Economia

Perché non quadrano i conti del governo su cuneo fiscale e Irpef. Il commento di Polillo

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Gianfranco Polillo, ex sottosegretario al Mef, analizza e commenta le misure fiscali approvate e annunciate dal governo

Dopo il grande colpo degli 80 euro, che permise a Matteo Renzi di vincere le elezioni europee, il duo Giuseppe Conte-Roberto Gualtieri tenta il colpetto. Un piccolo ritocco del beneficio fiscale allora concesso ad una sterminata platea. Costo d’allora 10 miliardi, che i burocrati di Bruxelles non considerarono riduzione del carico fiscale, ma elargizione del principe, considerato che la riduzione riguardava solo alcuni contribuenti. Ma non tutti.

Oggi le risorse a disposizione del governo, nonostante gli aumenti decisi in altri settori e un finanziamento in deficit della manovra per 14 miliardi, che tutti pagheremo con gli interessi sul maggior debito, non sono così consistenti. Quindi la quasi totalità dei beneficiari dovrà accontentarsi di un aumento di 20 euro al mese. Altro che i 100 sbandierati da una stampa compiacente, in vena di mescolare mele e patate. Questa somma andrà solo a beneficio di una platea più ristretta rimasta all’asciutto negli ultimi anni. Redditi compresi tra i 24 ed i 28 mila euro. Poi in modo decrescente fino ai redditi di 40 mila euro. Questi ultimi, tuttavia, non avranno la definitiva certezza. Dal 2021 dovranno considerare le minori imposte, gravanti sulla loro busta paga, solo un anticipo della futura riforma dell’Irpef. Chi vivrà vedrà.

I limiti dell’operazione, dal punto di vista macroeconomico, sono evidenti. Non avrà infatti effetto alcuno, come del resto non ha prodotto conseguenze positive quella più consistente di Matteo Renzi. Non sarà una piccola manciata di sovvenzioni – termine tecnico per descrivere lo sgravio secondo i parametri Eurostat – a rimettere in moto quei consumi che ristagnano da troppo tempo. Per risolvere il problema alla radice, ci vuole semplicemente più fiducia in un avvenire meno incerto. Prospettiva che ha quindi poco a che vedere con misure – si può dire? – di prevalente stampo elettoralistico.

Del resto lo stesso ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, se n’è reso immediatamente conto. È stato quindi costretto a promettere, nell’immediato (due o tre mesi) quella riforma dell’Irpef, che l’Italia aspetta da troppo tempo. Quindi ben venga. A dimostrazione che il tempo tanto caro alla sinistra in cui “le tasse sono bellissime” sta finendo. Segnando la caduta di un altro muro, forse più minaccioso di quello di Berlino. Tuttavia il timore che non sia tutto oro quello che luccica rimane. Una riforma potente dell’Irpef può essere messa in campo solo scontando e quindi battendosi per un tasso di sviluppo di medio periodo, almeno pari a quello dell’Eurozona. Altrimenti il disegno diventa velleitario.

Il viceministro all’Economia Laura Castelli sembra invece aver trovato una brillante scorciatoia. Ha ipotizzato, secondo quanto riportato dai principali quotidiani, un aumento delle aliquote Irpef sui redditi superiori ai 500 mila euro all’anno. Da questa maggiore tosatura spera di trovare le risorse necessarie per finanziare la riforma. Peccato solo che i conti non tornino e non possano tornare. Negli anni passati la super aliquota addizionale del 3 per cento sui redditi superiori ai 300 mila euro produsse solo un centinaio di milioni. Briciole di fronte alle necessità dell’eventuale riforma. Sorge pertanto il problema di capire quali siano le reali intenzioni di Via XX Settembre.

Due le possibili ipotesi: un grande bluff in vista delle immediate scadenze elettorali. Ma ben presto si saprà se ha funzionato. Oppure una gigantesca opera di redistribuzione del reddito che dovrebbe avere, per far quadrare i conti, dato l’attuale basso tasso di sviluppo, una netta discriminante. Una riduzione del carico fiscale sui redditi fino ai 40 mila euro l’anno, ma con contestuale aumento delle aliquote per i redditi superiori. Fino a ritrovare un punto di equilibrio, che salvi capre e cavoli. Che favorisca un particolare segmento dell’elettorato (il proprio), ma che, al tempo stesso, non peggiori i disgraziati conti della Repubblica italiana. Operazione possibile? Sulla carta: indubbiamente. In politica: sarà tutto da vedere.

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