anni (76,47% del periodo): questo accanimento dei legislatori ha fatto del ceto medio, e delle classi dirigenti, delle categorie discriminate sotto il profilo della rivalutazione previdenziale, senza alcun riguardo agli avvertimenti della Corte circa la reiterazione di provvedimenti di sospetta illegittimità. Ed alla Corte dovremo nuovamente adire, malauguratamente, se non si porrà rimedio.

Riteniamo naturalmente legittimo che si possa mirare all’aumento delle pensioni minime, anche oltre il 7,3%, ma le risorse debbono derivare dalla fiscalità generale, non dai  tagli delle rivalutazione delle pensioni medio-alte: in questo caso si tratterebbe di una patrimoniale di fatto sulle pensioni, senza nemmeno le garanzie della generalità del prelievo tributario e della proporzionalità dello stesso, con evidenti distonie tra diritti acquisiti veri e consolidati e diritti  virtuali, presunti, promessi. Peraltro dai saldi di bilancio, ancora in fase di aggiustamento, non risulta alcuna osmosi tra tagli delle pensioni medio-alte e pensioni minime da incrementare, anche a fronte di lavoro dubbio, o comunque di inadeguata contribuzione.

Infine, sul piano strettamente politico, è possibile che gli esponenti del Governo Meloni non si rendano conto che i titolari di trattamenti previdenziali medio-alti:

  • appartengono alla categoria di contribuenti che contribuiscono in misura largamente maggioritaria al gettito IRPEF, e gran parte degli incrementi concessi tornerà al Fisco?;
  • non usufruiscono di “sconti in bolletta”, o altre regalie o riguardi?;
  • non sono toccati, ordinariamente, dai tagli al “cuneo fiscale” o da altre forme di decontribuzione?;
  • pagano sovente di tasca propria le prestazioni sanitarie, anche quelle che dovrebbero essere pubbliche e gratuite?;
  • sono proprio i loro elettori tradizionalmente più fedeli, che oggi vengono così ripagati?;
  • non credono più alla “foglia di fico” della “solidarietà”, dietro cui si nascondono i politici, visto che si tratta di coercizione imposta e ripetuta?;
  • sanno di essere “soggetti fragili per definizione”: per ragione di età (ultra 70 od 80enni); per pluripatologie; per invalidità; per dover supportare un sistema di welfare, spesso insufficiente, a favore di figli e nipoti, ecc., ecc.?;
  • non riescono a credere, infine, che si potesse fare di peggio del Governo Letta (2013), che il taglio alle rivalutazioni delle pensioni medio-alte (oltre 9 volte il minimo) aveva limitato al — 40% (anziché al  – 35%), da parte di un Governo di Centro-destra, mentre l’attacco al ceto medio ed alle categorie dirigenti è abituale (o era?) da parte dell’ideologia catto-comunista secondo cui anche i ricchi, pardon “meno poveri”, devono piangere (ricordate Bertinotti)?. Ma almeno, ai tempi di Letta, la svalutazione era meno alta e le discriminazioni meno laceranti.

Ripensateci quindi, Governo e Parlamento, perché il consenso è facile da acquisire (con richiami alla coerenza, alla valorizzazione del merito, alle promesse di cambiamento) ma altrettanto facile da perdere quando le promesse diventano disillusioni ed i fatti non confermano le parole. Chiedete ai Vostri Colleghi che hanno già avviato tale percorso a ritroso, certo poco glorioso!

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