Economia

Anpal in rianimazione?

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Anpal

Che cosa succede ad Anpal dopo il caso Parisi? L’approfondimento di Alessandra Servidori

Nella crisi più nera e quando più avremmo bisogno di servizi per l’occupazione che funzionino, Anpal si inchioda. Il presidente Mimmo Parisi chiamato dal Mississippi da Luigi Di Maio — allora ministro del Lavoro — a fornirci una magica piattaforma costata allo Stato ben 24 milioni per mettere in moto l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, addestrare i navigator contrattuandoli per sviluppare una sinergia con i dipendenti dei Centri per l’impiego — dopo essere stato bocciato dal suo Cda per il bilancio del piano industriale 2020/22 — è tornato in America. Lasciando così la già sofferente Agenzia senza timone.

La fase due prevista da Parisi con il fantomatico software avrebbe dovuto funzionare per chi percepisce il reddito di cittadinanza e andare a lavorare. Ma di certo è che ad oggi i dati ci dicono che i centri per l’impiego hanno convocato 529.290 beneficiari su un totale di 908.198 – a fronte di circa 1,2 milioni di famiglie che prendono il reddito – che potrebbero stipulare un Patto per il lavoro.

I “presenti” alla prima convocazione sono stati 396.297 e sono stati sottoscritti 262.738 patti di servizio. Punto di partenza per gli ulteriori passi necessari per portare a regime gli interventi finalizzati ad accompagnare i beneficiari al lavoro — come ad esempio l’assegno di ricollocazione — è il completamento dei sistemi digitali per un migliore scambio di dati e informazioni con i sistemi regionali e per facilitare il contatto continuo con il mercato del lavoro.

In altri Paesi europei, anche nelle esperienze più decentrate, operano Agenzie nazionali (con diverso grado di autonomia rispetto all’esecutivo), col compito di gestire i servizi per l’impiego, le politiche attive e, talora, anche l’indennità di disoccupazione e eventualmente altri benefit come in Danimarca, nel Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Germania.

Ad Anpal non è stato attribuito anche un ruolo di gestione della NASpI, che si è deciso di lasciare all’Inps, così Anpal agisce come un’agenzia leggera, con compiti di coordinamento (dei SPI, anche per i disabili, delle politiche attive e delle politiche passive).

In Germania, che ha oltre 10 volte il personale impiegato dai servizi per l’impiego italiani, i Cpi hanno anche il compito di amministrare l’indennità di disoccupazione, lo staff è notevolmente più numeroso ma il sistema è molto virtuoso. Lo stesso vale per la Francia e il Regno Unito, entrambi contraddistinti dallo one-stop shop. La Svezia, non ha implementato tale modello di erogazione integrata delle politiche attive e passive. Ma lo staff dei Cpi svedesi conta 10.000 unità (più 2000 fra specialisti, medici, psicologi, ecc.) per 9 milioni di abitanti, e 320 Cpi dislocati sul territorio.

Anpal servizi ha ancora da stabilizzare 654 precari, sono 2980 i navigator, 556 i Centri Per l’Impiego in Italia, 8000 i dipendenti degli sportelli, di cui 1300 a tempo determinato. È evidente che l’introduzione del Reddito di cittadinanza (L. 26/2019), una misura  immaginata di contrasto alla povertà (?) e al contempo di politica attiva, ha affidato ai Cpi la definizione e l’attuazione dei percorsi di reinserimento lavorativo dei beneficiari, nonché il controllo di alcuni adempimenti previsti per la percezione del sussidio. Il mancato collegamento con le politiche attive è quasi inesistente con Inps in affanno e i CpI si sono trovati a gestire una platea di utenti significativamente più elevata rispetto a quella precedente e sopratutto con profili di bassa occupabilità, che ne hanno reso senz’altro più complessa l’operatività.

E comunque il sussidio, la cui generosità decresce significativamente all’aumentare del reddito da lavoro, ha scoraggiato l’accettazione o la prosecuzione di rapporti di lavoro precari e non particolarmente remunerativi.

Tenuto conto della condizione economica della famiglia, i lavoratori tra i 15 e i 64 anni che percepiscono retribuzioni inferiori o pari all’ammontare del trasferimento ottenibile nel caso in cui non fossero occupati rappresentano fino allo 0,5 per cento del totale. Il disincentivo all’occupazione si concentra in segmenti con prospettive occupazionali già limitate (persone giovani, con impieghi precari e nel Mezzogiorno), che risentono ulteriormente di prolungati periodi di inattività. La struttura e la generosità del sussidio può inoltre favorire forme di lavoro irregolare, anche perché  le misure sanzionatorie previste dalla legge trovano difficile applicazione concreta.

A conti fatti la naturale considerazione è che è urgente modificare e in tempi brevi questo sistema perdente e ripensare anche, sul modello di altri paesi Europei, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro non solo per aumentare l’occupazione ma anche per assicurare un reddito/salario che contrasti la povertà.

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