La premier Meloni e la sua antagonista ieri si sono, non a caso, confrontate anche sui salari. Tema immanente in un Paese nel quale il sovraccarico politico sul lavoro e il forte controllo sociale garantito dal peso senza eguali della contrattazione collettiva si sono sempre coniugati con bassa produttività, bassi salari, bassa occupazione.
Se l’opposizione delegittima i sindacati chiedendo il salario minimo a nove euro per legge, la procura di Milano ha contestato ad alcune imprese persino la applicazione in buona fede di un contratto collettivo sottoscritto dalle maggiori organizzazioni.
Il governo dal canto suo ha invece ritenuto di usare pesantemente il bilancio dello Stato per sostenere i bassi redditi attraverso la riduzione strutturale del cuneo fiscale, la detassazione degli aumenti contrattuali, la revisione delle aliquote irpef.
Per rilegittimare la contrattazione servirebbe ora un modello capace, da un lato, di impedire modalità sleali di sottoremunerazione e, dall’altro, di promuovere la crescita dei salari mediani dovunque c’è ricchezza da distribuire.
Si potrebbe garantire a tutti i lavoratori almeno il trattamento economico complessivo (TEC) di base del contratto migliore di settore che il Cnel può agevolmente individuare. Saremmo oltre il valore dei nove euro perché non solo gli ultimi rinnovi di molti contratti hanno superato quella minima cifra oraria ma anche perché con il TEC si comprendono tutte le voci indirette della retribuzione e le stesse prestazioni sociali consentite dalla iscrizione del lavoratore ai fondi collettivi.
Il problema dei salari mediani viene dalla convergenza tra la naturale propensione delle organizzazioni di impresa a contenere il costo del lavoro e la innaturale vocazione del sindacato all’appiattimento ideologico delle retribuzioni. La soluzione è sempre quella di incoraggiare i contratti aziendali e territoriali per la distribuzione di premi e utili ora detassati.







