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Perché sono fesserie (anche economiche) le teorie di Grillo e Di Maio sui vecchi

Vecchi

Gianfranco Polillo analizza e critica le ultime sortite sui vecchi di Beppe Grillo e Luigi Di Maio 

Che errore è stato, da parte dei 5 stelle, prendersela con i vecchi. Beppe Grillo voleva, addirittura, toglier loro il diritto di voto. Luigi Di Maio li ha spesso apostrofati con il termine gentile di “parassiti”, prima di imporre con legge, il cui valore costituzionale è tutto da dimostrare, un taglio micidiale delle pensioni maggiori. Con salvaguardia di coloro che, essendosi ritirati in giovane età, sono stati graziati. Ed i risultati si sono visti, nel crollo del Movimento in ogni competizione elettorale. La cosa che non hanno compreso è quella che il Censis, nel suo ultimo rapporto, definisce con il termine di “silver demography”. Quell’invecchiamento della popolazione che è tratto saliente di tutte le economie sviluppate. Ma che in Italia ha raggiunto valori record.

I numeri, scrive il Centro di ricerca, sono “implacabili”:

“+1,8 milioni di persone con almeno 65 anni, cifra che è pari alla somma degli abitanti di Napoli e Torino; e +1 milione e oltre di persone con 80 anni e più, pari alla somma degli abitanti di Palermo e Firenze;
-1,5 milioni di giovani fino a 34anni, cifra che è pari alla somma degli abitanti di Milano e Trento. E -23,7% è il dato sulle nascite, certificandone la caduta in picchiata.”

La dinamica demografica ha, naturalmente, influito sulle più generali condizioni di benessere del Paese. “La quota di ricchezza degli anziani – insiste il Censis – sul totale della ricchezza delle famiglie italiane è passata in 20 anni dal 20,2% a quasi il 40% del totale. Gli anziani hanno una ricchezza media più alta del 13,5%di quella media degli italiani, quella dei millennials è inferiore del 54,6%. In venticinque anni la ricchezza degli anziani è aumentata in termini reali del +77%, mentre quella dei millennials segna -34,6%. Il reddito medio familiare degli anziani in 25 anni ha segnato +19,6% reale ed è passato dal 19% del totale al 31%, mentre il reddito dei millennials ha registrato -34,3% nello stesso periodo.” Altri dati forniti confermano l’esistenza delle “due società”, secondo un’espressione in voga negli anni ’70.

Poi c’è il lungo capitolo della solidarietà intergenerazionale. I nonni che aiutano figli e nipoti a sbarcare il lunario. Fenomeno non solo sociale, ma politico. Che contribuisce a spiegare la débâcle del Movimento. I voti perduti tra le persone più anziane, non sono stati recuperati dal voto favorevole dei giovani. Che hanno compreso che, alla fine, quello che conta è il reddito familiare. Se questo diminuisce, a seguito di interventi non giustificati dalle regole che disciplinavano vecchi rapporti di lavoro (principio del legittimo affidamento), il danno si estende, come un sasso gettato in uno stagno.

Il problema delle accresciute disuguaglianze sociali, comunque, esiste e va affrontato. Il limite delle semplici elaborazioni statistiche è quella della staticità. Fotografano il fenomeno, ma non sono in grado di fornire le necessarie spiegazioni, che richiedono, invece, indagini più approfondite. Gli anziani godono, indubbiamente, di un maggior benessere. Ma esso è frutto del lavoro prestato in passato. Non a caso la pensione, altro non è che “salario differito”. Si può discutere sui tassi di equivalenza. Se la futura rendita corrisponda all’entità dei contributi versati, rivalutati con i necessari algoritmi, per tener conto del trascorrere del tempo. Ma il principio non può essere negato. Ne deriva che non c’è alcun furto da parte dei vecchi nei confronti delle generazioni più giovani. Il loro disagio, in altre parole, non dipende da un peso eccessivo, che sono costretti a portare sulle spalle. Ma dalle condizioni più generali che caratterizzano il sistema economico.

Tra i primi, fu Alfred Sauvy, un demografo francese, a cercare di formulare una qualche legge che spiegasse il fenomeno. Inventore della parola “Terzo mondo” (L’Observateur del 14 agosto 1952), collegò la diversa dinamica demografica tra Paesi ricchi e Paesi poveri, alla crescita del reddito. Per i primi, la nascita di un figlio comporta un costo elevato: sostentamento, istruzione, status individuale e familiare. Prima che quest’ultimo possa trovare un’occupazione e quindi autosostenersi, occorrono anni. Nei Paesi più poveri, invece, accade il contrario. Già in tenera età si entra nel processo produttivo. Quindi il figlio costituisce una risorsa. Da impiegare in lavori a minor produttività – esempio l’agricoltura – ma comunque in grado di provvedere alla produzione dei suoi mezzi di sostentamento.

Una regola che, a quanto sembra, non è mutata. In Italia le nascite sono crollate, rispetto alle altre economie avanzate, a causa di una lunga stagnazione, che dura, secondo i dati forniti da tutti gli Osservatori internazionali, dal 1995. Epoca in cui il tasso di crescita del Paese si è collocato sempre agli ultimi posti delle classifiche internazionali. Mettere al mondo un figlio, significa pertanto provvedere, per un periodo estremamente lungo, alle sue esigenze. Mentre il reddito familiare non cresce più ai ritmi del passato. Reddito necessario non solo per sostenere il peso della sua formazione professionale. Ma quello che si prolunga nel tempo a causa di un tasso di disoccupazione particolarmente elevato, della precarietà. Fino alla possibile emarginazione.

Ne deriva che un aiuto alle famiglie, benché auspicabile, non risolve il problema alla radice. Se nel frattempo non mutano le condizioni generali dello sviluppo. Altro che “decrescita felice”. La riprova è nel diminuito tasso di natalità degli stessi immigrati, una volta acquisita una stabile occupazione nel Paese ospitante. A regolare la loro “nuova vita” non sono le abitudini di partenza, ma il loro doversi adeguare alle nuove condizioni. Al livello di “civiltà” in cui si sono integrati. Quindi non facciamoci illusioni. Il trend descritto dal Censis potrà cambiare. Ma solo se si potrà contare su una stabile prospettiva di crescita, che ponga fine al malessere accumulato negli anni passati.

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