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Perché vedo più luci che ombre nel futuro dell’economia italiana

Programma Gualtieri

Come andrà l’economia italiana? L’analisi di Gianfranco Polillo

 

C’é una nuova lettera che, con il suo simbolismo, turba il sonno degli economisti di mezzo mondo: il “K”. Che non significa “crisi”, da Krisis, in tedesco. Né riflette il libro di Massimo Cacciari (Krisis, Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein) che a metà degli anni ‘70 alimentò una grande discussione. Non riguarda nemmeno la “crisi”, nel senso comune del termine, ma si riferisce alle caratteristiche di una ripresa, che è già in atto, ma le cui forme sono molte diverse rispetto al passato. Non solo differenti ma più preoccupanti.

Da questo punto di vista quella lettera rischia di diventare il simbolo delle crescenti disuguaglianze: tra aree monetarie, al loro interno tra i Paesi che le compongono, nelle singole economie tra settori, imprese e lavoratori. Non sarebbe la prima volta, si potrebbe dire. La crisi economica da sempre ha portato a cambiamenti durante i quali alcuni sono andati avanti, in modo più accelerato, mentre a altri sono rimasti indietro. La crisi del 2007, dovuta al fallimento della Lehman Brothers fu a “V”. Caduta e ripresa in rapida successione. Una sorta di depressione subito colmata dalle politiche espansive delle Banche centrali.

Sennonché per alcuni paesi, come l’Italia o la Grecia, la successiva caduta del Pil, dovuta alla crisi del debito sovrano, trasformò nel tempo quella forma originaria: da “V” a “W”. La caduta iniziale, il temporaneo ritorno verso un’agognata normalità, quindi la successiva discesa, verso l’inferno. Con il risultato finale che, prima dell’insorgere della pandemia, nessuno dei due, a differenza degli altri Paesi europei, aveva recuperato i livelli di reddito del 2007.

Da questo punto di vista, considerata la dimensione di medio periodo – i dieci anni e più trascorsi dall’avvio della crisi americana – per l’Italia e la Grecia, in particolare, la lettera che meglio ne ha identificato la relativa situazione è stata quella della “U”. Considerato che alla crisi iniziale ha fatto seguito un più lungo periodo di relativo ristagno, quindi una ripresa che non ha ancora recuperato il terreno perduto.

Soprattutto l’Italia è quindi entrata nel girone infernale della pandemia partendo da una posizione di debolezza. Riuscirà a recuperare il terreno perduto? Questo è oggi il grande interrogativo che domina il dibattito. Le tesi in proposito sono contrastanti. Il ricorso alla lettera “k” ne é la dimostrazione. A questa conclusione giunge, ad esempio, l’European Fiscal Board, l’organismo che si occupa a Bruxelles di finanza pubblica e che alcuni vorrebbero sostituire, alla stessa Commissione europea, nei controlli sui bilanci dei singoli Stati.

Secondo il suo ultimo rapporto di una quindicina di giorni fa, l’Italia sarebbe l’unico Paese dell’Eurozona a rimanere indietro. Non raggiungerebbe, cioè, a differenza degli altri partner, i livelli di reddito del 2019, nel 2022. A causa soprattutto della debole performance dello scorso anno. Quanti guai, caro “avvocato del Popolo”. Maggior ottimismo ha invece recentemente dimostrato il Financial Times, che evidentemente non concorda con le lugubri analisi di Marco Travaglio. Forse non sarà merito esclusivo di Mario Draghi, sta tuttavia il fatto che l’economia, dagli inizi dell’anno, é fortemente ripartita, con una marcia in più.

Ad aprile – scrive il quotidiano inglese – le esportazioni erano cresciute del 6 per cento, rispetto al gennaio 2020. “Il più forte tasso di crescita di tutta l’Eurozona, se confrontato all’1 per cento di Francia e Germania”. Merito soprattutto delle aziende che avevano intensificato la loro presenza sulla rete. Nel 2015 solo un’azienda su dieci pensava di utilizzare la tecnologia digitale. Da allora il progresso é stato costante e la presenza italiana in quel grande negozio virtuale, creato da internet, é divenuta massiccia. Il che spiega perché nel primo trimestre di quest’anno il reddito nazionale lordo dell’Italia sia cresciuto dello 0,1 per cento, mentre quello dell’Eurozona sia diminuito dello 0,3.

É nuovamente un profilo legato al fattore “K”. Alcuni comparti dell’economia – quelli legati all’uso della tecnologia – crescono velocemente. Quelli invece che richiedono la presenza fisica – ristorazione, turismo, svago e via dicendo – non sono ancora ripartiti oppure non hanno retto, nonostante gli aiuti pubblici, al lockdown. La stessa tendenza si manifesta, purtroppo, nel settore dell’occupazione. Mancano gli addetti in molti comparti produttivi, mentre in altri si profila lo spettro della disoccupazione. C’é chi vorrebbe fermare tutto questo, cristallizzando il presente nella generosità di un blocco dei licenziamenti decretato per legge. Magari si potesse. Meglio sarebbe, allora, cancellare dall’alfabeto la lettera “K”.

Ma alla fine – domanda legittima – che succederà? Ovviamente non ha molto senso giocare con la sfera di cristallo. Le ultime previsioni di Prometeia, tuttavia, lasciano sperare. Si parla di una possibile crescita “doppia rispetto ai 10 anni precedenti”. Ed un Pil che già alla fine dell’anno sarà pari al 5,3 per cento, contro il 4,2 indicato dal Governo ed una media del 4,3 per l’Eurozona. Avremmo così pienamente recuperato lo scarto negativo preconizzato dall’European Fiscal Board. Naturalmente, in questi casi, é sempre bene incrociare le dita. Ma come diceva il barista di Ceccano, grande Nino Manfredi: “fusse che fusse la vorta bbona!”

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