Economia

Perché Spagna e Portogallo snobbano i prestiti del Recovery fund?

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Che cosa succede in Spagna e Portogallo sul Recovery fund

“Il Mes è morto, Marx pure, e anche il Recovery Fund non si sente tanto bene. Dopo la clamorosa rinuncia della Spagna al prestito da 70 miliardi previsto dal Next Generation EU (NgEU), di cui ha dato notizia ieri il quotidiano El Pais, appare questa la sintesi migliore per comprendere lo stato di avanzamento della tanto agognata solidarietà europea”.

E’ quanto sottolinea oggi il quotidiano La Verità in un approfondimento dell’analista Giuseppe Liturri sulla scia delle notizie che arrivano da alcune delle principali capitali europee. Mentre in Italia la maggioranza si spacca sul ricorso al Mes dopo le parole del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è sui prestiti del Recovery Fund che si interrogano i governi di Spagna e Portogallo: prenderli o no?

COSA SI DICE IN SPAGNA

Ma che cosa si dice a Madrid? Il governo spagnolo sembra intenzionato ad accettare i 72,7 miliardi di aiuti diretti non rimborsabili del Fondo per la ripresa dell’Unione europea rinunciando, almeno nel breve termine, ai quasi 70 miliardi di prestiti, ha rivelato il quotidiano El Pais che ha consultato fonti della Moncloa (sede della presidenza del governo) e del ministero dell’Economia.

COSA FARA’ IL PORTOGALLO?

Nella prima bozza del programma presentata a Bruxelles, il premier portoghese Antonio Costa ha comunicato le priorità di spesa per i circa 15 mld di grants, rimandando a una successiva valutazione  l’impiego di 4,3 mld di loans (sui 10,8 mld di prestiti destinati a Lisbona). Secondo quanto dichiarato il mese scorso, anche l’obiettivo di Costa è di non usare i loans, e nel caso, il Portogallo li accetterebbe solo per lo stretto necessario. Anche la Francia potrebbe arrivare a una decisione del genere, sempre nell’ottica di non alzare il debito. In Italia, invece, non sembra esserci nessun dibattito di questo tipo, almeno per il momento.

IL COMMENTO DELL’ANALISTA

“È difficile credere che le decisioni trapelate dal palazzo della Moncloa di Madrid siano un fulmine a ciel sereno – secondo Liturri – Infatti la bozza di regolamento del dispositivo per la ripresa (Rrf, il cuore del NgEU) che è sul tavolo dal 7 ottobre per il negoziato tra le istituzioni UE è simile ad un percorso di guerra che terrebbe lontano anche il Governo più temerario. Tale bozza riprende quella iniziale proposta dalla Commissione il 28/5 e la integra con le risultanze dell’accordo politico del Consiglio Europeo del 21/7 e, osservando le modifiche apportate, si capisce perché tutti scappino via. Prima di tutto viene sottolineato che i prestiti saranno concessi a fronte di “maggiori” esigenze di spesa rispetto a quelle finanziate dai sussidi; sarà quindi necessario presentare progetti che esauriscano prima il plafond dei sussidi e dopo accedere a quello dei prestiti. Ne parlano chiaramente il considerando 29 e l’articolo 12. Inoltre, dopo le correzioni, incombe dappertutto la parola “sorveglianza” (monitoring). Se, da un lato, è legittimo che il creditore sorvegli il proprio debitore, quale Stato sovrano intende cacciarsi in un ginepraio di rendiconti, stati di avanzamento intermedi, rispetto della coerenza con le raccomandazioni Paese, per contrarre debiti, quando c’è la Bce che crea denaro con un click e compra Btp, promettendo di tenerli nei suoi bilanci per un periodo molto lungo ed a costo zero?”.

CHE COSA HA SCRITTO EL PAIS

La Commissione europea permette di contrarre prestiti fino al luglio 2023 e, pertanto, dall’esecutivo sembrano orientati a chiederli “se ne avremo bisogno per il periodo 2024-2026 per ridurre la crescita del debito pubblico”.

LA CONDIZIONALITA’

Come evidenziato dal quotidiano spagnolo, la poco chiara condizionalità associata ai fondi continua ad essere un deterrente, cosi’ come il sospetto che prima o poi Bruxelles chiederà di nuovo aggiustamenti ai paesi che hanno un “debito alle stelle” superiore al 100 per cento del Pil.

IL COMMENTO DI CODOGNO

“C’è meno incentivo a contrarre prestiti se i Paesi emettono debito a tassi di interesse molto bassi” in quanto “il rischio reale e’ che il macro-stimolo europeo sia molto più basso di quanto concordato a luglio e questo offuschi le prospettive economiche”, ha affermato Lorenzo Codogno, ex dirigente generale al Dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e già capo economista al Mef..

L’ANALISI DI LITURRI

Ha scritto oggi Liturri sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro: “Il mercato del debito pubblico è dominato dalla massiccia presenza della BCE che, a dispetto dell’iniziale e goffa dichiarazione di Christine Lagarde del 12 marzo (“non siamo qua per ridurre gli spread”), promette di acquistare quasi tutte le emissioni nette di debito pubblico italiano almeno fino al termine del 2021 ed ha riportato il rendimento dei Btp a livelli storicamente mai così bassi. Inoltre, così come riporta anche El Pais, le condizioni che regoleranno tali prestiti sono oscure (“brumosa condicionalidad”) ed invitano a tenersi lontano da questo strumento. Infine, ci sono dubbi sulla enorme capacità amministrativa necessaria per gestire i progetti ed i fondi. Se l’Italia fatica a spendere 10 miliardi l’anno del bilancio ordinario UE, com’è possibile spenderne 205 in 6 anni?”.

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