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Perché serve un progetto complessivo di riforma fiscale

Digital Tax

Notizie dal fronte fiscale: fatti, numeri e scenari. L’approfondimento di Walter Galbusera

 

In un recente convegno tenuto al Cnel, il Centro Studi Itinerari previdenziali ha analizzato le dichiarazioni dei redditi 2019 ai fini Irpef e le imposte indirette per importi, tipologia dei contribuenti e territori negli ultimi 12 anni. Ciò che emerge dalla ricerca costituisce una puntuale illustrazione di una serie di gravi anomalie dell’intero sistema.

La prima è la constatazione che solo una parte minoritaria di contribuenti subisce una forte pressione fiscale dal momento che oltre il 91% dell’Irpef è pagata da poco meno del 43% mentre il restante 57%, che vivrebbe in media con meno di 10.000 euro lordi l’anno, si fa carico di meno del 9%. In particolare il 24,2 % (più di dieci milioni di persone) pagano di Irpef in media 31 euro a testa che si riducono a 22 euro se si considerano le persone a carico.

Al di là della evidente e poco credibile “povertà” di un numero così rilevante di contribuenti, il sistema delle esenzioni, applicato agli scaglioni delle aliquote Irpef (a maggior ragione se l’inflazione dovesse rialzare la testa) fa sì che la progressività reale si accresca in misura via via crescente a partire dai redditi che superano i 28.000 euro lordi. Questa è probabilmente una delle ragioni che induce il governo a dare priorità, nelle “distribuzione” degli otto miliardi disponibili, all’abbassamento delle imposte al ceto medio e nello stesso tempo a ridurre il costo del lavoro, anche se per questo intervento non è ancora chiaro quanto vada alle imprese e quanto ai lavoratori.

Senza sottovalutare l’entità di questi 8 miliardi destinati ad abbassare la pressione fiscale (nella ricerca di Itinerari previdenziali si stima che nel 2019 gli italiani abbiano speso 9 miliardi per consulto di maghi e fattucchiere!) è del tutto evidente che oggi non ci siano le condizioni per una vera riforma del fisco e bisogna accontentarsi di dare segnali nella giusta direzione.

Si dovrebbe però da subito individuare gli strumenti più efficaci per contrastare l’evasione che rimane uno dei mali più gravi dell’economia e della società italiana. Al di là delle verifiche sistematiche degli uffici tributari tra redditi dichiarati e tenore di vita del cittadino, perché non adottare da subito misure più efficaci che fanno leva sul contrasto di interessi, estendendo la deducibilità delle spese sostenute dalle famiglie per manutenzione dell’abitazione, dei mezzi di trasporto e degli aiuti domestici che farebbero emergere una parte significativa del “sommerso”?

Sia detto senza retorica, ma sarebbe un modo intelligente di affidare ai contribuenti una funzione, sia pur interessata, di esattori fiscali. Ad onor del vero, come mette in rilievo la ricerca, l’evasione viene “stimolata” anche dal combinato disposto delle aliquote e degli scaglioni e dalle numerose assistenze sotto forma di bonus, detrazioni, deduzioni agevolazioni in genere che si applicano al di sotto di una determinata soglia di reddito (in particolare quella di 15.000).

In poche parole la spinta a fare un po’ di nero è maggiore perché se si dichiara meno si rimane sotto la soglia che procura significativi benefici. In questo caso però si allarga artificialmente il numero dei “poveri” a danno di coloro che vivono reali situazioni di disagio e che meriterebbero maggiore attenzione.

Del resto l’intero sistema delle aliquote e degli scaglioni, soprattutto se tra alcuni scalini il salto di aliquota è molto forte, spinge oggettivamente ad occultare una parte del reddito. Tanto più alta è la differenza tra le aliquote dei diversi scaglioni tanto maggiore è la spinta ad evadere, almeno per coloro che ne trarrebbero vantaggio. La soluzione?

Potrebbe essere il modello tedesco che prevede un’aliquota fiscale che varia progressivamente all’aumentare del reddito dal livello minimo a quello massimo stabilito, senza salti d’imposta. Si potrebbe quindi, ipotizza la ricerca, partire da una aliquota minima del 15% su redditi che superano i 7.500 euro lordi con variazione millesimale continua fino al 38% per i redditi oltre i 75.000 euro lordi, associando ad ogni livello di reddito una percentuale da applicare per ricavare l’imposta senza superare l’attuale aliquota marginale massima.

Questo non vuol dire che si debbano eliminare le agevolazioni per i redditi più bassi, ma che bisogna distribuirle in modo diverso. La proposta avanzata nella ricerca è quella di sviluppare il modello della “presa in carico”, ovvero di fornire assistenza alle fasce più deboli in via diretta, attraverso strutture territoriali in grado di disporre di informazioni sufficienti attraverso un “Casellario dell’Assistenza” che garantisca trasparenza e miglioramento dei sistemi di monitoraggio e di controllo. Queste regole dovrebbero valere anche per il Reddito di Cittadinanza.

La riduzione del costo del lavoro è un obiettivo largamente condiviso, più arduo stabilire se e in che misura debba interessare tutte le imprese (Irap) che il lavoro (fiscalizzazione di parte dei contributi previdenziali).

Il governo ha definito le disponibilità e le parti sociali e le forze politiche discuteranno delle priorità ma il confronto non sarà facile perché le risorse non sono abbondanti. Il sindacato chiede che in questo caso i benefici siano tutti destinati ai lavoratori, considerato che le eventuali modifiche Irpef riguarderanno tutti i contribuenti. Sarebbe opportuna (e lungimirante), una sollecitazione delle parti sociali al governo e alle forze politiche per rafforzare ed estendere il trattamento privilegiato di tutte le quote di retribuzione legate alla produttività, alla sanità e alla previdenza integrativa oggetto di trattative in sede aziendale o in ambiti territoriali omogenei. Ciò non solo per favorire la crescita dei salari reali ma anche per contribuire alla crescita dell’economia che è il fattore decisivo per il risanamento e lo sviluppo.

Infine, merita una riflessione la capacità del sistema di riscuotere i tributi. Una deliberazione della Corte dei Conti (n.7 del 31 marzo scorso ,“La gestione dei residui di riscossione nel bilancio dello Stato” a cura del consigliere Bruno Tridico) fa il punto sulle somme già accertate e iscritte in bilancio, dovute allo Stato ma non ancora riscosse e classificate in base al grado di esigibilità e ridotte secondo la probabilità della riscossione. In essa si sottolinea che col passar del tempo si è giunti nel 2019 ad un ammontare di 889,3 miliardi di euro, di cui 719 sarebbero ormai del tutto irrimediabilmente perduti mentre le somme esigibili corrisponderebbero ad un valore di 7,5-7,6 miliardi per ognuno degli anni futuri.

Senza entrare nel merito di cosa non abbia funzionato nella riscossione colpisce e sgomenta l’enormità delle somme perdute a confronto degli 8 miliardi destinati all’alleggerimento della pressione fiscale. Ma più che piangere sul latte versato oggi è necessario discutere seriamente su un progetto complessivo di riforma fiscale.

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