Economia

Perché sarà difficile ricollocare i navigator

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Il post di Alessandra Servidori

 

Al Ministero del Lavoro ci si interroga sui 2860 navigator ai quali in aprile scade il contratto, assunti da Anpal dal 2019 “virtualmente” per sostenere i percettori del reddito di cittadinanza per cercare una occupazione affiancando i centri per l’impiego, ma testimoni di un fallimento che è costato alle tasche degli italiani per il loro stipendio 115 milioni all’anno.

E così ora a questi lavoratori a tempo determinato — che sono venuti meno all’impegno non solo per colpa loro ma per un sistema anacronistico che ha penalizzato ulteriormente il bilancio delle politiche per il lavoro sicuramente ben poco attive — si cerca una soluzione. In tempi difficili sarà molto complicato ritagliare per queste persone un percorso laterale alla situazione che vede un collasso dell’occupazione disastrosa con una frenata delle assunzioni di circa 1,4 milioni di contratti in meno rispetto al 2019. Dunque anche i navigator dovranno rientrare in un nuovo percorso occupazionale.

I dati del bollettino 2020 Excelsior sono netti così come la ricerca di nuove figure professionali da parte delle imprese le quali, 4 su 10, hanno investito in trasformazione digitale, puntando sulle modifiche dei modelli di business, con l’adozione di strumenti di digital marketing (+16 punti percentuali rispetto al periodo pre-Covid), sulle innovazioni organizzative, con l’ampia diffusione nell’utilizzo dello smartworking (+17 punti percentuali), o, sotto l’aspetto prettamente tecnologico, sull’acquisizione di reti ad alta velocità, sistemi cloud e big data analytics (+10 punti percentuali). Saranno quindi proprio le competenze digitali, richieste al 60,4% dei profili ricercati nel 2020, uno dei principali driver su cui faranno leva le imprese per gestire la fase di recupero che si aprirà nei prossimi mesi. Mentre per 8 posizioni di lavoro su 10 sono state richieste competenze green che costituiscono un altro fattore strategico di competitività a livello trasversale. Per affrontare la complessità delle sfide in atto le imprese puntano su figure più specializzate, per le quali nel 67,7% dei casi viene richiesta esperienza.

Le figure tecniche legate ai servizi digitali, come gli analisti e progettisti di software e i tecnici programmatori sono tra le più difficili da reperire. Tra le professioni specialistiche e tecniche con il maggior incremento della difficoltà di reperimento nel 2020 si annoverano i farmacisti, gli esperti nella progettazione formativa e gli ingegneri civili.

Tra le figure operaie più difficili da reperire, invece, si trovano gli attrezzisti e gli addetti a macchine utensili industriali e i meccanici e riparatori di automobili (con criticità per oltre una assunzione su due), ma è tra i muratori, i carpentieri e gli elettricisti che si osserva il maggior incremento nel 2020, figure coinvolte nella transizione in chiave di ecosostenibilità del comparto edilizio. Meno penalizzata, anche in un anno difficile come il 2020, è stata la domanda di figure più specializzate, dotate di esperienza e di mix di competenze appropriati per gestire le transizioni aziendali, rispetto a quella espressa per le figure intermedie e per quelle non qualificate.

Dunque la rete delle imprese cerca figure specializzate che abbiano almeno un diploma secondario, con una quota di laureati pari al 14,1% (circa un punto in più del 2019) e una richiesta di specializzazione post-diploma conseguita in un percorso di Istruzione tecnica superiore (ITS), mentre il diploma è il livello di istruzione preferito.

Molto rilevante e in generale superiore all’effettiva offerta formativa appare anche la quota di assunzioni per la quale è richiesta una qualifica o diploma professionale (25%). Le lauree più richieste sono quelle a indirizzo economico, di ingegneria e a indirizzo insegnamento e formazione, ma le difficoltà di reperimento si concentrano in particolare sui laureati nelle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).

La quota di giovani che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione resta alta in Italia: intorno al 20% la percentuale di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni che ha abbandonato l’iter di formazione al livello più basso di istruzione secondaria di I grado e che non ha intrapreso altri percorsi di istruzione o formazione. Soprattutto nel caso della IFP, quasi la metà dei discenti sono indietro di almeno un anno sulla loro formazione, fatto che per esperienza aumenta la probabilità di un abbandono precoce.

Il numero di abbandoni precoci rimarrà ancora più alto del target Ue a causa della Dad come già segnalato dai capi di Istituto; il programma nazionale di riforme segue un approccio troppo moderato ma l’Italia è anche in ritardo nell’attuazione di politiche capaci di integrare IFP e mercato del lavoro rivolte ai giovani e pensate specificamente per ridurre l’abbandono precoce tramite opportunità di formazione in forma alternata e strumenti per validare le competenze da questi acquisite.

Ricordiamo che nella difficoltà la popolazione femminile giovanile a tutt’oggi pur essendo spesso più qualificate degli uomini, rimangono in maggioranza disoccupate: il 73,6% della popolazione maschile d’età compresa tra i 20 e i 24 anni ha completato almeno un ciclo di istruzione secondaria di II grado, ISCED, mentre la percentuale tra la popolazione femminile è dell’82,3%.

La percentuale di donne in possesso di un diploma di scuola secondaria di II grado è salita all’83,8%, rispetto alla media UE-28 dell’81,5%. Ciononostante, i tassi di occupazione femminile restano più bassi di quella maschile, anche a causa dei molti ostacoli che le donne si trovano ad affrontare per accedere e rimanere nel mercato del lavoro. Inoltre, la mancanza d’opportunità e il sempre più marcato differenziale retributivo non fanno che acuire la disparità di genere.

I giovani stanno pagando a caro prezzo questo periodo e ci sono almeno due ambiti di priorità in cui intervenire subito: la riconversione e riqualificazione delle persone in cassa integrazione e la modifica immediata della formazione professionale attuando un patto sul territorio tra imprese e lavoratori e lavoratrici e studentesse e studenti coinvolgendo i sistemi di relazioni industriali locali regionali perché è chiaro che l’incrocio tra domanda e offerta di figure professionali si realizza con una collaborazione concreta tra il percorso di istruzione/formazione e il luogo del lavoro investendo risorse e professionalità dei sistemi produttivi là dove il mercato del lavoro si crea e mette radici poi a livello internazionale.

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