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Perché pochi in Italia si preoccupano dell’Ira di Biden?

Biden

Tutti gli effetti dell’Inflation Reduction Act (Ira) dell’amministrazione Biden per l’economia europea. Il commento di Sergio Giraldo

 

Ad inverno ormai prossimo, a poche settimane da un possibile drammatico esodo dall’Ucraina di centinaia di migliaia di profughi infreddoliti, l’Unione europea si trova paralizzata in uno stallo istituzionale senza precedenti. I molti dossier aperti appaiono, ad oggi, ingestibili dalla inadeguata sovrastruttura di Bruxelles. Tra i tanti, in particolare, è il nodo del rapporto con gli Stati Uniti ad apparire sempre più complicato.

Mentre circolano, non smentite, le poco velate accuse europee agli Stati Uniti di approfittare della guerra per riempire di dollari le casse delle aziende americane del gas e degli armamenti, la scorsa settimana Germania e Francia hanno rilanciato sulla necessità di aggiornare la politica industriale europea. In una dichiarazione congiunta, Bruno Le Maire, Ministro dell’economia, delle finanze e della sovranità industriale e digitale di Francia (sic), e Robert Habeck, vicecancelliere di Germania, ministro federale dell’economia e dell’azione per il clima, hanno chiesto “un rinnovato slancio alla politica industriale europea”. Oltre a una serie di linee d’azione prioritarie (intelligenza artificiale, informatica quantistica, energia, idrogeno, batterie, aero-spazio, cloud), tra le righe del testo sembra di leggere un robusto richiamo alla Commissione guidata da Ursula von der Leyen perché si dia da fare con urgenza. Bruxelles non è però l’unico obiettivo dell’asse franco-tedesco. Nel comunicato si sottolinea l’importanza di rispondere alla minaccia di concorrenza sleale che arriva da oltreoceano.

Il presidente Joe Biden, con il suo Inflation Reduction Act, ha infatti messo sul tavolo qualcosa come 370 miliardi di dollari tra sussidi e agevolazioni fiscali per avvantaggiare le aziende americane. Secondo Berlino e Parigi, la mossa di Washington è in tutto e per tutto una misura protezionistica, giacché incentiva le aziende a muovere gli investimenti dall’Europa verso gli Usa e spinge slealmente i clienti a comprare americano, soprattutto le auto elettriche. Sul tema, peraltro, è interessante notare come ai tempi in cui l’inquilino della Casa Bianca era Donald Trump un atto del genere avrebbe sollevato sui media europei, ed italiani in particolare, ondate di indignazione e di moralismo spicciolo contro i muri che si alzano e il nazionalismo autarchico del perfido tycoon. Poiché invece è un presidente democratico ad alzare le barriere, peraltro in misura ben superiore a qualunque atto della precedente amministrazione repubblicana, questa volta il “buy american” passa quasi sotto silenzio.

Se non bastassero le esplicite prese di posizione dei due ministri, a riscaldare il clima tra Germania e Stati Uniti provvedono le durissime dichiarazioni che il periodico digitale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten ha raccolto da Oskar Lafontaine, ex presidente dell’SPD, già candidato cancelliere e ministro federale delle finanze nel governo Schröder tra il 1998 e il 1999. Nell’intervista senza freni, l’anziano politico ha affermato che “l’esplosione dei due gasdotti (Nord stream 1 e 2, ndr) è una dichiarazione di guerra alla Germania ed è patetico e codardo che il governo federale voglia nascondere l’incidente sotto il tappeto. Gli Usa o hanno effettuato direttamente l’attacco o almeno hanno dato il via libera. È stato un atto ostile contro la Repubblica Federale, che chiarisce ancora una volta che dobbiamo liberarci dalla tutela americana”. Più oltre nell’intervista Lafontaine chiede “il ritiro di tutte le strutture militari statunitensi e delle armi nucleari dalla Germania e la chiusura della base aerea di Ramstein.  Questo perché la Nato non è più un’alleanza difensiva, ma uno strumento per rafforzare la pretesa degli Stati Uniti di rimanere l’unica potenza mondiale. Dovremmo formulare i nostri interessi che non sono affatto congruenti con quelli degli Stati Uniti. Se noi e gli altri paesi europei continueremo a rimanere sotto la tutela degli Stati Uniti, ci spingeranno oltre il precipizio per proteggere i propri interessi. Quindi dobbiamo espandere gradualmente il nostro raggio d’azione, preferibilmente insieme alla Francia”. Parole pesantissime, che esplicitano un pensiero non così raro in Germania e incalzano il cancelliere Olaf Scholz.

Ad aumentare l’entropia arriva poi l’attivismo del presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel, che alla fine della scorsa settimana ha annunciato per il 1° dicembre una visita a Pechino, dove incontrerà il presidente cinese Xi Jinping.

Il viaggio in solitaria, che segue di poche settimane quello altrettanto riservato del tedesco Scholz, rompe clamorosamente lo schema diplomatico dell’Unione, che vorrebbe un evento di questo tipo in capo al ticket con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Una rottura che sa di delegittimazione e che inasprisce i rapporti già tesi tra i due esponenti europei. Anche alcuni diplomatici presenti nel Comitato permanente dei rappresentanti degli Stati presso l’Unione (Coreper) avrebbero espresso una certa sorpresa, lamentando di non essere stati avvisati del viaggio di Michel. Dalla Cina, comunque, trapela che il presidente Xi sarebbe in isolamento, dopo il rientro da Bali dove è entrato in contatto con una persona risultata positiva al Covid. Il viaggio potrebbe dunque essere rinviato, ma negli Stati Uniti, sulle rive del fiume Potomac, certamente l’iniziativa andrà ad arricchire un fascicolo europeo che si va facendo corposo.

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